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Era da tempo che volevo incontrare Evandro Agazzi, uno tra i più autorevoli logici italiani di statura internazionale e di formazione cattolica. Agazzi ha da poco pubblicato L’oggettività scientifica e i suoi contesti ( Bompiani), un lavoro che sintetizza quarant’anni di ricerche nell’ambito della filosofia della scienza e che ha già visto la luce in numerosi paesi. A questo esperto di “verità” chiedo cosa pensi delle fake news. Risponde che il fenomeno è più diffuso e serio di quanto si immagini. Va a toccare gli stessi dispositivi delle nostre credenze: «Un tempo la gente semplice prendeva per oro colato qualunque cosa gli venisse detta da un giornale. Oggi, a causa del web, la platea dei nuovi credenti si è allargata a dismisura. Occorrerebbe istituire agenzie di ricerca pubbliche in grado di confutare le fake news più dannose. Non limiteremmo, penso, la libertà di espressione, ma nello stesso tempo si restituirebbe alla competenza il diritto-dovere di informare la gente», dice esibendo una certa eleganza di pensiero. Siamo entrati nell’era della nebbia e del vapore, gli dico, pensando ai rammendi scuri che rattoppano le nostre vite. Lui mi guarda preoccupato: «Certo, è un brutto momento aggravato dalla sfiducia nelle competenze. Ma sono le uniche che possono diradare nebbia e vapore e farci vedere un po’ più chiaramente dove sta andando il mondo. Per questo bisogna ricominciare a credere nel proprio lavoro». A proposito di credenze, lei è cattolico. «Sono stato educato da una famiglia cattolica. I miei erano entrambi maestri elementari. Ho avvertito la profondità religiosa di mia madre e il lato più razionalistico di mio padre. Dopo la laurea in pedagogia, Aldo Agazzi divenne uno dei maggiori pedagogisti italiani. La religiosità ha dato un senso alla mia vita, mentre la filosofia ha fornito quel rigore che solo il lavoro critico fa raggiungere». Non c’è contraddizione tra la verità assoluta cercata dalla fede e quella cui aspira la scienza? «Sono mondi che possono convivere pur nella diversità del loro modo di conoscere. La fede considera saldi alcuni valori. L’essere umano che li condivide sa che se non li osserva rischia di perdersi. L’Assoluto è tutto qui: nella radice puramente umana e non confessionale della domanda religiosa». Intende dire che la fede precede l’esistenza di un Dio? «Intendo un’altra cosa: c’è una fede prima di tutte le religioni storiche. Dio per il credente è un bisogno preliminare. Lo scienziato invece può tranquillamente ignorare questo “assoluto”, nel senso che le scienze naturali sono di per sé agnostiche circa l’esistenza di Dio e lo è pure l’atteggiamento fondamentale della filosofia che deve essere di totale spregiudicatezza rispetto all’indagine religiosa. Lo scienziato e il filosofo possono tuttavia legittimamente aspirare a una fede, sia aderendo a un’idea di Dio, sia respingendola. In fondo, anche l’ateismo è una risposta al problema religioso». So che ha studiato alla Cattolica di Milano. «Una scelta che si è rivelata giusta. Con un piccolo rimorso». Quale? «Da bambino ero attratto dal mondo degli insetti. Mio padre mi regalò il libro di ricordi del grande entomologo Jean-Henri Fabre. Giravo nelle campagne del bergamasco – sono nato a Bergamo – o della val Brembana dove ci rifugiammo durante la guerra, incantato dalla natura. Fu un periodo felice. Anch’io, pensai, sarei diventato entomologo. Ma le cose andarono diversamente». Perché?
«Vinsi il concorso al Collegio Borromeo di Pavia dove incontrai Gustavo Bontadini che avrei ritrovato alla Cattolica. Fu un maestro autorevole e intellettualmente spregiudicato».
Era anche il maestro di Emanuele Severino.
«Tra me e Severino c’era qualche anno di differenza. Allora, i primi anni Cinquanta, già insegnava. Rimasi sorpreso e avvinto dal corso che un anno tenne sulla logica di Carnap».
Non era strano che nella roccaforte del pensiero metafisico si programmassero corsi di logica e di filosofia della scienza?
«Perché strano? Era un’università molto aperta. Fu in Cattolica che ci si occupò, in largo anticipo sui tempi, di Wittgenstein. La prima traduzione del Tractatus fu opera del gesuita Gian Carlo Maria Colombo, un brillante allievo di Bontadini che purtroppo morì giovane in un incidente di montagna. Solo alcuni anni dopo Einaudi avrebbe affrontato una nuova traduzione del libro».
