«Gloria, con la sua femminilità e il suo garbo», spiega il direttore di Rai3 Stefano Coletta «mi è sembrata il volto ideale per questo racconto». Realizzato da Pesci combattenti sotto lo sguardo attento di Cristina Mastropietro, Le ragazze racconta chi eravamo e chi siamo diventate, mette a confronto percorsi di signore come Simonetta Agnello Hornby, Sultana Razon Veronesi, Laura Efrikian, con quello di donne non illustri che hanno faticosamente costruito la propria vita.
Gloria Guida, lei tiene il filo del racconto. Ma se dovesse riassumere la sua vita?
«Sono stata una ragazza fortunata. Oggi sono una donna che si rimette in gioco».
Parlare di donne vuol dire affrontare percorsi faticosi e battaglie: che pensa del #Metoo?
«Il tema è delicato, ma io penso che bisogna denunciare subito. Capisco che non sempre è facile ma è fondamentale».
Mai subito assalti?
«Mai».
Le hanno offerto di tornare al cinema e in tv, ha sempre rifiutato: perché?
«Perché per vent’anni ho voluto fare la madre e la moglie, dedicarmi a mia figlia Guendalina, alla famiglia. Con Johnny (Dorelli, ndr) festeggiamo 39 anni di matrimonio».
Si era ritirata perché era geloso?
«Ma no! Ho scelto io e sono stata felice. Poi mia figlia è cresciuta, sono diventata nonna. Aspettavo l’occasione giusta. Non avevo mai fatto la conduttrice, un progetto come Le ragazze mi è sembrato perfetto. Mi piace fare cose nuove, non avevo mai fatto un fotoromanzo, l’anno scorso l’ho fatto. Ora dirà: che motivo c’era?».
In effetti.
«Li leggevano tutti, volevo capire come si realizzano. Beh mi sono divertita da morire».
Come ricorda gli anni dei film sexy?
«Come un periodo bellissimo, sul set c’era un clima familiare, mi accompagnava papà. Ringrazio ancora gli attori con cui ho lavorato, Lino Banfi e gli altri. Erano gentilissimi. Quando c’erano le scene delle famose docce i registi pregavano la troupe di allontanarsi. Chissà perché, sbucava sempre qualcuno».
Non s’imbarazzava?
«Ma no, sono stata l’attrice più pulita del mondo. Invece di farmi la doccia a casa, la facevo sul set».
E il rapporto con la popolarità?
«Ero una ragazza timida, riservata. Me ne sono resa conto dopo. Il pubblico ha sempre avuto un rapporto affettuoso con me».
Veramente il pubblico maschile era pazzo di lei. Era un’icona sexy.
«Ma no, era tutto molto innocente, avevo un’aria da studentessa. Oggi c’è molta più volgarità. Guardi ho fatto l’attrice perché ci teneva papà, io sognavo di fare la commessa alla Standa. Ma mio padre, che faceva il barman e incontrava gente dello spettacolo, sognava questo per me».
È stata una figura importante nella sua vita?
«Sì. E mi ha colpito che decine di altre donne in trasmissione abbiano raccontato come il padre sia stato il loro riferimento. Papà vinse un campionato del mondo di cocktail nel 1978 con una sua invenzione che chiamò Gloria. Sa chi gli aveva suggerito gli ingredienti? ».
Un regista?
«No. Mussolini». (Gran risata)
Non si è mai pentita di aver lasciato il cinema?
«Mai. L’incontro con Johnny quando recitavamo Accendiamo la lampada è stato fondamentale. Stiamo insieme da una vita ma non è stato tutto facile. Certe liti, certe porte sbattute. Però nonostante l’aria da orso è una persona fantastica. Un buono. Pensi che l’ho risposato in chiesa».
Oggi però, a 60 anni torna da protagonista.
«Ho voglia di ricominciare. A Johnny piace stare a casa, io mi rimetto in gioco. L’ha capito».
Attrice per far contento papà, ma non aveva iniziato con la musica?
«Sì a 15 anni. All’epoca c’era il Festival di Venezia, poi Il disco per l’estate. Nel 1971 cantavo una canzone di Shel Shapiro L’uomo alla donna non può dire di no».
Che titolo.
«Ah sì. Adoro cantare, ancora oggi».
Dice che della popolarità si è accorta dopo, e facciamo finta di crederci. Ma i corteggiatori?
«Quelli c’erano. Parecchi».
Racconti una follia che hanno fatto per lei.
«Abitavamo a Bologna, bussano. C’era un cesto di rose gigantesco, non passava per la porta. A un certo punto si anima, sento raspare, urlo, chiamo mia madre. Dentro c’era un gattino bianco. Nello. È stato con noi per anni».
Tutto bellissimo: il mittente?
«No, non facciamo nomi».