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 2018  ottobre 16 Martedì calendario

I tanti volti di Khashoggi

Jamal Khashoggi atterrò a Washington lo scorso autunno, lasciandosi dietro una lunga lista di cattive notizie in patria. Dopo una brillante carriera come consigliere e portavoce ufficioso della famiglia reale saudita, in patria il nuovo principe ereditario gli aveva vietato di scrivere, perfino su Twitter. La sua rubrica su un quotidiano arabo era stata cancellata. Il suo matrimonio stava naufragando. Le autorità avevano proibito alla sua famiglia di uscire dal Paese, come mezzo di pressione per convincerlo a smetterla di criticare il potere.

Poi, dopo l’arrivo negli Stati Uniti, un’ondata di arresti aveva fatto finire in prigione molti suoi amici e lui aveva preso la decisione di restare: tornare a casa era troppo pericoloso. Così, negli Stati Uniti, si reinventò scrivendo editoriali per il Washington Post, convinto di essere al sicuro.
Khashoggi è stato visto l’ultima volta il 2 ottobre, mentre entrava nel consolato saudita di Istanbul, dove doveva prendere un documento per il suo matrimonio. Lì, secondo le autorità turche, una squadra di agenti sauditi lo ha ucciso e ha fatto a pezzi il cadavere. I sauditi sostengono di non aver torto un capello a Khashoggi, ma quasi due settimane dopo la sua scomparsa non sono ancora riusciti a produrre prove che abbia lasciato il consolato.
La scomparsa ha creato una spaccatura tra Washington e l’Arabia Saudita, il principale alleato arabo dell’Amministrazione Trump. E ha pesantemente intaccato la reputazione di Mohammed bin Salman, Mbs, come viene chiamato in patria, il 33nne uomo forte del regime. La possibilità che il giovane principe abbia ordinato l’eliminazione di un dissidente crea seri problemi per il presidente Trump e potrebbe avvelenare relazioni fin qui molto solide. Potrebbe convincere quei governi e quelle aziende che avevano chiuso gli occhi sulla campagna militare del principe nello Yemen, sul sequestro del primo ministro libanese e sulle ondate di arresti ai danni di religiosi, uomini d’affari e membri della famiglia reale, che è un dittatore spietato che non si ferma davanti a nulla.
La sparizione del giornalista ha anche attirato l’attenzione sugli intrecci che hanno caratterizzato tutta la carriera di Khashoggi, in equilibrio fra la propensione per la democrazia e l’islam politico e la storia personale al servizio della famiglia reale. Il suo interesse per l’islam politico ha contribuito a forgiare un legame personale con il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an, che ora pretende che l’Arabia Saudita fornisca spiegazioni su quello che è successo.


Giornalista di successo
L’idea di autoesiliarsi in Occidente aveva rappresentato un duro colpo per il sessantenne Khashoggi, che aveva lavorato come giornalista, commentatore e direttore di giornale, diventando uno dei personaggi più conosciuti dell’Arabia Saudita: la sua notorietà a livello internazionale era cominciata con l’intervista a un giovane Osama bin Laden, prima di diventare famoso come confidente di re e principi. Poi la carriera gli aveva procurato una ricca dote di entrature: Khashoggi sembrava conoscere tutte le persone che avevano avuto a che fare in qualche modo con l’Arabia Saudita negli ultimi 30 anni. Sarebbero state proprio l’inclinazione a scrivere quello che pensava e le battaglie riformiste riforma a metterlo in rotta di collisione con Mbs, secondo gli amici. L’Arabia Saudita, tradizionalmente, è governata sulla base di un consenso fra i principi più importanti, ma Mohammed bin Salman ha smantellato il sistema, eliminando qualunque ostacolo al suo potere personale. Se davvero è stato deciso di mettere a tacere un uomo percepito come traditore, probabilmente quella decisione è stata presa da lui.


