Robinson, 14 ottobre 2018
Vedere Balthus nell’era #MeToo
«Hanno detto che le mie ragazzine svestite erano erotiche. Non le ho mai dipinte con questa intenzione che le avrebbe rese aneddotiche, pettegole. Volevo esattamente il contrario, circondarle di un’aura di silenzio e di profondità, creare una specie di vertigine intorno a loro. Per questo le trattavo come degli angeli. Come delle creature venute da un altro mondo, dal cielo, da un ideale», scrive Balthus nelle sue memorie. «Una sola volta ho dipinto un quadro per provocare», racconta, e cita il famoso, disturbante, La leçon de guitare (1934), dove un’insegnante di musica usa il corpo nudo di una bambina come se fosse la sua chitarra. Ma bisogna capire il contesto.
Tutti cercano di provocare, in quel periodo, cubisti e surrealisti compresi. E Balthus, giovane e ambizioso, cerca lo scandalo, sa che per attirare l’attenzione servono «cose molto violente». «Oggi devi urlare forte se vuoi farti sentire», scrive nel ’34 alla fidanzata, Antoinette de Watteville, raccontandole che ha in mente dei quadri erotici. «Bisogna raggiungere l’istinto, quello del basso ventre», dice. Servono «picconi e trapani» per «perforare l’asfalto e ritrovare la terra, la buona terra». E per buona terra intende la buona pittura, quella rinascimentale.
Lo scandalo puntualmente arriva, durante la sua prima personale a Parigi alla Galerie Pierre. Nessun quadro venduto e attacchi feroci: «dei poveri cani che trovano il mio lavoro sinistro e morboso», commenta Balthus, «nauseati dalla profonda (e per questo misteriosa) realtà umana dei miei quadri». In compenso, trova ammiratori come Artaud, Picasso, Derain. Arrivano quindi con un certo ritardo le due sorelle che l’anno scorso hanno raccolto 12.000 firme con una petizione online per far rimuovere dal Metropolitan Thérèse rêvant (1938). Balthus, ai tempi del #MeToo, è un bersaglio fin troppo ovvio. Ma il Met non è Netflix o Amazon. E Thérèse rêvant in questi giorni è felicemente appesa alle pareti della Fondazione Beyeler di Basilea, dove si tiene una retrospettiva di Balthus (a cura di Raphaël Bouvier e Michiko Kono, fino al primo gennaio 2019). Bellissima, e in tre varianti (l’ha ritratta undici volte): altera e pensierosa in Thérèse (1938), o insieme al fratello in Les Enfants Blanchard (1937), a gattoni sotto al tavolo, davanti a un quaderno aperto. Allo stesso periodo appartengono i ritratti di Antoinette, “adorable Bébé”, fra cui lo splendido La Jupe blanche (del ’37, anno del loro matrimonio), dove lei è sdraiata su una sedia, la testa piegata, la camicia bianca aperta, il reggiseno in vista e ai piedi delle scarpette rosse ricamate, che richiamano la tenda sullo sfondo. Sia Thérèse che Antoinette, più che svestite sono assorte («Non dipingo sogni, dipingo sognatrici»).
Come tutte le creature di Balthus, nude con i calzettoni o con le ballerine, addormentate sul divano, allo specchio, con le gambe leggermente aperte o accucciate sul pavimento, vivono in un silenzio tutto loro, inafferrabile come quello dei gatti, misterioso come il pensiero nell’adolescenza. Fissate da uno sguardo senza tempo, che comprende Poussin come Masaccio e Masolino, Piero della Francesca come l’arte orientale, in fondo non sono né angeli né ninfette. E il turbamento sta proprio in questo confine, così sfuggente. Se la gente proietta su di loro i propri fantasmi, dice Balthus, «è un problema loro, non mio». Il suo problema, semmai, è cercare la luce giusta, quella «luce naturale” che “cambia con i movimenti del cielo«. E lavorare con estrema lentezza, con rigore, come un pittore antico.
Certo, la relazione di Balthus con Laurence, dicassettenne figlia di Bataille, o il rapporto con Frédérique Tison, sedici anni, nipote acquisita, parlano chiaro. Ma erano altri tempi e se i musei si piegassero alle nuove logiche ispirate dal #MeToo – per quanto bene intenzionate – si svuoterebbero molte sale. Bisognerebbe buttare le scandalose ragazze dipinte da Egon Schiele, che addirittura finì in cella per Tatjana Georgette Anna, 13 anni. E anche Picasso potrebbe incorrere nella censura: Marie-Thérèse Walter aveva diciassette anni quando è cominciata la loro storia. Una deriva del genere potrebbe addirittura ritorcersi contro la madre del femminismo, Simone de Beauvoir, che nel 1943 viene interdetta dall’insegnamento per la sua relazione con un’allieva, Nathalie Sorokin.