Davis man generoso e ruvido. Un personaggio. Niente schemi se non quella sventagliata fotonica che tra gli ‘80 e i ‘90 ha incantato gli amanti del tennis imperfetto: genio senza regole, alla McEnroe, la guerra dentro, perle rare e sfuriate e il solito saldo fatto di rimpianti (dovuti anche agli infortuni). A 53 anni, 3 figli, 13 tatuaggi tra cui i ritratti degli eredi, quattro ernie del disco, Canè è ancora così: prendere o lasciare.
Perché non la chiamano in Federazione?
«Non sono bravo nelle pr. E non so lisciare il pelo. Ma sto bene come sto, qui, vicino a casa e alla mia famiglia. Scelte di vita».
Gorle, 5 mila abitanti alle porte di Bergamo. La Scuola Tennis Paolo Canè è nell’impianto comunale del paese. C’è una pizzeria che fa anche asporto, altro che circoli fighetti. Lei in campo otto ore al giorno coi ragazzi. Ultrapaziente. Da non credere.
«Quando dico ai genitori che le lezioni le faccio io - non un un altro maestro - mi fanno: “davvero?”. Sempre messo la faccia, nel bene e nel male. Poi con tre figli un po’ si cambia, o no?».
C’è chi ancora ricorda la sua racchetta che si abbatte sui gerani del Foro Italico.
«Avevo dentro una cosa che mi saliva: era come un demone. Ma era lo stesso demone che mi faceva trovare dei colpi che non credevo nemmeno io. A Cagliari batto Wilander in un match spalmato su due giorni, interrompono cinque volte per pioggia e lì dico: ciao, andata. Poi arriva il lampo e... 7-5 al quinto».
Wilander il giorno, lei la notte.
«Ci sono i regolari e gli irregolari. Non faccio parte dei primi. Avere sfidato Wilander, Lendl, McEnroe, Agassi, Sampras, Becker, Edberg, Connors, Noah, Pat Cash, è stato un onore».
Sia sincero. Dove o chi le piacerebbe allenare?
«Farei volentieri il capitano di Davis. Penso di avere dato qualcosa ai colori azzurri. Tra i giocatori seguirei Fognini: abbiamo caratteri simili. Ha un’esplosività e una tecnica imbarazzanti. Mano d’oro».
Stesso carattere sì: racchette spaccate, discussioni con l’arbitro, screzi col pubblico.
«In campo c’è chi tiene dentro e chi butta fuori. Questione di temperamento. Poi finita la partita torni te stesso».
Ha fatto parlare anche fuori dal campo: il lungo fidanzamento con Paola Turci, una vita mai al risparmio, il suo ex coach Fabio Avogadri in carcere per droga.
«Se a 53 anni sono qui a fare il cesto coi ragazzini vuol dire che ho punti fermi: i valori sani dello sport, sacrificio, fatica. Se guardo indietro avrei potuto salire di più. Farei scelte diverse, certo».
Con un’altra testa Canè sarebbe entrato nei primi 10.
Quante volte l’ha sentita dire?
«Mi esce dalle orecchie. Ma coi se e coi ma non si riscrive la storia.
Poi può essere vero anche il contrario».
Tennis oggi: solo palestra e mazzate. È così?
«Sì. In Italia l’ultimo campione e personaggio è stato Adriano Panatta. Punto».
Il più forte oggi.
«Shapovalov».
Il più forte di sempre.
«Federer sul veloce, Nadal sulla terra».
Chi avrebbe voluto battere.
«Lendl a Wimbledon. Ci sono andato vicino».
Su Whatsapp ha una foto insieme a McEnroe.
«Internazionali 1987. L’unica volta insieme in doppio. Non me lo dimenticherò mai, sa perché?».
No.
«Lui che dice a me di stare tranquillo: da Oscar».