il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2018
Tutti i numeri sulla marijuana terapeutica
Si parte con 90 pazienti, salvo poi allargare il campione in base ai risultati ottenuti. La Regione Piemonte entro la fine dell’anno finanzierà con 150mila euro il primo studio in Italia sull’efficacia terapeutica della cannabis. L’indagine, che sarà realizzata dall’Ospedale Città della salute di Torino, vorrebbe mettere un punto fermo nella ricerca scientifica, visto che il dibattitto internazionale sull’utilità della terapia è aperto. Ma c’è dell’altro. I pazienti che ricorrono a questo trattamento, di fronte a gravi patologie come per esempio la sclerosi multipla, sono in costante aumento: in un anno tra Torino e le altre province sono triplicati. Solo che non esiste un caso Piemonte. Esiste, semmai, un caso Italia.
La vertiginosa crescita delle persone in trattamento riguarda infatti tutto il Paese. E con un sistema sanitario che dipende ancora dalle importazioni dall’estero, l’accesso alle cure, per tanti, resta un complicato slalom tra farmacie e ospedali. In alcuni casi, un autentico miraggio.
I numeri sono incontrovertibili. Secondo gli ultimi aggiornamenti del ministero della Salute, a fronte di un vertiginoso aumento dei pazienti, anche i consumi – che nel 2014 si erano fermati a 50 milioni di chili – l’anno scorso hanno raggiunto i 350 chili, con un aumento del 600% in 3 anni. Per quest’anno, nel 2018, è stato stimato un fabbisogno di 700 chili, il doppio rispetto all’anno precedente: e, rispetto al 2014, vorrebbe dire + 1.300%. Una moltiplicazione che lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, l’unica struttura italiana autorizzata a produrre cannabis a uso medico, non riesce a fronteggiare. Quest’anno arriverà, se non ci saranno intoppi, a produrne 120 chili. Tutto il resto dovrà essere comprato all’estero. In Germania, ma soprattutto in Olanda. Cosa che potrebbe anche apparire facile. Ma ci sono accordi internazionali che stabiliscono quote di importazione autorizzate che sono tarate sui consumi dell’anno precedente e sulle stime di fabbisogno presentate anno per anno. Con il risultato che “ancora oggi la produzione interna e le importazioni non coprono un fabbisogno in costante incremento”, dice Marco Perduca, coordinatore della ricerca scientifica dell’associazione Luca Coscioni.
La buona volontà politica ora non sembra essere in discussione, col nuovo ministro. Ma vediamo i fatti dicono i pazienti.
Lo scorso luglio il ministro della Salute Giulia Grillo ha annunciato l’aumento degli acquisti di cannabis in Olanda, principale produttore europeo: quote raddoppiate per il 2018 e il 2019. Inevitabile dopo l’emergenza scattata negli ultimi mesi del 2017, quando, con le scorte esaurite, molti pazienti furono costretti a interrompere la terapia. La buona volontà politica non sembra essere in discussione. “Adesso abbiamo un ministro che dice: investiamo, facciamo studi, informiamo e formiamo i medici, un ministro che ha riconosciuto l’efficacia della cannabis nella terapia del dolore”, aggiunge Perduca. Ma è anche vero che non c’è ancora traccia delle partnership pubblico-private promesse dal ministro per aumentare la produzione domestica con nuove serre di coltivazione, nonostante in tanti, a partire da Coldiretti, si siano fatti avanti per la creazione di una filiera italiana controllata. “In conformità alla convenzioni delle Nazioni Unite e alla normativa vigente verrà valutata la crescita del fabbisogno stimato”, si limita a rispondere il ministero sulla possibilità che si possano stringere collaborazioni con i privati. Senza dimenticare che già l’anno scorso la multinazionale olandese della marijuana medica, la Bedrocan, aveva annunciato di dover limitare le esportazioni verso il nostro Paese: la domanda che arrivava dai pazienti italiani superava infatti ampiamente l’importo massimo richiesto dal Governo.
