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 2018  ottobre 14 Domenica calendario

Il caso Prina

Silvano Nigro è uno scrittore che ama da sempre giocare con l’immagine e la parola, e lo fa adoperando una scrittura labirintica, difficile da etichettare. I suoi sono libri generati dalla letteratura, e, in particolare, da una sua declinazione che per sommi capi si può definire manganelliana, dunque disorientante, obliqua, tangenziale. Al centro c’è l’idea che sulla letteratura si possa fare solo letteratura. Nigro mette in scena una lingua sontuosa, arguta, divagante, istrionica. È insieme un grande studioso e uno scrittore fascinosamente mesmerico, ma in ogni suo libro si sente l’eco di una cerimonia, dove il sapere gioca una partita rischiosa con l’ombra, col silenzio. 
Siciliano, Nigro, ha insegnato, oltre che nei più importanti atenei italiani, anche all’École Normale Supérieure di Parigi e in alcune tra le più prestigiose università americane, coltivando studi che spaziano dalla novellistica del Quattrocento a Pontormo, Manzoni, Manganelli, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Camilleri. 
Si può dire che Silvano Nigro componga con Ceronetti e Sciascia la pattuglia di sfondamento dei lettori illegali di Alessandro Manzoni. Illegali rispetto alla legalizzazione che nel tempo ha mummificato il romanzo del grande scrittore milanese. In questo senso, La funesta docilità, l’ultimo libro di Nigro, edito da Sellerio, condensa uno sguardo su Manzoni, e sulla letteratura, che proviene da lontano. Non è un caso che l’autore lo dedichi ai suoi maestri, Leonardo Sciascia, Elvira Sellerio e Giorgio Manganelli. Tre personalità che hanno segnato in modi diversi la biografia di Silvano Nigro, la sua attività di studioso, di scrittore e di consulente editoriale. La dedica non è solo un gioco privato, ma il punto di congiunzione tra questi incontri cruciali e una idea di letteratura filtrata da Manzoni. L’epigrafe con cui Nigro apre il suo racconto è una citazione di Giacomo De Benedetti: «… come la scoperta del corpo del delitto in un romanzo criminale», tratta da Il personaggio-uomo nell’arte moderna, del 1963. Un indizio che nella strategia del libro si rivelerà centrale. Infatti, nel dipanarsi del suo narrare, argomentare, e indagare, Nigro ci pone di fronte all’ambiguità di un fatto, la sommossa milanese del 1814 durante la quale il ministro delle finanze Giuseppe Prina fu prima buttato giù dalla finestra di Palazzo Sannazzari, poi linciato dalla folla di rivoltosi e saccheggiatori che affollavano piazza San Fedele, e lo lascia commentare da Manzoni, dai suoi contemporanei, e dalle immagini che vivono clandestine nell’opera del grande scrittore, indagando la propensione visiva dissimulata nel suo romanzo. 
Tutto parte da una scheggia contenuta nel capitolo XIII: «Quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti». Una frase che ha lungamente ossessionato Leonardo Sciascia, trascinandolo in un rovello che ha riguardato le diverse versioni in cui Manzoni modulò la sua opinione su quel fatto brutale, e che gli farà infine annotare «crediamo sia poi diventata sostanza di una inquietudine profonda, drammatica e segreta dell’intera sua vita e dell’opera». Di fatto, quella contro il Prina fu una “carnificina”, o, come dice Nigro, una “selvaggia festa della morte”. Lo testimoniano le parole che Silvio Pellico pose in apertura a una sua lettera dove descriveva gli accadimenti che avevano portato a far scempio del corpo del ministro: «Milano ha scosso il fango sotto cui giaceva. Una sola vittima è tacitamente compianta da tutti, benché fosse segnata dall’odio di tutti». Dell’episodio si occuparono anche Ugo Foscolo e Stendhal, e quest’ultimo gli dedicò una lapide nell’opera Rome, Naples et Florence en 1817, poi incorporata e sciolta in narrazione, nel secondo capitolo della Certosa di Parma. 
Nigro enuclea con chiarezza le ragioni a monte del linciaggio, e cioè la crisi economica che come oggi aveva inasprito il risentimento sociale. Il ministro delle Finanze, accusato di essersi sottomesso alla politica bellicistica dell’imperatore Napoleone e alla sua richiesta sempre più esosa di sovvenzioni di guerra, balzelli, prestiti forzati, pagamenti anticipati delle tasse, venne calunniato.
