Aprendo internet col cellulare, così, tanto per capire cosa sia rimasto e come, si scopre che Giuseppe Gentile non è un grandissimo ex-atleta, bensì un attore: «Allora bisognerà avvertire che la mia storia col cinema è durata pochi mesi». L’attore ha appena compiuto 75 anni. Il 16 ottobre di cinquant’anni fa recitò da par suo, con una coscia fasciata «più per una questione psicologica», nel triplo olimpico di Città del Messico: in qualificazione ottenne il record del mondo saltando 17,10. Da noi era ora di pranzo, si tornava da scuola, si accendeva la tv e si scopriva qualcosa di nuovo: il triplo, quel mistero di potenza ed elasticità racchiuso in tre esplosioni. Fu il secondo nella storia dopo il polacco Szmidt a superare il muro dei 17 metri. «Sognavo le Olimpiadi da 8 anni. Volevo essere il primo. Non ci sono riuscito. Ma fa lo stesso. In realtà non avevo progettato di fare il record in qualificazione. Feci il primo salto nullo, quindi “tirai” il secondo per paura di fare tre nulli e uscire subito».
E il giorno dopo in finale...
«Ero l’unico ad aver già scoperto le carte. Ma non fu un fardello, anzi, era entusiasmante. Finii terzo. Per quattro volte il record fu di nuovo ritoccato, due volte Saneyev, una volta io con 17.22 e una volta il brasiliano Prudencio. Quel giorno il triplo entrò nel’universo delle cose conosciute. Prima era solo una disciplina di contorno».
Pensava di arrivare più lontano del suo 17,22?
«Di solito avevo difficoltà nel secondo salto, dove restavo un po’ indietro col bacino. Al quinto salto riuscii ad evitarlo ma mi “cappottai” al terzo balzo. Si interruppe la fluidità per una postura corretta cui però non ero abituato: un paradosso, a raccontarla così. Tuttavia resto convinto che se in Messico ci fosse stato il mio allenatore Rosati qualcosa in più avrei fatto. Quando seppi che non sarebbe venuto ci rimasi malissimo. Lui diceva che l’atleta in gara è sempre solo, però oggi vediamo come funziona il “coaching”, che allora era vietato. Ma gli allenatori erano imporanti anche 50 anni fa. E parlavano lo stesso: per segni».
Erano le prime stagioni delle superfici elastiche.
«Andai in Messico l’anno prima per abituarmi al tartan e prima dei Giochi avevo trascorso un periodo in altura a St. Moritz, dove si saltava sull’asfalto».
Come era viaggiare all’epoca: avventura?
«Io pensavo solo alla gara, spostarmi non aveva alcun valore di esperienza, diciamo così, turistica. Ero un vero professionista, sì, un professionista senza un soldo: tutto quello che ho guadagnato sono state le 800 mila lire che mi regalò il Coni per il bronzo conquistato quell’anno».
Cose ne fece?
«Mi comprai una moto».
E dopo arrivò la chiamata di Franco Rossellini.
«Pasolini voleva incontrarmi. Fu a fine ’68. Ci vedemmo all’Escargot sull’Appia Antica. C’era anche Maria Callas a tavola. Non sapevo cosa volessero esattamente. Mi raccontarono di Medea e del ruolo di Giasone. Girammo in Turchia. Furono momenti particolari».
E così, per la felicità di internet, divenne attore...
«Oddio non scherziamo, recitare è una parola grossa. E infatti mi doppiarono (con la voce di Pino Colizzi, ndr). Dovetti essere “vagliato” da Maria. Rossellini e Pasolini avevano già deciso. Sarei stato io Giasone. Ma non avrebbero mosso un dito senza il benestare di Maria».
E com’era Maria?
«Così come Pier Paolo, era un personaggio di straordinaria sensibilità, spessore, cultura, forse anche fragile a modo suo».
Ne valse la pena dunque.
«Ci frequentammo molto, sia con Maria sia con Pier Paolo. Tante volte siamo stati a cena in tre. Parlavamo di tutto. Pier Paolo aveva una passione speciale per sport, non soltanto come valore agonistico. Con Maria condividevo l’abitudine al training autogeno, lei per controllare il diaframma, io le gambe».
Come fu il suo ‘68, a parte il Messico?
«Non capivo il senso della ribellione, avevo 25 anni eppure non sentivo alcun bisogno di oppormi alla famiglia, contestare il potere genitoriale, il sistema. La protesta è rimasta alla periferia dei miei bisogni. Il distacco dalla generazione dei miei è stato morbido. Certo, provai dolore per l’assassinio di Martin Luther King, soffrii per il massacro di Piazza delle tre culture consumato prima dei Giochi (il 2 ottobre, ndr), ma il pugno di Tommie Smith l’ho sempre visto come la prima strumentalizzazione dello sport. Poi verranno i “brand”. Fu la fine della purezza dello sport».
E quando a Monaco di Baviera quattro anni dopo sul podio del triplo mancava solo lei accanto a Saneyev e Prudencio?
«È stata una tragedia che mi ha fatto rigettare l’atletica e dalla quale mi sono ripreso solo qualche anno fa, pensi un po’».