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 2018  ottobre 14 Domenica calendario

Dialogo tra Andrea De Carlo e Michael Nyman

Uno è l’autore di Una di Luna, ambientato in uno show culinario. L’altro, il musicista di Lezioni di piano: qui suonano la stessa melodia, dal barocco ai Led Zeppelin. Perché l’originalità è tutto (caso permettendo) Talent e talento. Balla una vocale, cambia tutto. Basta mettere a confronto uno scrittore e un musicista. Il primo è Andrea De Carlo, che a un talent (Masterpiece, dedicato alla letteratura) ha partecipato, e di un talent — palesemente Masterchef anche se lo chiama Chef Test — scrive nell’ultimo libroUna di Luna (La Nave di Teseo). Il secondo è Michael Nyman, talento multiforme visto che ama sempre più fare piccoli filmati dalle scene quotidiane e che nel 2019 sempre per La Nave di Teseo pubblicherà un estratto dei diari che ha scritto dal 1965 al 2005, «poi sono passato dalla carta al computer». Personaggi diversi, eppure in comune hanno proprio il talento e la voglia di parlarne. Basta farli sedere accanto nella casa milanese di Nyman, ingombra anche sui pavimenti di libri, foto, quadri, cose. Il famoso disordine creativo, appunto.
Partiamo proprio dal talento, e dal talent, che sarebbe la traduzione in inglese, ma ormai è diventato altro. Queste trasmissioni sono il modo giusto di far emergere il talento? Lei De Carlo è stato anche giurato nell’unico tentativo di farne uno sulla scrittura.
ANDREA DE CARLO: «Masterpiece, nel 2010, fu una scommessa perduta, forse perché l’impostazione da talent era troppo dogmatica, forse perché raccontare la scrittura in televisione non è possibile. Si sarebbero potuti raccontare gli aspiranti scrittori e i loro mondi, ma agli autori del programma non interessava. Non lo rifarei».
MICHAEL NYMAN: «Da spettatore, ho un rapporto controverso con queste trasmissioni. Mi colpisce la drammatizzazione che fanno di una cosa bella come cucinare, con musiche di sottofondo che assicurano a noi autori molte royalty, anche se non hanno usato mai le mie. Immagino che i soldi li abbia fatti il mio amico Ludovico Einaudi. Però lo spettatore non annusa e non assaggia, è come ascoltare musica se sei morto. Li ringrazio per avermi fatto conoscere un genio come Massimo Bottura».
DE CARLO: «Ho trovato inevitabile mettere a confronto il padre e la figlia di Una di Luna con la spettacolarizzazione della cucina in forma di talent, una volta deciso che fossero entrambi chef. L’anziano padre va ospite a una trasmissione così, pensa di vivere una rivalsa, poi scopre che il montaggio l’ha ridotto a una persona qualsiasi, banale. L’aspetto insensato è anche la trasformazione degli chef in filosofi, dispensatori di massime di vita».
NYMAN: «Ma questo lo trovo anche nei talent musicali, che hanno a che fare molto più con la personalità dei giudici. I concorrenti sono incoraggiati a scimmiottare senza originalità. A volte nascono cose magnifiche, più spesso è un karaoke».
Invece voi due puntate entrambi decisamente sulla creazione in proprio, sull’originalità.
NYMAN: «Che in realtà non esiste appieno. A me ogni tanto tornano in testa sprazzi di canzoni ascoltate in passato, da bambino oppure mentre studiavo musica. Penso alla colonna sonora dello Zoo di Venere di Peter Greenaway: cercavo musiche barocche nello stile di Heinrich Biber, finché non me le sono trovate direttamente sul pentagramma».
DE CARLO: «Posso capirti. Nella mia scrittura tutto nasce dall’esperienza, l’osservazione, la memoria, gli strani affioramenti dell’immaginazione. Poi inizio a scrivere, dopo dubbi, domande e riflessioni, e la storia prende vita, mi trascina spesso in modo imprevedibile. È una strana miscela di razionalità e istinto scrivere un romanzo».
