La Stampa, 14 ottobre 2018
Usa, le carceri private si riempiono di immigrati
Prigioni private per gli immigrati illegali. Alle prese con le difficoltà del sistema penitenziario e dinanzi alla stretta dell’amministrazione Trump sugli ingressi illegali, il governo americano ricorre in maniera sempre più ampia a strutture detentive gestite da operatori privati. Strutture da incubo in alcuni casi, denuncia il «New York Times», come quella di Adelanto, circa cento chilometri a Nordest di Los Angeles, gestita dal gruppo Geo, dove è stato recluso Josue Vladimir Cortez Diaz, 26 enne di El Salvador minacciato di morte nel suo Paese perché omosessuale. «Le condizioni erano pessime – racconta -, non interessa a nessuno se sei ammalato o se il cibo è disgustoso», i secondini picchiavano e usavano spray urticante.
Diaz e i suoi compagni hanno potuto solo dar vita a uno sciopero della fame. Lo scorso novembre al cittadino salvadoregno è stato concesso l’asilo, ed ora è in causa con Geo e le autorità americane per violazione dei diritti umani. Pablo E. Paez, portavoce della società, definisce le accuse «prive di ogni fondamento» e le autorità federali difendono l’operato del personale carcerario, asserendo che sia sempre stato in linea con i protocolli fissati dalle leggi americane.
Le priorità
La genesi di queste strutture risale ai primi anni Ottanta, quando operatori privati come Wackenhut, CoreCivic, Corrections Corporation of America o Management & Training Corporation offrivano centri e professionalità gestionali alle autorità alle prese con la saturazione delle carceri statali o federali. Oggi ospitano solo il 9% della popolazione carceraria, ma per la stragrande maggioranza vi finiscono immigrati illegali, il 73% di quelli complessivamente reclusi. «Abbiamo creato questa partnership con le strutture private per rendere le procedure più rapide, efficaci ed economiche – racconta Alonzo Peña, ex numero due di Immigration and Customs Enforcement -. La priorità non è stata di assicurare standard elevati e spesso i controlli sono lacunosi».
La vicenda desta molte preoccupazioni, specie perché come riportava il «New York Times» a settembre ci sono stati 12.800 bambini migranti in custodia nelle «prigioni contractor», cinque volte di più del 2017. E perché i falchi della Casa Bianca starebbero spingendo di nuovo su piani improntati alle separazioni tra genitori e figli al confine del Messico, scongiurate la scorsa primavera. La strategia sarebbe di fermare il crescente numero di famiglie che tentano di entrare illegalmente negli Usa, salito del 38% in agosto ed ora a livelli record.
La «scelta binaria»
Un’opzione, denominata «scelta binaria», è di tenere insieme le famiglie che cercano asilo per 20 giorni e poi dare ai genitori la scelta tra stare nei centri detentivi con i loro figli mentre il loro caso viene esaminato, o consentire che i bimbi siano portati in altri centri dove parenti o altre persone possano chiederne l’affido. Un’ipotesi orribile secondo Melania Trump, la quale in un’intervista ad Abc ha detto di aver reagito con indignazione alla «tolleranza zero» dell’amministrazione contro gli immigrati illegali che la scorsa primavera portò alla separazione di 2.500 minori dai loro genitori al confine col Messico, inducendola ad una visita a sorpresa. «Per me era inaccettabile vedere bambini e famiglie separate» ha detto la First Lady, che ne parlò subito a Donald: «Gli dissi che ritenevo fosse inaccettabile, e lui pensò la stessa cosa».