Corriere della Sera, 15 ottobre 2018
Intervista a Bob Woodward: «Sul Russiagate mancano le prove»
WASHINGTON «Come finirà l’inchiesta del superprocuratore Mueller su Trump e le interferenze russe nelle elezioni? Non lo so. Sono un reporter, ricostruisco il passato. Non ne conosco nessuno bravo a raccontare il futuro. E ci sono tante grandi storie da raccontare. Però so una cosa: per arrivare all’impeachment servono prove chiare di un crimine commesso dal presidente. Ad oggi vedo ipotesi, sospetti, indizi, ma non prove. Forse verranno fuori. John Dowd, a lungo avvocato di Trump alla Casa Bianca, è convinto, come racconto nel libro, che Mueller abbia in serbo qualcosa di grosso. Ma, a oggi, c’è ben poco».
Bob Woodward mi accoglie sulla porta della sua casa nel quartiere di Georgetown: una townhouse con una piccola torretta che ricorda la Casa sulla Ferrovia del dipinto di Edward Hopper che fu presa da Alfred Hitchcock a modello per quella di Psycho. L’ingresso è ingombro di casse piene di copie di Fear, il suo libro su Trump del quale sono state vendute 900 mila copie nel solo giorno dell’uscita in America, lo scorso 11 settembre. Il giornalista del Washington Post, «eroe» del Watergate (autore, con Carl Bernstein, dell’inchiesta che nel 1974 costrinse l’allora presidente Nixon a dimettersi per evitare guai peggiori), mi mostra con un certo orgoglio le copie in fiammingo che gli sono appena state recapitate dal suo editore olandese. L’edizione italiana, pubblicata da Solferino e titolata Paura, Trump alla Casa Bianca, sarà in libreria il 18 ottobre.
Ci fermiamo in salotto, tra volumi di storia, superalcolici in bottiglie di cristallo e foto di famiglia. Niente cimeli del Watergate né immagini di Tutti gli uomini del presidente, il film del 1976 su quel caso, coi due giornalisti interpretati da Robert Redford e Dustin Hoffman. Poi, guardando meglio, tra libri di storia e foto di figli e nipoti trovo, incorniciato, l’invito all’inaugurazione della presidenza Nixon. Mentre il caldo tropicale di metà ottobre ci spinge in cucina alla ricerca di acqua ghiacciata, gli chiedo delle similitudini tra Watergate e Russiagate, a cominciare dalle due effrazioni nelle sedi del partito democratico: negli anni Settanta quella fisica dei finti idraulici di Nixon, nel 2016 quella digitale partita dalla Russia.
«Paura» è zeppo di testimonianze durissime sul presidente, la sua impreparazione, il narcisismo, i cambi di rotta decisi per spinte umorali o per un interesse elettorale immediato, senza tener conto delle conseguenze per l’America e il mondo. Ma sulla minaccia più seria che grava su Trump, l’accusa di collusione coi russi, lei è molto prudente, quasi assolutorio.
«Osservo i fatti. È vero, alcuni ricordano il Watergate. Ma ci sono anche differenze fondamentali: intanto allora fu provato che Nixon era un criminale, mentre a oggi non abbiamo prove che Trump abbia commesso crimini. Che si tratti di collusione coi russi o di ostruzione della giustizia».
Nemmeno le testimonianze di Michael Cohen, il suo ex avvocato ora collaboratore di giustizia?
«Non le conosciamo, sono segrete. Quello che è emerso di certo non basta. Nel caso del Watergate, poi, c’erano dei testimoni che hanno raccontato per giorni e giorni quello che avveniva alla Casa Bianca. Come John Dean, il consigliere di Nixon che rivelò l’esistenza di registrazioni dei colloqui nello Studio Ovale. Per Trump, a oggi, non abbiamo niente di simile. Può darsi che Mueller abbia raccolto altri elementi: non lo so. Io, da giornalista, non riesco ad andare oltre. Credo che la verità sul Russiagate vada cercata a Mosca. Forse un tempo avrei provato, ma è una cosa molto pericolosa: si rischia la prigione. O la vita. Oggi, a 75 anni, non credo che mia moglie mi lascerebbe andare. Ma magari, attraverso la rete della Cia, il procuratore ha raccolto elementi ai quali la stampa non è arrivata. Insomma, non accuso e non assolvo: registro i fatti che riesco ad accertare».
Nell’era digitale il giornalismo è cambiato. Prima di Internet si diceva che il vero cronista è quello che consuma le suole delle scarpe.
«Per me è ancora così. Quando tengo corsi di giornalismo a Yale dico ai giovani: chiudete il computer e andate sulla scena dei fatti. È vero, la cultura di Internet ci cambia: prevalgono l’impazienza, la velocità. Se ora io ti dicessi qualcosa di grosso, tu chiameresti il Corriere che probabilmente vorrebbe metterlo subito su Internet. Non dico che non sia giusto, ci sono vari modi di informare. Io ne ho scelto un altro che mi pare utile in quest’epoca di battaglie contro le fake news. Mi sono preso il lusso del tempo e l’ho usato per girare di casa in casa, preferibilmente a tarda sera. Bussare alle porte della gente, parlare a lungo, conquistare la fiducia, tornare più volte. La prima, magari, ti raccontano cose interessanti, ma se chiedi documenti a sostegno della loro narrazione, ti dicono che non ne hanno. La terza volta che vai, salgono al piano di sopra e tornano giù con due scatoloni zeppi di carte. Con le quali la tua ricostruzione acquista ben altro spessore».
Trump la stimava, ora non più. L’ha frequentato per molto tempo?
«No, l’ho conosciuto negli anni Ottanta. Dopo la pubblicazione del suo libro, The Art of the Deal, Carl Bernstein, che ha molto fiuto per le persone, mi disse: dobbiamo conoscerlo. Così andammo a intervistarlo nella Trump Tower. Ma poi abbiamo perso le bobine della registrazione: quell’intervista non è mai uscita. L’altra intervista con lui è quella che ho fatto col collega Bob Costa nell’aprile del 2016. Trump era già quasi certo di avere la nomination repubblicana, ma era convinzione diffusa, a destra come a sinistra, che non sarebbe diventato presidente».
È lì che è nato il titolo del suo libro. Ne aveva in mente altri?
«Mi piaceva “Uno zoo senza pareti”, basato sul racconto dell’ex capo di gabinetto di Trump, Reince Priebus, che descrive la Casa Bianca come uno zoo zeppo di predatori e senza barriere. Ma quando chiedemmo a Trump delle sue idee sull’esercizio del potere, lui si mise di profilo e disse: “Il vero potere consiste nella paura”. Dominare su gente spaventata: sembravano le parole di un Otello shakespeariano. Fu subito chiaro che Fear , paura, era un titolo di gran lunga migliore».