Così ancora oggi ci sono farmacie che non riescono ad avere scorte adeguate, come conferma Paola Minghetti, presidente della Società italiana dei farmacisti preparatori. “Le prescrizioni dei medici sono in costante aumento – spiega Minghetti – ma i distributori non sempre riescono ad assicurare le forniture richieste. E il ministero ci dice che per le importazioni deve attenersi agli accordi internazionali. C’è poi il problema del prezzo al banco, fissato in 9 euro al grammo. Troppo basso: a volte non basta nemmeno per coprire i costi”. Con una ulteriore aggravante: non tutte le Regioni si sono dotate di una normativa sulla somministrazione di cannabis terapeutica, in alcune è gratuita, in altre – come per esempio la Calabria – no.
I malati migrano nelle altre Regioni per la difficoltà di reperire le scorte nelle farmacie
La mancanza di omogeneità nell’accesso alle scorte delle farmacie determina anche il fenomeno del turismo sanitario. Nella sola Emilia Romagna, l’anno scorso la metà degli oltre mille pazienti trattati è arrivato da fuori regione. “C’è anche una difficoltà legata alla distribuzione, perché il ministero dà la priorità alle farmacie ospedaliere, alle quali vengono spedite i quantitativi più elevati”, dice Paolo Poli, presidente della società italiana ricerca cannabis. “Solo che molti pazienti non riescono a ottenere gratuitamente i farmaci perché nella loro regione la patologia di cui soffrono non è riconosciuta tra quelle per le quali è previsto l’accesso senza costi alle cure. Così si rivolgono alle farmacie private, che però spesso vengono rifornite poco e male: capita che ne chiedono due chili per poi vedersene recapitare sei etti”.
La legge autorizza la cannabis per uso medico dal 2007: si va dal trattamento del dolore cronico alla sclerosi multipla al contrasto di nausea e vomito nei malati di tumore curati con la chemioterapia, per arrivare al glaucoma. Ma l’anno zero, per il monitoraggio dei pazienti, è il 2013, quando fu firmato l’accordo tra il ministero della Salute e il ministero della Difesa per dare il via alla produzione nello stabilimento militare di Firenze. Stabilimento che produce la cannabis di tipo FM2 e che, di fatto, ha cominciato a distribuire dal 2016. Arrivando a contribuire con più di 50 chili lo scorso anno. Quest’anno è stata autorizzata a produrne 250, anche se alla fine saranno 120. Altri 90 saranno comprati in Germania, mentre il resto, con tutte le incognite del caso, dovrebbe arrivare dall’Olanda. L’anno prossimo poi la produzione dovrebbe raggiungere i trecento chili. Questo grazie a finanziamenti previsti dalla Legge finanziaria del 2017, che ha stanziato 1,6 milioni per aumentare la produzione e 700mila euro per le importazioni. Briciole, secondo i Radicali.
Intanto divampa il dibattito sull’efficacia delle terapie. “La cannabis viene utilizzata a scopo medico da tremila anni”, dice Paola Brusa, docente di Legislazione e tecnologia farmaceutica all’Università di Torino, che coordinerà la ricerca piemontese. “Evidentemente quindi l’efficacia c’è. Ma ancora non ci sono studi scientifici conclusivi che ci possono dire per quali patologie e con quali dosi”.
Lo studio si concentrerà sul trattamento del dolore, della fibromialgia e della meliolesi. I pazienti coinvolti assumeranno cannabis per tre mesi per poi essere osservati per i successivi sei. “A livello internazionale sono stati fatti moltissimi studi che però non si sono rilevati statisticamente rilevanti – prosegue Brusa – e a mio avviso non dobbiamo dimenticare che l’impennata delle richieste si deve anche a un effetto mediatico: se ne parla molto, e i medici sono sommersi dalle domande dei pazienti, che legittimamente vogliono stare meglio”.
Posizione condivisa dall’Istituto per la ricerca farmacologica Mario Negri. “Le evidenze scientifiche non sono ancora chiare e conclusive”, dice Enrico Davoli, capo ricercatore. “Sono appena sufficienti per alcune patologie e non danno indicazioni certe che possano riguardare tutta la popolazione. È evidente che la cannabis è efficace, ma ancora non sappiamo esattamente con che tipo di preparato. È come se fossimo al volante di una macchina potente che però non riusciamo ancora a guidare bene”.