Cosa pensa di Wittgenstein?
«La sua rarefatta intelligenza si scontrò con la complessità del mondo. Conobbi bene la sua allieva Gertrude Anscombe. Le chiesi perché quell’uomo così geniale aveva pubblicato pochissimo in vita. Rispose che era la persona più tormentata che avesse mai conosciuto. Il suo empirismo radicale lo chiuse dentro una gabbia argomentativa da cui si liberò troppo tardi. O forse non si liberò affatto».
Lei ha passato un lungo periodo all’università di Oxford.
«Il mio primo viaggio risale al 1960. Avevo l’intenzione di seguire le lezioni di Friedrich Waismann, che era stato un importante esponente del Circolo di Vienna. Ma non feci in tempo perché morì poco prima che arrivassi. Conobbi però il meglio della filosofia analitica. Frequentai Ayer, Strawson, Dummett. Lavorai, sotto la supervisione di Jonathan Cohen, a una ricerca a metà strada tra filosofia del linguaggio e filosofia della probabilità».
Non crede che la filosofia analitica, come dicono alcuni critici, sia diventata un esercizio sterile del pensiero?
«La filosofia analitica è soprattutto ricerca del rigore e della chiarezza. La sua virtù è essenzialmente metodologica. Ma il rigore non può essere tutto. Ricordo che a Pittsburgh ascoltai una conferenza noiosissima in cui si faceva sfoggio di rigore analitico. Alla fine Nicholas Rescher, che sedeva al mio fianco, sussurrò ironicamente: "Dopo questo spiegamento di artiglieria la mosca è stata uccisa, però era solo una mosca!"».
Cosa ci vuole oltre al rigore?
«La rilevanza speculativa di un problema non si cattura con i puri metodi, ma con l’acume filosofico. Non basta dire, come spesso gli analitici affermano, che il tema è interessante».
La nuova frontiera della filosofia sembra essere oggi il campo delle neuroscienze. Cosa pensa in proposito?
«È uno sviluppo impressionante: Antonio Damasio, Daniel Dennett o il più popolare Oliver Sacks hanno fornito contributi interessanti sulle funzioni del cervello. Si tratta spesso di una sfida alla filosofia per una più completa comprensione della complessa natura della condizione umana. Metterei tuttavia in guardia dalla tentazione riduzionista, che le neuroscienze manifestano, di spiegare esaurientemente le attività mentali come prodotti del solo cervello».
Oltre il cervello c’è una coscienza?
«Che solo in parte dipende dalle reti neurali».
Che cosa è il realismo per un filosofo della scienza?
«Ci sono molti modi di intenderlo. Il più semplice è dire che la realtà non è prodotta dal pensiero o dal linguaggio. Possiamo conoscere in modo parziale e senza la certezza di non sbagliare».
Verità ed errore hanno trovato un importante punto di riflessione in Karl Popper. Lo ha conosciuto?
«Benissimo, andai a trovarlo nella sua abitazione poco fuori Londra. Era una persona affabile, cortese, semplice e alla mano sul piano privato ma anche caparbio nelle discussioni pubbliche, in cui difficilmente accettava critiche».
Convinto di aver sempre ragione?
«Aveva una veemenza che poco si conciliava con il suo stesso spirito filosofico».
Il suo pensiero è stato oggi accantonato.
«La sua reputazione fu favorita dalle condizioni socio- politiche del dopoguerra. E dalla sua opera più celebre: La società aperta e i suoi nemici, da lui scritta nel forzato esilio in Nuova Zelanda durante la guerra e pubblicata a Londra nel 1945. Nei vent’anni in cui insegnò alla London School of Economics divenne l’ideologo del liberalismo contro il marxismo. Forse il relativo oblio di oggi compensa l’eccesso di popolarità di anni ormai passati».
È radicalmente mutato il panorama culturale?
«Direi di sì. Sono sorti nuovi problemi inerenti alla scienza e alla vita e non basta certamente per affrontarli la riflessione logica ed epistemologica. Perciò ho trovato convincenti motivi per occuparmi di bioetica».
Non ritiene che proprio il campo della bioetica sia oggi il più esposto alle risse filosofiche?
«In un certo senso è innegabile. Troppe contrapposizioni frontali di "principio"».
Cosa intende per bioetica?
