la Repubblica, 16 ottobre 2018
Vittore Bocchetta: «Dal lager all’arte, i miei cent’anni li rivivrei tutti»
Il bel signore alto e asciutto che ci accoglie in un piccolo appartamento di Verona sta per compiere cent’anni, di cui una parte trascorsa nel carcere fascista degli Scalzi e nell’inferno di Flössemburg e di Hersbruck. Ma il nome di Vittore Bocchetta non è conosciuto come quello di altri sopravvissuti, testimoni dell’Apocalisse. Lui l’ha pure raccontata in disegni e collages che non sono meno espressivi delle tavole di Art Spiegelman; i suoi volti incavati restituiscono fedelmente quella «condizione umana sospesa tra paura e speranza di morte» nella quale racchiude l’esperienza dei campi. Eppure, nel Pantheon nazionale dei “salvati”, Vittore non è mai entrato. O non è entrato con gli stessi onori destinati ai suoi compagni di sventura.
Dopo un paio d’ore in sua compagnia, si capisce che a un temperamento così antiretorico e disincantato non si addicono le celebrazioni. «Sa quante balle hanno raccontato alla fine della guerra? Ho visto gente che si faceva fotografare con il fucile da partigiano senza mai averne mai imbracciato uno prima. O reduci dal campo di Bolzano atteggiati a monumento dei “sopravvissuti”: la prigione di Bolzano era poca cosa rispetto ai lager che ho conosciuto io. Ma neppure quelli dell’Anpi si sono mai ribellati alle imposture o al teatro del dolore». Dai, Vittore, non esagerare: i suoi amici dell’Istituto storico della Resistenza lo abbracciano protettivi, nel tentativo di placarne l’irrequietezza. Perché il carattere – questo è evidente – ha le intemperanze di chi non si adegua. «Sono sempre stato un rompiballe. Fin da quando mi dimisi dalla commissione per l’epurazione istituita presso il tribunale di Verona dal Comitato di Liberazione Nazionale.
Dovevamo accertare chi avesse fatto carriera solo per merito fascista. Una pagliacciata. Per dichiararsi innocente bastava dimostrare la coercizione. Il risultato fu che chi aveva le mille lire per pagare l’avvocato riusciva a sfangarla, mentre i poveri diavoli venivano allontanati dall’impiego. Me ne andai disgustato. Tre mesi dopo la commissione sarebbe stata chiusa». Questa è l’Italia, aggiunge mesto. «Un Paese che fa fatica a diventare serio».
È nato in alto, Bocchetta. Figlio d’una famiglia della piccola nobiltà cagliaritana da cui ha ereditato un umorismo affilato. Ma la sua vita è un vorticoso romanzo con molte discese nei bassifondi della storia. L’ha raccontata tanti anni fa in un bellissimo memoriale che è rimasto confinato sotto la sigla di uno stampatore (Prima e dopo. Quadri 1918- 1949, Tamellini). La carriera militare del padre lo fa crescere tra Bologna e Verona, dove poi si stabilisce definitivamente nel 1937, a 19 anni. Qui si conforma «a cuor leggero alle obbligate circostanze dell’obbligata era fascista», anche a sostenere l’esame di «biologia razzista», che oggi lo fa sorridere «perché ridicola» ma che allora era dottrina ufficiale dello Stato. Fin quando al bar Cavour succede il fattaccio che ne cambia la direzione. «Un milite del battaglione Mussolini mi molla un ceffone per essermi rifiutato di scattare in piedi al suo passaggio. Mi ritrovai un tavolino tra le mani, in alto, e il grido compatto degli spettatori». L’episodio del bar Cavour avrebbe raffreddato il giro delle amicizie in orbace mettendolo in contatto «col minuscolo giardino delle idee clandestine». Così comincia il suo impegno militante, sempre più esposto e coraggioso, contro «quei guardiani della verbosità nazionale».
Del regime ora ricorda la prevaricazione arrogante e impunita, il sistema delatorio, il controllo totalitario sull’opinione dissonante. «Lei mi chiede se il fascismo possa tornare: la sola domanda mi fa paura. Forse può tornare in altre forme, spero di no. Certo ho visto milioni di italiani gridare: A noi! E dal conformismo difficilmente un popolo si libera». Vive in una città dove il saluto fascista è comparso di recente in consiglio comunale, e dove impazzano i gruppi neonazi. «Sono solo degli imbecilli che non mi fanno paura. Però quei simboli mi preoccupano; è incomprensibile che dei giovani trovino in una svastica il senso del vivere».
