La Stampa, 15 ottobre 2018
Berengario da Carpi, genio rissoso
Le lapidi viarie delle città emiliane gli rendono omaggio. Ma pochi di quelli che vi passano sanno chi fu davvero. Eppure Berengario ha cambiato la medicina. Tra i meriti, fu il primo a mostrare l’utero al mondo. Carpi, sua città natale, lo ricorda con una singolare mostra curata da Tania Previdi e Manuela Rossi (ai Musei di Palazzo dei Pio, fino al 16 dicembre). Fatta per lo più di (preziosi) libri antichi, è piacevolissima nel ricostruirne la figura eccentrica, avventurosa, controversa. Perché oltre a essere geniale uomo di scienza fu noto per risse, sbocchi di bile, malaffari. Un magnifico «ciurmadore», insomma.
Jacopo Barigazzi, il vero nome di Berengario da Carpi, nacque nel 1460 da un barbiere che esercitava la chirurgia, perché a quei tempi tagliare la barba o un arto era più o meno la stessa cosa. Laureato a Bologna, sviluppò il talento e l’umanistica cultura insieme con Manuzio alla corte dei Pio, famiglia di ex soldatacci diventata padrona della ricca Carpi, crocevia strategico della Padania. E in quell’Italia turbolenta, divisa da mille guerre, scaramucce, risse di campanile, i feriti su cui farsi le ossa (in senso letterale) non mancavano.
Tale era la fama dei suoi bisturi, che veniva chiamato al capezzale dei potenti. Giovanni dalle Bande Nere, per esempio, colpito a una gamba; o Lorenzo de’ Medici che si era beccato un’archibugiata in testa. E proprio dall’esperienza con il fiorentino, nacque il primo libro, De fractura calvae (1518) sull’arte di aprire i crani, con trapani e ferri. Al testo abbinò illustrazioni esplicative. E questa fu la grande intuizione, la sua rivoluzione. Perché la medicina non doveva più affidarsi solo alle parole (insindacabili) degli antichi, ma basarsi su tavole anatomiche che, al pari di mappe di continenti ignoti, orientavano i dottori nel viaggio al centro del corpo umano.
L’ansia di capire era così forte che la dissezione dei cadaveri, nel Cinquecento, divenne attrazione pubblica. Il bolognese Alessandro Benedetti concepì teatri muniti di gradinate per gli spettatori.
Il teatro anatomico
Stampe documentano la presenza di dame eleganti tallonate da cicisbei come se l’horridum spectaculum fosse occasione di speed date galante, oltre che appuntamento filosofico, festa scientifica, momento di riflessione etico-religiosa (la Chiesa aveva smesso di osteggiare la pratica).
Berengario fu tra i notomisti più indefessi. Tanto che alcuni lo accusarono di fare addirittura vivisezione su prigionieri. Certo invece è che una volta sezionò di fronte a un pubblico di 500 persone una fanciulla incinta ancora calda di forca, e che scrutò con sagacia nei nostri visceri scoprendovi un sacco di cose. Nel caso dell’utero, ch’egli appunto per primo disegnò a uso della scienza (e non solo), la donna ignuda in questione è nella stessa posa delle stampe libertine. Gambe aperte, vesti che si alzano, occhi schiusi. Ma invece di divinità in fregola che attentano alla sua libido, c’è uno schema preciso di com’è fatta l’interiorità femminile, compresa la placenta, appoggiata su un tavolino. Curioso che a pochi chilometri di distanza, a Modena, il celebre Falloppio scopriva le omonime tube, come se in quell’angolo di pianura, terragna e concreta, la passione per la vulva avesse nobili ricadute scientifiche.
Berengario - pioniere nel descrivere anche la meno appetitosa appendice vermiforme, la ghiandola timica, i ventricoli cerebrali, l’azione delle valvole cardiache - univa precisione scientifica a fantasia estetica nei manuali. Gli scheletri sono dinamici come nelle danze macabre dei quadri coevi. Per mostrare i muscoli dell’addome del petto, c’è uno «Scorticato», che si solleva la pelle da solo come fosse un lembo di camicia. Il suo libro più celebre, le Isagogae del 1523, era ricercato in tutta Europa. Da studenti, e anche artisti. Perché se un pittore era troppo debole di stomaco per imparare come si disegna una natica o un bicipite possente squartando una salma, poteva ripiegare, come consigliava l’Alberti, nella consultazione di comodi atlanti medici.
Lo spirito del Rinascimento
Berengario inventò anche il primo medicamento contro la sifilide, che si diffondeva al seguito delle armate francesi. Pur sconfiggendo il morbo gallico, l’intruglio a base di mercurio presentava pesanti e letali effetti collaterali. Ma dato che il bugiardino non esisteva, e tanti uomini di Chiesa lo contattavano con discrezione per curare l’imbarazzante malattia, chiedeva esose parcelle. In monete d’oro, o opere d’arte perché apprezzava il bello e lo collezionava. Il cardinal Colonna si sdebitò con un Raffaello (in realtà era una copia); da Cellini si fece regalare bellissimi vasi, che spacciò per vetusti e rivendette a caro prezzo: l’orefice scultore lo seppe e lo sbugiardò.
Non gli mancava l’uzzolo per gli affari. Acquistava terre vitigni, case, che rivendeva lucrando. Spesso truffava. Criticava spavaldo i potenti. Non si contano, le ammende, le condanne, le botte che ricevette. Morì nel 1530 e incarnò al meglio lo spirito del Rinascimento, fatto da uomini che credevano nel bello, nell’intelligenza, nella libertà. Ed erano al contempo fior di lestofanti. Perché - parola di Orson Welles nel Terzo uomo - per produrre capolavori devi sapere avvelenare, tradire, ordire congiure, fornicare, stracciare le leggi degli uomini e i comandamenti degli dei. Altrimenti lasci ai posteri solo orologi a cucù.