C’è differenza tra scrivere musica e parole?
DE CARLO: «Io uso moltissimo la musica per scrivere libri. Una di Luna è nato ascoltando dischi di Maceo Parker e Larry Carlton, mi davano energia. Anche se la musicalità cui ho poi badato è stata quella delle parole e delle loro combinazioni, i ritmi che creano. Anche nella scrittura di un romanzo ci sono melodie, temi, motivi ricorrenti. Però ogni lettore poi legge lo stesso libro in modo diverso, nel senso che trova un suo proprio ritmo differente da tutti gli altri. La storia resta la stessa, ma la lettura è un’esperienza individuale».
NYMAN: «Mettendo assieme questi diari per il libro prossimo venturo, per cui stiamo trattando anche con editori stranieri come Thames& Hudson, ho badato più all’aspetto estetico. Le pagine saranno riprodotte fotograficamente, alcune sembrano miniature di amanuensi medievali. E io ci farò altre annotazioni accanto. Amo parecchio l’aspetto visivo. Giro sempre con una macchina fotografica digitale e riprendo quel che vedo. In zona Castello Sforzesco c’era una sfilata di magnifiche auto d’epoca. Riguardando il video, c’era anche la colonna sonora: il brusio della gente che commentava ammirata, e la musichetta che avevo ascoltato chissà quando e inconsciamente fischiettavo. Mi piace la musica nel quotidiano, anche se Milano ne ha decisamente troppa: il solo difetto di parco Sempione è la quantità di molesti suonatori di strada, il Comune dovrebbe proibirli».
DE CARLO: «Anche io giro sempre con il necessario per appuntarmi storie, immagini, momenti. Osservare è la base di tutto, sempre. Su Milano lasciami aggiungere che da tempo non ci vivo più, ma ho ancora un appartamento qui e quando torno la trovo certamente più variegata, più multicolore, più internazionale».
Un’altra città vi accomuna: Venezia.
DE CARLO: «Volevo raccontarla da tanto tempo, dal di dentro. È diventata una dei protagonisti di Una di Luna, come fosse una persona, accanto a questo padre e questa figlia con un rapporto complicato e inestricabile. La trovo purtroppo sempre più vittima di stereotipi, asfaltata da milioni di turisti. In sostanza temo che stia morendo, e chi decide di continuare a viverci ha uno spirito eroico, lo fa malgrado tutto».
NYMAN: «Per me è stata l’inizio di tanto. Basti dire che la Michael Nyman Band si formò nel 1976 per la produzione del Campiello di Carlo Goldoni. La trovo incredibile anche per le coincidenze che crea. L’anno scorso passeggio per Milano, due ragazzi mi riconoscono e mi fermano. Lavorano al festival Bookcity e mi invitano a un party letterario a Venezia. Ci vado e tra le prime persone che incontro c’è una mia amica editrice, con cui abbiamo parlato della raccolta dei miei diari. Lo stesso editore tuo, Andrea. I casi della vita».
Ma il caso è la base di tutto, no?
DE CARLO: «Non sa quanto. Per tornare su Milano, è una città piccola ma dove puoi perdere di vista chiunque anche per anni. Poi vado a Città del Messico e mi imbatto in persone che non incontravo da tempo».
NYMAN: «Confermo. Di recente torno a Londra e qualcuno mi dice che nel quartiere dove mi trovo vive Robert Plant. Alzo gli occhi e c’è uno che è identico a lui. Gli chiedo se è Robert Plant e lui dice: "Not today", non oggi. Parliamo, e lui conosceva tutto di me, mentre io dei Led Zeppelin soloStairway to Heaven. Non solo: avevamo vissuto nella stessa città, negli stessi anni, facendo lo stesso mestiere e non ci eravamo mai conosciuti di persona. Avevamo fatto vite parallele».
DE CARLO: «Sì, bisogna sempre prestare attenzione alle sorprese della vita. In fondo viviamo di questo».