La Stampa, 14 ottobre 2018
La prima volta di Mick Schumacher. Intervista
Il 1° ottobre del 2006, Michael Schumacher vinceva il Gran premio di Cina e per l’ultima volta faceva quel saltino sul podio che era diventato il suo marchio di fabbrica. Dodici anni dopo un altro Schumacher comincia a vincere, anche se non fa il saltino. È suo figlio Mick, 19 anni, il nuovo campione della F3 europea. Ieri a Hockenheim per vedere il suo trionfo annunciato (ha vinto otto delle ultime quindici gare, roba che neanche suo padre agli inizi) è arrivato il pubblico della Formula 1. La Germania rivede in lui il genitore. «Ha la stessa andatura, la stessa postura di papà - lo descrive Gerhard Berger, ex pilota e amico di famiglia -. Vorrei che un giorno Michael potesse venire a vederlo correre». Il cerimoniale intanto va avanti: gli abbracci in corsia box, il podio, lo champagne: i ragazzini della F3 fanno come i grandi.
«Avete visto? Non avrei pensato di avere così tanti fan», sorride Mick.
È finita: si sente più leggero?
«È un sogno, datemi il tempo di svegliarmi con calma».
Ha in programma una serata di festeggiamenti?
«No di sicuro. Ho un’altra gara da disputare e voglio essere al cento per cento, quindi andrò a letto presto come sempre. L’obiettivo è concludere il campionato con un primo posto».
Gara-1 è andata male, gara-2 è cominciata con qualche brivido: sentiva la pressione del momento decisivo?
«La pressione la supero grazie alla squadra, che mi dà tranquillità e mi permette di concentrarmi su quello che devo fare in pista».
Racconti in due parole i momenti decisivi.
«La partenza è stata nella media, niente di straordinario. Poi ho lottato duramente con Vips (il vincitore, ndr). Ci siamo toccati e ho anche preso una botta alla spalla. Sono finito largo un paio di volte e poi ho faticato un po’ a riprendere il ritmo, ma nel finale mi sono limitato a controllare. Il secondo posto era sufficiente per aggiudicarmi il titolo».
Per metà campionato non ha vinto neanche una gara, poi dal Belgio in poi sono arrivati 8 successi: che cosa le è capitato?
«Non so esattamente che cosa mi sia scattato dentro a Spa. Sensazioni e mentalità erano buone già prima, anche la velocità c’era. Ero stato tra i migliori fin dai test invernali, poi però non ero riuscito a mettere insieme i pezzi e a ottenere risultati. In Belgio ho cominciato a correre come posso e devo».
Quando ha cominciato a credere nella rimonta?
«Dopo la prima vittoria, che è sempre la più bella. Realizzare un obiettivo è una piacevole sensazione».
Se dovesse trovarsi un difetto?
«Ero debole in qualifica. Ci ho lavorato su e i risultati si sono visti».
C’è stato un consiglio particolare che le ha dato suo padre all’inizio della carriera e che si è rivelato prezioso proprio quest’anno?
«Io e papà parlavamo di tante cose, i suoi consigli li porto sempre con me ed è merito anche suo se sono qui. Questo è un giorno felice».
Avere un cognome così importante è un peso o un vantaggio per un pilota?
«Non so se aiuti o meno, so soltanto che per me è una gioia e un motivo d’orgoglio portare su una monoposto e in pista il nome Schumacher».
La F3 è stato il primo passo. Che cosa farà nel 2019?
«Ho contatti con molti team e sto valutando quale sia la strategia migliore. Nelle prossime settimane conoscerete la mia decisione per il prossimo anno».
A chi dedica la vittoria?
«A tutti coloro che mi hanno permesso di raggiungere questo risultato. Il team Prema mi ha sempre aiutato e sostenuto, soprattutto nei momenti peggiori».
Nico Rosberg disse che da ragazzo aveva una sola cosa in testa: andare in Formula 1.
«È l’ambizione di qualunque pilota. A me piace correre perché è divertente. E più sali di categoria, più ti diverti».