La Stampa, 15 ottobre 2018
Dietro le sbarre si vive in tre metri quadri, novemila carcerati in eccesso e celle vecchie
Non c’è solo la rivolta del carcere di Sanremo a causa del sovraffollamento. Gli istituti italiani sono strapieni e il divario tra presenze e posti disponibili si allarga. Dopo quattro anni di crescita ininterrotta, il numero di detenuti ha ormai sfiorato il tetto di 60mila, secondo i dati ministero della Giustizia aggiornati al 30 settembre scorso.
La quota di 59.275 - equivalente alla cittadina siciliana di Agrigento- è una quota simbolica perché non è stata più superata dal 2013, anno della sentenza Torreggiani con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) condannò l’Italia per i «trattamenti inumani e degradanti» causati proprio da una vita quotidiana in celle piccole, vecchie e troppo affollate. Ad allargarsi è anche la forbice tra la capienza regolamentare (50.622 posti, contando 9 metri quadrati a persona) e gli occupanti effettivi. Solo nel 2015 lo scarto era intorno a 2.500.
Il carcere non cambia
L’associazione Antigone che da vent’anni visita i 190 istituti di pena italiani ha intitolato il suo ultimo report “Il carcere che non cambia”. Nelle case circondariali e di reclusione i detenuti hanno spesso a disposizione tre metri quadrati calpestabili, in cinquanta mancano le docce in cella e in quattro il wc non era in un ambiente separato dal resto. Nelle 86 carceri visitate da Antigone in media esiste un educatore ogni 76 detenuti e un agente ogni 1,7 detenuti, ma in molti istituti questi numeri sono decisamente più alti, come nel caso di Bergamo.
Sono i grandi penitenziari che soffrono i problemi maggiori come mostra il grafico a lato: Poggioreale è una città nella città di Napoli con 2.286 detenuti rispetto a 1.659 posti (tasso affollamento al 138%), a Roma Rebibbia il tasso arriva a 125% (1.473 invece di 1.178), mentre Regina Coeli supera il 156% con più 346 persone rispetto alla capienza standard. Anche Bologna scoppia: ha una capienza di 500 ma ne ospita 806 (affollamento al 161%).
In Lombardia Como ha un tasso di affollamento record del 191%, alle porte di Milano c’è Opera con il 147% e il centralissimo carcere di San Vittore che ha 1013 detenuti rispetto ai 828 previsti. Anche a Torino “Le Vallette” ha 321 persone in detenzione in più. In Puglia Lecce invece di 610 ne ospita 1061 (174%), in compagnia di Taranto (194%).
Meno spazio significa meno benessere detentivo, e l’indicatore di questa privazione è il numero di suicidi: in 10 anni il tasso ( ogni 10.000 persone) è salito dall’8,3 del 2008 al 9,1 del 2017. In numeri assoluti significa arrivare fino a 52 morti nel 2017. E dietro ad ogni numero, ci sono persone: 46 dall’inizio dell’anno si sono tolte la vita mentre erano dietro le sbarre. Nell’ultima settimana sono stati tre i detenuti trovati senza vita. Uno nell’istituto di Carinola (Caserta), dove a uccidersi è stato un condannato al 41 bis. Uno nel carcere di Lucera (Foggia), dove si è suicidato un uomo a cui avevano tolto la patria potestà il giorno prima. Un uomo con problemi psichici a Trieste.
La riforma mancata
Per ovviare a questo dramma di numeri e spazi nel 2017 era atteso un nuovo ordinamento penitenziario, una riforma voluta dall’ex ministro della Giustizia Orlando che allargava i benefici per i detenuti con la possibilità di accedere alle misure alternative anche a chi ha un residuo di pena fino a quattro anni, ma sempre dopo la valutazione del magistrato di sorveglianza. E in ogni caso non estende questa possibilità ai detenuti al 41 bis per reati di mafia e quelli per reati di terrorismo. La riforma ha avuto tempi troppo lunghi, la versione definitiva del testo legislativo è arrivata a marzo a esecutivo in scadenza e puntualmente ad agosto il governo gialloverde ha stoppato ogni riforma. Una battaglia condotta da uno schieramento di associazioni e esperti del settore guidato dalla radicale Rita Bernardini che ha fatto più di uno sciopero della fame a cui hanno partecipato fino a 10 mila detenuti.