La Stampa, 15 ottobre 2018
Rivoluzione fondi. La Coppa Davis è il nuovo business
Lo sport sta toccando il fondo, nel senso che a pompare denaro in un po’ tutte le discipline sono rimasti ormai quasi solo i fondi di investimento, entità che restano ancora misteriose (e vagamente minacciose) per l’appassionato che di economia mastica lo stretto necessario. Il tennis non fa eccezione e a farne le spese (o a goderne i frutti) dal 2019 sarà la Coppa Davis, stravolta nello spirito e nel formato dalla Federazione Internazionale sotto suggerimento di Kosmos Investment, un gruppo capeggiato dalla star del calcio spagnolo Gerard Piqué e da Hiroshi Mikitami, il creatore di Rakuten, colosso dell’e-commerce giapponese.
Al posto dei vecchi incontri ci sarà un evento di fine anno a 18 squadre, la promessa di Piqué & Co è di investirci 2,5 miliardi di dollari in 25 anni. L’Itf incasserà ogni anno un canone di 34 milioni, più 20 di montepremi, Kosmos spera di aver scoperto un Eldorado di diritti televisivi e sponsorizzazioni grazie ad una gara svecchiata e più facilmente vendibile della vecchia, nobile argenteria fusa a Boston nel 1900. Lo stesso ragionamento che sta facendo Liberty Media, il gruppo che ha sborsato 8 miliardi per acquistare la F1 da un altro fondo, il CVC, e ora vuole un Circus tutto show da offrire ad un pubblico giovane, fast and furious. «Lo sport è in un periodo di cambiamento che crea grandi occasioni», ha spiegato a Le Monde l’esperto di marketing sportivo David Dellea. «Il pubblico sta cambiando, le regole sono più flessibili, si inizia a capire che è importante rendere il formato delle gare più adatto alle necessità di oggi. Questo si traduce in una opportunità per i fondi di acquistare potere, rinnovare e rendere lo sport più interessante per il pubblico».
Le gare diventano eventi
Oltre al calcio – con la Nations League – la tendenza sta contagiando il rugby, pronto a trasformare i tradizionali test match in una gara unica in estate più appetibile per gli investitori. Certo, c’è chi continua ad opporre le ragioni dello sport a quelle del marketing. Sempre CVC a settembre si è visto rifiutare un’offerta di 312 milioni di euro dalla premiership ovale inglese (e si sta buttando sulla MotoGP per riacquistare quote cedute ad un altro fondo, il Bridgepoint) mentre Peak6, nel calcio azionista sia della Roma sia del Bournemouth, ha trovato porte chiuse al Saint-Etienne: la proprietà ha infatti ritenuto che gli investimenti di Peak6 «non corrispondessero alle ambizioni del club». I fondi, stadio avanzato del capitalismo, del resto puntano al grano. Ad acquistare club in crisi, rilanciarli e fare cassa (come l’americano Elliott con il Milan), o a trasformare manifestazioni gloriose ma impolverate in luna park per le nuove generazioni di consumatori. Rimane il rischio del flop. Piqué oltre che un campione in campo è ormai un manager scafatissimo fuori. Nel 2012 ha fondato una ditta di videogiochi, Kerad Games, si occupa anche di occhiali e di cibo biologico. Nel 2015 a San Francisco (con l’aiuto della sua compagna Shakira) ha combinato l’affare fra il Barça e Mikitani per fare diventare Rakuten sponsor dei blaugrana, ma nel tennis è arrivato come una meteorite dallo spazio esterno e per ora ha raccolto un due – anzi, un tre – di picche proprio dai tennisti: Federer, Djokovic e Zverev hanno subito storto il naso davanti alla Coppa Davis trasformata in «Coppa Piqué». In fondo, non hanno tutti i torti.