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 2018  ottobre 14 Domenica calendario

Elogio della povertà intelligente. Se i gialloverdi abbattono il tabù

Dal volontario e volenteroso esilio guatemalteco, Alessandro Di Battista studia il mondo e la vita. L’avevamo lasciato a una trasmissione televisiva in cui illustrava l’occupazione da cui era preso, la conservazione di semi nativi per la coltura di alberi da frutta e la distribuzione di cibo alle comunità piegate dalla miseria. La sovranità alimentare, la definì, perché «sovranità è una bella parola», contro i drammi provocati dai trattati di libero commercio (quei ragazzacci del Foglio ci allestirono un video parallelo col Verdone di «Un sacco bello», il Verdone che animava un comunità in alternativa all’inquinamento urbano, inteso come inquinamento anche morale). Ogni tanto, da quelle terre remote, Di Battista ricorda di rimanerci accanto, il Fondo monetario è «una banca che presta soldi a strozzo» dentro «l’impero del capitalismo finanziario», l’Unione europea è «schiava dell’alcol e di Goldman Sachs» (curioso, praticamente l’unica agenzia che non abbia demolito la manovra gialloverde), il giornali «rispondono più ai Rothschild che ai lettori». 
I bambini di Felicidad
Ieri il Fatto ha offerto il periodico reportage – interessante, come sempre – stavolta lungo la rivoluzione portata avanti «non più con le armi ma attraverso il lavoro collettivo», e che ha condotto Di Battista sino a La Felicidad – che bel nome utopico! – dove «i bimbi sono felici anche se non esistono le fogne», anche se una frana s’è portata via metà campo da calcio, e «l’unico edificio in muratura è una chiesa evangelica», e non c’è un medico, e non si trova un medicinale. Lì il lavoro collettivo funziona, se abbiamo compreso bene, e il mais «cresce rigoglioso» e le «piante di banane sono robuste».
Non si può sostenere, se non si è disonesti, che a Di Battista piaccia la miseria, ma c’è miseria e miseria, e serve un buon metro per misurare l’uomo. Infatti, scrive, i guatemaltechi scappano al di là della frontiera e oltre il Messico, fino negli Stati Uniti dove si illudono che là «non potrà mai esserci una povertà così immorale». Finiranno col perdere l’ultima ricchezza, il sorriso dei bambini della Felicidad. 
Matteo Salvini doveva avere lo stesso metro di Di Battista quando visitò la Corea del Nord dominata da un comunismo anni Cinquanta, e certo, c’è spietata dittatura, e i giornali sono a basamento della statua equestre di Kim (ma in Italia fanno lo stesso con Renzi, disse Salvini), e vige la pena di morte (ma c’è anche negli Stati Uniti, aggiunse) e tuttavia che senso di comunità, un profondo rispetto per gli anziani da noi ormai dimenticato, cinque splendidi giorni off-line, senza internet e smartphone, «un’esperienza impagabile» (poi s’è rifatto abbondantemente). Ma soprattutto i bambini, talmente felici, tutti in strada a giocare a calcio e non come i nostri rintontiti sui divani davanti alla playstation. Fa di queste belle sorprese, la miseria: meno videogiochi, che costano troppo, e più sana aria aperta, che costa nulla.
 Otto ore per due soldi
«Noi abbiamo perso l’intelligenza della povertà», ha detto poche settimane fa Beppe Grillo a José Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay. I raccoglitori agricoli dell’antichità lavoravano quattro ore e poi parlavano, ha detto, mentre noi sgobbiamo otto ore per due soldi e conduciamo vite in similpelle, le nutriamo di bistecche di plastica, i nostri figli maneggiano forse dieci giocattoli in stanze che ne ospitano duecento, e l’attesa del domani ha la cupezza dell’insoddisfazione. C’è miseria e miseria, serve il metro giusto, e serve l’intelligenza della povertà che è poi la declinazione filosofica della decrescita felice. E parrebbe arrivare al cuore della questione il reddito di cittadinanza, un soccorso e il suggerimento di uno stile vita, poiché non ammette acquisti voluttuari, si potrà spendere soltanto in generi di prima necessità, che poi significa dire ai poveri che li si pagherà purché restino poveri – strettamente dentro la prima necessità, ma intelligentemente – di modo che da poveri ritrovino il sorriso, l’aria aperta e l’intelligenza della povertà che rifiuta il superfluo.