Eludendo la profondità del nodo umano e civile di quell’episodio, Manzoni, il 24 aprile del 1814, «quattro giorni dopo che il Prina era stato macellato e trascinato per le strade del centro della città» scrisse in francese una lettera che consegnò al cugino Giacomo Beccaria perché a sua volta la portasse a Fauriel. Nel testo, da Nigro riproposto nella traduzione di Leonardo Sciascia, lo scrittore imputava la macchia di sangue che aveva sporcato la città “ad un processo di degenerazione dovuto all’intervento di violenti che niente avevano da spartire con la giusta causa indipendentista e unitaria della «miglior parte» dei milanesi”. Vale la pena di riprodurre un passaggio della lettera: «Mio cugino vi racconterà della rivoluzione che qui è avvenuta. È stata unanime, e io oso dirla saggia e pura benché sciaguratamente macchiata da un assassinio; poiché è certo che quelli che hanno fatto la rivoluzione (e cioè la più grande e miglior parte della città) nell’assassinio non ebbero alcuna parte, lontanissima una simil cosa dal loro carattere. Sono state alcune persone che hanno approfittato del sommovimento popolare per dirigerlo contro un uomo segnato dal pubblico odio, il ministro delle finanze, che è stato massacrato nonostante gli sforzi che molti hanno fatto per salvarlo. Voi sapete bene che il popolo è dovunque buona giuria e cattivo tribunale; e comunque potete crederlo, tutta la gente onesta si è sentita dolorosamente colpita da questo fatto”.
Da quel momento il fantasma del ministro delle finanze non lascerà più tranquillo Manzoni. Sciascia aveva pensato di dedicarsi all’affaire Manzoni-Prina già nel 1974, e recensendo il prezioso libretto di Gianfranco Grechi sul delitto rilevava che “la freddezza di fronte al caso del Prina, nella lettera al Fauriel indubbiamente viene da una passione politica che sovrasta i sentimenti e la ragione cristiana: ma nella rappresentazione comica in cui nel romanzo trasferisce il tragico evento, forse è possibile decifrare un rimorso. Per noi che l’amiamo”. Continua Nigro: “Partì da lì una inchiesta, condotta su basi indiziarie, tra gli interstizi, i silenzi e le variazioni della scrittura manzoniana. Sciascia voleva scrivere un giallo filologico, abbreviato in racconto. Andava alla ricerca non del colpevole di un delitto, ma delle origini di un dolore: di un’afflizione, di un rimorso.” Il bellissimo racconto critico di Nigro risarcisce i lettori del libro che Sciascia non scrisse. Un libro in cui come sempre, e forse più che mai, egli prodigiosamente mescola le carte tra documento, ricostruzione e romanzo, trascinando il lettore nel gorgo del non-detto del grande scrittore milanese. L’avvio è romanzesco, il 6 gennaio 1873 Manzoni cade e batte la fronte contro uno scalino, nella vertigine del dolore piazza San Fedele diviene per lo scrittore la visione stereoscopica in cui “si liberarono palinsesti architettonici, storie di vite intrecciate, concatenazioni di famiglie note: gli Imbonati, i Blondel, i D’Azeglio(…) Su quell’attimo si riversarono dal teatro della memoria i ricordi in bianco e nero che l’uomo in caduta sfogliò con un dito immaginario.”
Ma il libro tesse e interroga anche la relazione tra visivo e scritto, quella relazione che, come Nigro racconta in apertura, lasciava inorridito Mallarmé. Facendo riemergere il visivo sepolto nel romanzo di Manzoni, dando accento all’importanza che lo scrittore attribuì alle illustrazioni con cui volle ripubblicarlo nell’edizione del 1840-42, Nigro si confronta con un nodo oggi centrale: la culturalità dell’immagine, il luogo in cui si confrontano i limiti del visibile e i limiti del dicibile, in Manzoni come in Sebald. 
Scrive Nigro a proposito dell’ostinazione con cui Manzoni volle fare spazio alle immagini: «Le vignette non sono siparietti distratti dal testo. Vennero inserite nella trama scritta, nella sintassi del racconto, come scrittura visiva messa a far collaborare parole e immagini in modo da arricchire e indirizzare la lettura con l’evidenziazione di sfumature, allusioni, particolari, correlazioni tra capitoli anche lontani”. Un dialogo, quello tra immagine e parola, che per Manzoni sarebbe continuato con l’arte in figure di Guttuso, Caruso, Paladino, artisti cui Nigro dedica un’appendice in cui fa emergere come l’illustrazione possa divenire un gesto critico destinato a durare.