«I progressi delle scienze della vita rendono possibile un gran numero di cose che prima non lo erano, ma non tutto ciò che è possibile fare è anche lecito fare. Questo è il punto di vista etico. E si tratta di affrontare questioni che non riguardano soltanto l’etica medica. Il discorso si allarga al rispetto degli animali e dell’ambiente».
Ritiene importante il pensiero di Heidegger?
«Senza dubbio, anche se è distante dal mio modo di filosofare. Trovo eccessiva l’ammirazione con cui lo considerano e imitano tanti suoi seguaci. Ma perché me lo chiede?».
La sua tesi è che siamo dominati dalla tecnica.
«C’è del vero nelle sue analisi esistenziali, ma non condivido il giudizio negativo che ne deriva. È molto più corretto, dal punto di vista della antropologia filosofica, riuscire a dare un valore alla vita nel contesto storico della tecno-scienza e non immaginando di poterla esorcizzare. Occorre potenziare questo tipo di insegnamento».
Ha anche insegnato alla Cattolica, vero?
«Ho insegnato in molte parti del mondo: Stati Uniti, Inghilterra, Germania attualmente sono direttore dell’Istituto di bioetica all’università di Città del Messico. Alla Cattolica sono stato diversi anni».
Tra gli allievi che si sono laureati con lei c’è anche Luisa Muraro.
«Fu una delle prime a laurearsi con me in filosofia della scienza. Ne ho un bel ricordo».
È una femminista storica.
«Ai miei allievi non ho mai chiesto nessuna adesione ideologica o politica. Né che si occupassero dei miei temi. La libertà di pensiero è la cosa più importante nella ricerca».
Ci fu libertà quando la Cattolica espulse Severino?
«I suoi scritti resero evidente l’incompatibilità con quella università. L’impianto del suo pensiero portava a escludere l’esistenza di Dio nel senso inteso dal cristianesimo. La vicenda precipitò dopo che il Santo Uffizio incaricò Cornelio Fabro di esaminare gli scritti di Severino per valutarne il grado di allontanamento dall’ortodossia».
Fabro era uno studioso di Kierkegaard ma soprattutto una specie di Torquemada.
«Era un uomo potente e vendicativo. Ambizioso e di una superbia luciferina. Nel decidere l’espulsione di Severino si trovò perfettamente a suo agio».
Lei la condivise?
«No, anche perché era una grande perdita per l’università. Ma c’era una disciplina e lo stesso Severino ne era consapevole. Bontadini si prodigò per trovargli un ruolo in un’altra università. Per caso fui io a favorire il suo ingresso all’Università di Venezia».
In che modo?
«Enrico Castelli mi propose di insegnare alla Ca’ Foscari dove stava per nascere la facoltà di Lettere e Filosofia. Ero da poco ordinario a Genova e declinai l’offerta. Ma dissi che Severino probabilmente sarebbe stato disponibile. Incontrai Vittore Branca, incaricato di far partire la facoltà, e gli raccontai la vicenda dell’espulsione. Branca mi chiese se era bravo come si diceva. Gli risposi che non era un professore di filosofia, ma un filosofo. Fu così che nel 1970 presero contatti e Severino poté approdare a Venezia. La sua passione per la coerenza ha avuto la meglio sulle avversità».
Quali passioni si riconosce?
«Quella per la musica è stata divorante. Studiai con un allievo della grande scuola napoletana. Passavo ogni giorno cinque o sei ore al piano. Mio padre non voleva che facessi la carriera pianistica. Vinsi perfino un concorso nel 1952. Ho dato concerti in Italia e in Germania. Poi abbandonai. All’attività di concertista preferii l’università. Due passioni, la musica e la filosofia, ma una era di troppo».
Le ha pesato dover scegliere?
«Moltissimo. È una grande scuola quella che porta a decidere quale direzione dare alla propria vita. Ogni tanto suono, ma un glaucoma mi impedisce ormai di leggere la musica. Per un po’ sono andato avanti a memoria, poi mi sono accorto che mancano sempre quelle tre o quattro battute necessarie per armonizzare un brano. C’è una certa involontaria ironia nella vecchiaia che finisce col confondersi con la nebbia e il vapore del nostro tempo, non trova?».
Invecchiare è una risorsa o una condanna?
«A parte questa strisciante cecità che non mi impedisce, anche se a fatica, di leggere e scrivere, sono in buona salute e mentalmente lucido. Vivo questa fase della vita con la serenità con cui ho vissuto le altre, ossia consapevole dei limiti ma anche delle risorse di ciascuna e con la saggezza di saper godere ciò che si ha invece di rimpiangere ciò che non si ha più o non si è mai avuto».