la Repubblica, 15 ottobre 2018
Centri impiego flop: 2 milioni di richieste 37 mila posti trovati
«Mi faccia sapere se c’è qualche annuncio di lavoro adatto per lei». La gentile manifestazione di interesse rivolta alla signora Gabriella dal suo centro per l’impiego di Milano, non voleva essere una battuta, anche se il suo effetto è tristemente comico. Che la struttura pubblica che dovrebbe trovarti un lavoro ti augura di trovarlo da solo, non è più ritenuto un paradosso, è solo la naturale conseguenza di un dato di fatto: e cioè che in Italia, tranne rare eccezioni, i centri per l’impiego non servono a guidare i propri iscritti verso un impiego.
Nell’episodio accaduto alla signora, poi, siamo di fronte a una delle strutture meno disastrate d’Italia. Al Sud, dove la disoccupazione è tre volte quella lombarda, lo sfacelo si tocca con mano, anche se non si può dimenticare che nel Mezzogiorno a mancare è proprio la materia prima, ossia l’offerta di lavoro. Sono 556 sparsi in tutta Italia, i centri per l’impiego. Con i loro 8 mila dipendenti si prendono carico ogni anno di quasi due milioni di persone, ma alla fine trovano lavoro ad appena 37 mila.
Certo, da quando non si chiamano più “uffici di collocamento”, i loro compiti si sono allargati: devono informare i disoccupati sulle agevolazioni a cui hanno diritto (e a questo si limitano molti di essi) devono profilarli, accompagnarli verso corsi di formazione, gestire casi di mobilità e di crisi. Ma negli ultimi tempi la politica ha riassegnato loro funzioni di ricerca vera e propria di lavoro: prima con l’assegno di ricollocazione e il reddito di inclusione, ora con la proposta di un impiego ai 6,5 milioni di beneficiari del reddito di cittadinanza. Obiettivo, questo, che con la loro attuale struttura quei centri non potranno mai raggiungere. Organici insufficienti, capacità tecniche e professionali inadeguate, governance confusa, banche dati che non si parlano: tutti nodi strutturali che certo non saranno sciolti entro aprile, quando probabilmente partirà il reddito di cittadinanza. Difficile allineare i tempi della riforma dei centri annunciata dal governo, con l’avvio della misura su cui i Cinquestelle e l’intero esecutivo si giocano tutta la loro credibilità.
C’è da aspettarsi anzi che molti centri, soprattutto al Sud, andranno letteralmente in tilt dovendo rispondere non più agli attuali 1,7 milioni di senza lavoro (il 42% dei disoccupati e il 22% degli inattivi disposti a lavorare), ma a 6,5 milioni di poveri e pensionati al minimo. Come dire che ciascuno dei dipendenti dovrà prendersi in carico 812 persone e proporre loro fino a tre lavori.
Scenario al di là di ogni buon senso se pensiamo che già ora non reggono il flusso crescente dei disoccupati. A Bari è dovuta intervenire un mese fa la polizia per sedare più di una rissa e calmare 250 cittadini in fila davanti a 4 sportellisti. Ma non è solo un problema di sovraffollamento. Sempre a Bari un signore scopre che al database del suo centro non risultano le esperienze di lavoro fatte fuori dalla Puglia, mentre al sito dell’Anpal (l’agenzia nazionale del lavoro) non risultano quelle fatte in Puglia. La spiegazione è semplice: quasi dappertutto in Italia i centri per l’impiego non dialogano né tra di loro né con l’Agenzia che dovrebbe coordinarli, rimasta senza poteri dopo la bocciatura della riforma costituzionale. Né scambiano i loro dati con l’Inps. In altre parole, non solo i centri non parlano con il loro coordinatore, ma chi eroga i sussidi (l’Inps) non dialoga neppure con chi dovrebbe trovare un lavoro per porre fine a quei sussidi (i centri). In queste condizioni potrebbe succedere l’istituto erogatore non venga informato in tempo reale che il beneficiario del sussidio ha rifiutato per tre volte un lavoro e quindi non ne ha più diritto.
Se poi a questa incomunicabilità si accompagna soprattutto al Sud una giostra di sprechi e furbizie, il quadro è definitivamente compromesso. I dipendenti dei centri siciliani sono 1.737 su 8.000, il 22%. La Lombardia ne ha la metà e smaltisce il doppio delle pratiche. Il 30% non lavora agli sportelli, contro il 17 della media nazionale. Tutto lascia pensare che il carrozzone siciliano risponda più all’esigenza di un’auto-ricerca di lavoro che a quella altrui, e sia a tutti gli effetti un ufficio di collocamento autoreferenziale, che non riesce neppure a evitare file di centinaia di disoccupati. Gli esempi positivi scarseggiano e paradossalmente si verificano proprio lì dove il lavoro si trova più facilmente: da Trento alle province venete come Treviso. Nella maggior parte dei casi – dice l’ultimo rapporto dell’Anpal – la carenza di personale ( il 50% di tutte le criticità) si accompagna alla inadeguatezza di strumenti informatici (26%), all’assenza di banche dati (7,7), alla scarsezza di spazi (5,9%). Ma c’è anche una strutturale carenza di professionalità (10%): mancano orientatori e psicologi, esperti in consulenza aziendale e mediatori culturali. Dunque non bastano le assunzioni. E se è vero che la Germania ha dieci volte i nostri addetti, è altrettanto vero che i centri tedeschi gestiscono anche i sussidi, cosa che da noi fa l’Inps. E poi molte funzioni, come nel caso della Lombardia, possono essere demandate alle agenzie private.
Ma il rafforzamento dell’organico è solo il primo passo: deve accompagnarsi a un potenziamento delle strutture, a un miglioramento professionale, a un vero coordinamento: cosa per nulla facile se consideriamo che le Regioni (dalle quali i centri dipendono) hanno conservato la loro competenza legislativa e sono gelose delle proprie politiche locali. Cambiare questo stato di cose è indispensabile se si vuole solo immaginare che a ciascuno dei 6,5 milioni di poveri e pensionati al minimo (e non agli attuali 37 mila disoccupati l’anno che trovano un impiego grazie ai centri) possano essere proposti fino a tre lavori di seguito. In caso contrario, si può scommettere che il reddito di cittadinanza sarà solo un gigantesco sistema di assistenza permanente, del tutto slegato dal lavoro.