Corriere della Sera, 15 ottobre 2018
I due volti del principe Mbs e la sua squadra anti-dissidenti
Il giornalista saudita Jamal Khashoggi ricevette una telefonata da un consigliere della Corte Reale tra maggio e giugno. Saud al Qahtani, il consigliere, gli disse che l’erede al trono Mohammed Bin Salman lo rivoleva in patria: «Sei un figlio, sei leale, il principe ti vuole come consulente». Lo ha raccontato al Washington Post Khaled Saffuri, un amico di Khashoggi, che gli chiese se fosse intenzionato a tornare. «Ma sei matto? Non gli ho creduto neanche per un attimo...», avrebbe replicato Khashoggi. Mentre il Post evidenzia i sospetti su MBS in persona (come viene spesso chiamato il principe) per il caso Khashoggi, investitori, leader e media disdicono in queste ore la partecipazione alla grande conferenza prevista a fine ottobre a Riad. Il trentatreenne erede al trono saudita era trattato fino a ieri come un carismatico riformista, ma ora sono innegabili le ombre, che erano sempre state lì.
Quando suo padre, l’ottantaduenne Salman, è diventato re nel 2015, i diplomatici hanno cominciato a chiamare MBS «Mr. Everything», perché gestiva tutto, dalla Difesa all’Economia. A differenza di molti rampolli reali, non aveva studiato all’estero ma in patria, cementando il suo potere al fianco del padre quand’era governatore di Riad, e preferiva parlare arabo anche se capisce l’inglese. Venne descritto come un leader naturale, un lavoratore instancabile (16 ore al giorno), benché anche amante dei party in yacht. In lunghe interviste con l’Economist e Bloomberg citava Winston Churchill e Sun Tzu come ispirazioni «perché insegnano a trasformare le avversità in opportunità». Spiegava di avere una sola moglie, perché i sauditi di oggi non hanno più tempo per la poligamia. Non è difficile capire perché questo giovane «impaziente», così dirompente rispetto all’anziana Casa Reale abbia tanti fan occidentali. Già prima dell’alleanza con Trump e il genero Kushner, sotto Obama il segretario di Stato John Kerry intuendone l’ascesa inarrestabile cercò di fargli da mentore. Ma MBS non si è mai definito un democratico né un riformista.
In visita alla Silicon Valley avrebbe spiegato che il vantaggio di un monarca assoluto è che «può fare in un passo solo tutti i cambiamenti che ne richiederebbero dieci in una democrazia». La sua «Visione 2030» rivela un’autentica convinzione che senza una diversificazione dell’economia al di là del petrolio e senza intrattenimento per i giovani sauditi non c’è futuro. Lo stesso Khashoggi elogiò alcune sue riforme, come le maggiori libertà per le donne. Ma dalla guerra in Yemen (dichiarata senz’avvertire, pare, la Casa Bianca) fino agli arresti di islamisti, laici e miliardari, il principe ha rivelato – come denunciava da tempo il Committee to Protect Journalists— che nella «nuova Arabia l’unica voce che si sente è la sua». «Negli ultimi 18 mesi la squadra che si occupa di comunicazione per MBS ha intimidito chiunque dissenta – scrisse Khashoggi a febbraio —. Al Qahtani, il capo, ha una lista nera. Scrittori come me che criticano ma in modo rispettoso vengono ritenuti più pericolosi dell’opposizione saudita a Londra». Oltre al quarantenne Al Qahtani, definito da un giornale qatarino «lo Steve Bannon saudita», al Corriere della Sera un’attivista poi arrestata ha detto che la squadra è composta da due altri portavoce: Badr Mohammed Al Asaker, figlio del proprietario dei grandi magazzini omonimi, e Turki Al Sheikh. Elevati al rango di ministri, sono su Twitter dove dirottano i dibattiti in favore di Riad. Khashoggi scrisse che stavano «creando un mondo virtuale dove l’Arabia è una superpotenza e MBS è il leader più popolare».
Alcuni ritengono inconcepibile che il principe possa aver ordinato un’operazione di rendition all’estero. Altri non sarebbero sorpresi perché «inesperto» e «accecato dal potere assoluto». Al Qahtani, con lo pseudonimo «Dhary» scriverebbe anche poesie. Una è intitolata: «La testa eretta», in elogio a MBS.