Sia sincero, Bocelli, davvero non ha provato almeno una volta la tentazione di cantare un pezzo acido, magari incazzato?
«Ma no, per il semplice fatto che non lo sono, e non potrei mai esserlo, perché io sono un uomo fortunato, ho avuto tutto quello che può fare felice un uomo, l’amore della famiglia, dei miei cari, il successo, la fortuna economica, perché mai dovrei essere incazzato? Sarei ridicolo».
È un giorno speciale: in giardino per qualche ora ci sono anche due tigrotti in visita, un regalo della moglie Veronica. Andrea Bocelli presenta il suo nuovo disco, 14 anni dopo il precedente, si intitola Sì, e uscirà in 60 paesi del mondo, un disco maestoso, imponente, con duetti prestigiosi a partire da quelli con Ed Sheeran e Dua Lipa e brani scritti, tra gli altri, da Tiziano Ferro e Fortunato Zampaglione.
Come si fa a stare 14 anni senza?
«Il motivo è semplice: le note sono sette, e le canzoni già pubblicate milioni e milioni, trovarne inedite degne di questa definizione è difficile, quindi ci vuole calma».
In quali ha maggiormente lasciato il cuore?
«Tante, c’è quella che ha scritto il mio amico Riccardo Del Turco pensando alla mia storia con Veronica. Poi c’è quel coro di 60 bambini di Haiti che canta in due pezzi. C’è anche un pezzo degli stessi autori di Con te partirò, Sartori e Lucio Quarantotto, che nel frattempo è scomparso. Poi ovviamente il duetto con mio figlio Matteo, Fall on me (sarà nella colonna sonora del film Disney Lo schiaccianoci e i quattro regni, ndr) è un brano contemporaneo, direi che calza più a lui che a me, quando entro io nella seconda strofa manca la leggerezza che ha lui, lo dico senza problemi».
Seguirà le sue orme?
«Per ora sta al conservatorio, ma come me nasce bilingue, in senso musicale, intendo».
A proposito, all’estero c’è una percezione diversa del canto tenorile, è leggenda, mentre da noi viene visto con più cinismo e disincanto.
«Sì, all’estero hanno meno pregiudizi, invece l’italiano deve dire la sua su tutto. D’altra parte il mondo classico si è ripiegato su se stesso, ha cercato di diventare una sorta di élite, gelosa dei suoi protagonisti, e quindi un tenore che cantava una canzonetta veniva visto malissimo, ma è una cosa che i tenori hanno sempre fatto, vedi Caruso».
Non crede che il canto lirico possa risultare devastante per la semplicità di cui a volte ha bisogno la canzone?
«Sì, certo. è un problema di linguaggio, non puoi cantare My way da tenore, fa ridere. Un tempo era diverso, le melodie della canzone non erano così distanti dalle romanze d’opera».
Certo, il percorso di questo disco sembrerebbe portarla naturalmente verso Sanremo…
«A ffa’cche?»
L’ospite d’onore…
«Non credo sia possibile, in febbraio ho due concerti al Metropolitan di New York, non che abbia nulla contro, ci mancherebbe, vengo da lì, anzi diciamo che per me è stato un momento di enorme euforia e rappresenta il momento del passaggio da quando tutti i no che ricevevo sono diventati tutti sì».
Non capita spesso di trovare una citazione di Sant’Agostino in una presentazione per la stampa. Vuole stupirci?
«Ma no, è la frase “chi canta prega due volte”, la sento molto, e del resto non ho mai nascosto il mio attaccamento alla fede».
In America viene assimilato al momento pro-life, come dire: antiabortista. Non crede sia strano da parte di un artista che professa il dialogo e l’empatia?
«Attenzione io non sono anti nessuno, vorrebbe dire mettermi contro quelli che lo fanno, ma io non ci penso nel modo più assoluto, semmai mi interessa capire le ragioni che hanno portato una donna a quella scelta e rimuoverle se possibile, nel mio piccolo, ma non mi sognerei mai di giudicare nessuno».
Un desiderio?
«Vorrei tenere una di quelle tigri, ma non è possibile, è proibito, ed è giusto così. Io adoro gli animali. Vado a cavallo da sempre. Il cavallo è stato la mia bicicletta, il mio motorino. Se pensassimo solo ai nostri limiti, non faremmo nulla, dobbiamo pensare anche oltre i nostri limiti».