Corriere della Sera, 15 ottobre 2018
L’ossessione dell’arte per le bandiere
A Venezia, sino al 25 novembre, le bandiere di Mario Arlati sventoleranno sulle pareti della Fondazione Bevilacqua La Masa di piazza San Marco. Titolo della mostra?Muri e stracci: la materia diventa arte. «Una persona che ha passato la propria esistenza a viaggiare, da che cosa può essere affascinata se non dalle bandiere?», si chiede Stefano Contini, in una nota al catalogo. Certo l’idea delle bandiere, Arlati l’ha ripresa da Jasper Johns – che al vessillo ha dedicato trenta dipinti, quattordici stampe e cinquanta disegni —, solo che, qui, la sua sembra diventata un’ossessione. Il concetto di «bandiera» si dilata: si estende a muri e stracci. Bandiere lasciate «incomplete» di qualche particolare, perché l’artista vuole che sia lo spettatore a provvedere. Mancano stelle in quella americana: perché non sostituirle con un cranio che sormonta due tibie o due sciabole incrociate? Certo la bandiera ha sempre esercitato un notevole fascino fra gli artisti. Ricordate quelle dei tre «dioscuri» della Scuola di Piazza del Popolo? Vale a dire Franco Angeli (Ritratto di Mao con bandiera rossa), Tano Festa (Bandiere in movimento) e Mario Schifano (Le Stelle). E le Mappe del mondo di Alighiero Boetti? E gli Stracci dei tre colori dello stendardo di casa nostra, di Michelangelo Pistoletto? L’elenco è abbastanza lungo. Nel 2013, per esempio, per il nuovo ospedale Mire (Maternità infanzia Reggio Emilia), novanta pittori si sono misurati con la bandiera per l’unità d’Italia: Adami e Carmassi, Carmi e Della Torre, Galliani e Del Pezzo, Griffa e Mainolfi, Raciti e Shafik, Spoldi e Valentini, e tanti altri. E per l’Expo 2015, Bruno Fael ha reinterpretato i 149 vessilli dei Paesi partecipanti.
Arlati è milanese (1947) e vive fra il capoluogo lombardo e le Baleari dove pare abbia trovato un clima più consono alla sua salute e al suo lavoro (fra l’altro, ha illustrato il Libro de la noches abiertas di Antonio Colinas, che fa parte dei novísimos poeti spagnoli). A parte i corsi alla Scuola d’arte del Castello Sforzesco per cui negli anni Settanta ha cominciato come figurativo, è ad Ibiza che l’artista ha trovato la sua strada come informale, guardandosi intorno e, soprattutto, frequentando i suoi colleghi spagnoli. Arlati è un sentimentale e anche un po’ giocherellone: un giorno ha smontato la tela da una cornice, ci ha messo dentro la faccia, s’è fatto fotografare e ha mandato in giro l’immagine in testa ai comunicati-stampa delle sue mostre. Che ci volete fare. Lui è fatto così: sensibile, tenero, ridanciano.
L’artista lombardo punta tutto su materia e colore. I colori li rintraccia nell’isola iberica dove trascorre buona parte dell’anno, così come la luce: forte, vivida, rigogliosa, abbagliante, persino accecante talvolta. E allora egli «come un alchimista – osserva Ettore Mocchetti in catalogo – mescola calce, gessi, terre e pigmenti colorati, li stende, li sovrappone, li stratifica sino a restituire la ruvida, scabrosa texture dei muri cotti dal sole ed erosi dal vento e dalla salsedine».
Risultati? Tinte forti: neri, rossi, bianchi, blu, rosa, arancione, Le bandiere diventano muri e i muri prendono le sembianze di bandiere. Colori e stoffe. E poi i tessuti riciclati su tela – presentati a mo’ di stemma araldico – e i monocromi. I titoli? In inglese (Incomplete flag, White & green) e spagnolo (Calle de la Virgen, Rojo blanco, Armando y Isabel, Trapos amarillo). Oddio, ce n’è anche uno in italiano: Potenza del colore. Sufficiente.