Del nazifascismo ha conosciuto il nerbo di bue che strazia la schiena, all’epoca della Repubblica di Salò. «Ma la tortura è niente rispetto all’esperienza dentro un lager. Se le sevizie prima o poi finiscono, il campo di concentramento non ammette tregua». Anche Vittore ha indossato l’uniforme zebrata, prima a Flössemburg, poi a Hersbruck, il lager a una trentina di chilometri da Anversa. «Era tutto previsto, tutto programmato alla conferenza di Waansee. E l’uomo diventa bestia, non più capace di confidenza con l’altro, ciascuno blindato nella propria solitudine e nel proprio silenzio». Trovò il coraggio di reagire a un Kapò, che gli tolse gli occhiali e glieli sbriciolò sotto la scarpa. «Non so cosa mi diede la forza di ribellarmi. Mi chiedo ancora come riuscii a scamparla». Le capita mai di sognare il lager? «No, non l’ho mai sognato. Sogno le torture ma non il campo di concentramento. È una domanda che mi faccio spesso: perché non sogno mai le zebre o un giorno di fame? Forse perché potrei soffrire un’altra volta. Forse è il mio rifiuto di essere infelice». Ogni volta è risorto, Vittore Bocchetta. Dopo le dimissioni dalla commissione di epurazione, nel 1949, emigrò avventurosamente nell’Argentina di Evita Perón. «Ero solo un gringo de mierda in cerca di lavoro. So cosa vuol dire essere migrante. Ne ho conosciuto l’umiliazione, ho subìto il disprezzo della gente. E ora sono capace di capire, non di compatire: alzare muri o barriere mi sembra una cosa stupida prima ancora che moralmente disprezzabile. Siamo tutti figli di movimenti migratori. E fermare questo flusso è come mettersi contro una predeterminazione della storia». Ogni giorno guarda il telegiornale, vede i corpi dei migranti in mare e pensa alla favola del gaucho. «Io ho conosciuto l’odio, l’odio per il diverso, l’odio per chi non conosci, solo perché quella persona sta da un’altra parte, sta oltre un confine che può essere politico, religioso, etnico. E mi torna in mente il gaucho, il mitico cavaliere argentino, quello che noi sardi chiamiamo il balente. Ogni gaucho ha la sua casa di paglia, con i suoi figli e i suoi levrieri che lo seguono ovunque, i galgos. Ed oltre l’acquitrino che fa da confine c’è un altro gaucho, con la sua casa, i suoi bambini e i suoi galgos. Un giorno accade che il minore del primo gaucho esce con un cucciolo in braccio e lo fa volare nel terreno del secondo gaucho. Dove i levrieri si lanciano sull’invasore e lo spolpano vivo. Chissà quante volte quella scena si è ripetuta nella storia. E quante volte si ripeterà».
A Verona, dove è tornato trent’anni fa, preparano i festeggiamenti per il suo compleanno, il 15 novembre. È già pronto un catalogo con una scelta delle sue opere che hanno già fatto il giro del mondo. Perché Vittore è un artista riconosciuto, con un talento naturale per il disegno, che rivelò da bambino con un atto scandaloso. «Terza elementare. Mi piaceva tanto la maestra e la ritrassi nuda mentre faceva la pipì». La più celebre delle sculture è Ohne Namen, Senza nomi, una creatura con il capo poggiato sul grembo inerte che è stata sistemata davanti al campo di Hersbruck. Qualche anno fa un gruppo di neonazisti l’ha imbrattata con la vernice color porpora. «Vuol dire che sono stati offesi dalla verità. Avrei preferito che rimanesse sporca, con quella secchiata di rosso, simbolo del sangue versato». A cent’anni Vittore si chiede ancora “chi sono”, e non ha risposte certe. «La mia vita l’ho vissuta come mi è venuta: una catena di incidenze e accidenze che non ho potuto governare. Destino più che scelta. Se dovessi tornare a nascere, rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Ma nessuno, vi prego, mi domandi il perché».