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 2018  ottobre 14 Domenica calendario

Nel Donbass la ferita dell’Europa

Il Donbass è una ferita nel cuore dell’Europa che sconfina nell’emergenza umanitaria ed entra di forza dell’agenda dell’imminente visita del premier Giuseppe Conte al Cremlino.
A quattro anni dall’inizio della crisi armata fra governo di Kiev e separatisti filo-russi sostenuti da Mosca, in questa regione dell’Ucraina Orientale si somma un numero di vittime superiore alle guerre combattute nei Balcani dopo la Guerra Fredda – almeno 10 mila – ed il più alto numero di profughi in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – 1,5 milioni – a cui l’Onu aggiunge l’allarme sull’insicurezza alimentare e sull’accesso all’acqua potabile. L’Ucraina combatte dentro il proprio territorio perdendo una media di tre soldati a settimana – un prezzo di sangue altissimo per qualsiasi nazione – e sul fronte opposto Mosca usa volontari etnici locali e mercenari che quando cadono vengono inceneriti da crematori mobili al fine di evitare funerali e scongiurare proteste. Tutto è iniziato con l’intervento ordinato da Vladimir Putin nel marzo 2014 a seguito dell’invasione della Crimea – sempre in Ucraina -, per scongiurare che Kiev si avvicinasse all’Unione Europea prima e alla Nato poi, consentendo all’Occidente di raggiungere una repubblica ex sovietica che la Russia considera parte integrante di sé. 
Ma i risultati ottenuti da Mosca assomigliano sempre più a un boomerang, perché sul fronte militare è stallo mentre la popolarità di Ue e Nato in Ucraina è in crescita e le elezioni in programma nel 2019 a Kiev minacciano di trasformarsi in un cocente smacco per il Cremlino. Senza contare che il consenso fra Usa e Ue sulle sanzioni a Mosca per le aggressioni alla sovranità dell’Ucraina non solo tiene ma si è rafforzato negli ultimi mesi grazie alla scelta di Parigi e Berlino di aumentare il sostegno agli accordi di Minsk.
Nel tentativo di uscire dall’angolo, Mosca prova a indebolire la coesione degli occidentali facendo leva sui Paesi che, per le ragioni più diverse, esprimono dubbi sulle sanzioni: Ungheria, Grecia, Belgio, Slovacchia e Cipro. In quest’elenco il Cremlino include anche l’Italia di Giuseppe Conte, per via di un governo gialloverde i cui esponenti più volte hanno espresso posizioni anti-sanzioni, ma in realtà Roma finora ha fatto ben poco per incrinare l’intesa Washington-Parigi-Berlino-Londra. Quando gli inviati dell’amministrazione Trump incontrano gli interlocutori italiani si trovano davanti a diplomatici e militari che confermano l’adesione agli accordi di Minsk, a dispetto delle dichiarazioni pubbliche di esponenti gialloverdi che lamentano conseguenze negative per l’economia nazionale. L’imminente visita di Conte al Cremlino pone dunque l’interrogativo se l’Italia farà un passo in più verso Vladimir Putin sul Donbass, ma anche se ciò avvenisse il patto franco-tedesco sembra assicurare il rinnovo in dicembre delle sanzioni da parte dell’Ue.C’è però anche un altro scenario possibile: che l’Italia riesca a facilitare un composizione della crisi del Donbass proprio in ragione dei buoni rapporti con Mosca. Putin potrebbe aver interesse a porre fine ad una crisi armata nel Donbass che non può vincere ottenendo dei riconoscimenti per i russofoni da parte di Kiev che l’Onu potrebbe ratificare, inviando anche i caschi blu per dividere le parti. Putin potrebbe così ottenere una vittoria simbolica capace di portare anche alla progressiva riduzione delle sanzioni da parte dell’Occidente. Da qui l’ipotesi che Conte possa vestire al Cremlino gli insoliti panni del mediatore nella crisi ucraina, trasformando il dialogo bilaterale con Mosca in un tassello della strategia di Donald Trump per spingere Putin a cooperare, in una maniera o nell’altra, negli scenari regionali più rischiosi: dalla Nord Corea alla Siria. Saranno le prossime settimane a svelare se Conte vorrà e potrà cogliere tale opportunità.