Le origini
Il primo passaporto per la fama di Khashoggi fu la sua conoscenza di Osama bin Laden. Khashoggi aveva vissuto a Gedda, la città natale di bin Laden, e come bin Laden proveniva da una famiglia prestigiosa. Khashoggi aveva studiato negli Stati Uniti ed era tornato in Arabia Saudita per scrivere su un quotidiano in lingua inglese: gli amici dicono che era anche entrato nei Fratelli Musulmani. Anche se in seguito smise di frequentare le riunioni dell’organizzazione, conservò una certa dimestichezza con la loro retorica conservatrice, islamista e spesso anti-occidentale. I colleghi al giornale lo ricordano come una persona amichevole, riflessiva e devota. Come molti sauditi negli anni ‘80, Khashoggi appoggiava con entusiasmo la jihad contro i sovietici in Afghanistan, sostenuta dalla Cia e dall’Arabia Saudita. Così, quando ricevette un invito a vedere la guerra con i suoi occhi da un altro giovane saudita, bin Laden, non se lo fece ripetere due volte. In Afghanistan, Khashoggi si fece fotografare con un fucile d’assalto in mano, con grande imbarazzo dei suoi capi al giornale. Ma non sembra che abbia effettivamente combattuto. «Era lì innanzitutto come giornalista: certamente solidale con la jihad afgana, ma lo stesso si può dire per molti giornalisti arabi all’epoca», dice Thomas Hegghammer, un ricercatore norvegese che aveva intervistato Khashoggi.
I viaggi di Khashoggi in Afghanistan e il suo rapporto con il principe Turki al-Faisal, che dirigeva i servizi segreti sauditi, fanno sospettare che facesse anche la spia per conto del governo. Anni dopo, quando un commando americano uccise bin Laden in Pakistan, nel 2011, Khashoggi espresse cordoglio per quello che era diventato il suo vecchio amico: «Eri bello e valoroso in quei bellissimi giorni in Afghanistan, prima che cedessi all’odio e alla passione», scrisse su Twitter.


Uomo di fiducia dei reali
Con il tempo, Jamal Khashoggi ascese fino ai vertici del mondo dei media saudita, dove i giornali sono proprietà dei principi, i contenuti sono censurati e gli scandali che coinvolgono la famiglia reale passano sotto silenzio. Fu nominato direttore del quotidiano saudita al- Watan nel 2003, ma licenziato neanche due mesi dopo per un articolo che si scagliava contro uno stimato erudito islamico. Fu reinsediato nel 2007, e questa volta durò un po’ più a lungo.
Viaggiava con re Abdullah e divenne intimo del principe al-Walid bin Talal, l’investitore miliardario che anni dopo sarebbe stato arrestato da Mbs. Il principe Turki, l’ex capo dei servizi segreti, assunse Khashoggi come consulente quando ricopriva l’incarico di ambasciatore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.


La Primavera araba e le riforme
Molti degli amici di Khashoggi dicono che durante tutta la sua carriera al servizio della monarchia aveva sempre tenuto nascoste le sue inclinazioni personali per la democrazia elettorale e l’islam politico in stile Fratelli musulmani. Molti esponenti del movimento hanno dichiarato di aver sempre avuto la percezione che lui fosse dalla loro parte. I suoi amici laici non lo ritengono verosimile. Aveva sostenuto gli interventi militari per frenare, nella visione dei sauditi, l’espansione dell’influenza iraniana in Bahrein e nello Yemen. Ma era entusiasta delle rivolte scoppiate nel mondo arabo nel 2011: anche i movimenti della Primavera Araba lo delusero quando precipitarono nella violenza e l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti usarono la loro ricchezza per schiacciare l’opposizione e rafforzare i dittatori.


La crisi
La tolleranza delle autorità saudite per le critiche è diminuita progressivamente dopo che re Salman è salito al trono, nel 2015, e ha concesso poteri smisurati a suo figlio Mohammed. Il giovane principe aveva annunciato un programma per diversificare l’economia e allentare le rigide norme sociali, con misure come la concessione alle donne del diritto di guidare. Khashoggi aveva applaudito queste decisioni, ma non sopportava il modo autoritario con cui il principe gestiva il potere. Quando Khashoggi aveva criticato Trump, le autorità saudite gli avevano proibito di parlare, temendo che potesse danneggiare i rapporti con la nuova amministrazione. Il principe Mohammed ha usato tutto il suo potere per perseguitare i detrattori. Khashoggi aveva lasciato il Paese l’anno scorso, prima che decine di suoi amici venissero arrestati e centinaia di personalità fossero rinchiuse nel Ritz-Carlton di Riad con accuse di corruzione. Aveva cominciato a scrivere editoriali sul Washington Post, paragonando Mbs al presidente russo Vladimir Putin. Gli amici ipotizzano che quegli articoli lo abbiano fatto finire sulla lista nera. Ma Khashoggi non si fermava. Ad aprile, aveva detto che la democrazia era sotto attacco in tutto il mondo arabo, da parte degli islamisti radicali, degli autocrati e delle classi dirigenti che temevano che la partecipazione popolare avrebbe portato il caos. Condividere il potere, diceva, era il solo modo per garantire governi migliori.


La fine
Dopo il suo trasferimento a Washington, emissari di Mbs lo avevano contattato ripetutamente, chiedendogli di smussare le critiche e invitandolo a tornare a casa. Ma lui si stava costruendo una nuova vita. Aveva deciso di sposarsi con una ricercatrice turca, Hatice Cengiz, e di mettere su casa a Istanbul. Maggie Mitchell Salem, un’amica di vecchia data, era preoccupata per lui e gli chiedeva di mandargli un sms ogni volta che andava all’ambasciata saudita a Washington. «Rideva quando glielo dicevo: ‘Oh Maggie, sei ridicola’», rispondeva.