La Lettura, 14 ottobre 2018
Tre cuori e neuroni ovunque, il genio decentrato del polpo
L’incontro ravvicinato con una seppia gigante gli ha cambiato la vita. Da allora è convinto che l’oceano sia abitato da menti del tutto diverse dalle nostre, da creature intelligenti e curiose chiamate cefalopodi. L’australiano Peter Godfrey-Smith, tra i filosofi della biologia più accreditati, dal 2008 si immerge al largo di Sydney per far visita ai suoi lontani cugini polpi. Perlustrando i fondali ha scoperto Octopolis, uno strano raduno permanente di tentacoli e ventose.
Le cronache di laboratorio sono piene di aneddoti sulla scaltrezza di questi molluschi: fughe di soppiatto nei tombini, sabotaggi degli acquari, spegnimento delle luci con getti d’acqua. Qualcuno scommette che riconoscono gli esseri umani. Il loro sistema nervoso ha un’architettura diversa dalla nostra: un cervello centrale dialoga con i gangli distribuiti sulle otto braccia. Durante l’evoluzione persero la conchiglia, puntando tutto su un corpo così proteiforme che passa per i buchi delle serrature e si infila nelle bottiglie. Un corpo, scrive Godfrey-Smith in Altre menti (Adelphi), che è «pura possibilità» e ospita quanto di più vicino a un’intelligenza aliena vi sia in natura.
Perché un filosofo della scienza si occupa di polpi?
«La filosofia mette insieme le cose. Quando il mondo diventa confuso, la filosofia diventa molto importante».
Allora, data la confusione che ci circonda, per noi filosofi ci sarà sempre lavoro. I polpi hanno tre cuori e mezzo miliardo di neuroni, quanti quelli di un piccolo mammifero, ma distribuiti su tutto il corpo. Giocano con gli oggetti e risolvono problemi. Ma in che senso lei ipotizza che siano «coscienti»?
«Io penso che i polpi siano esseri senzienti, che abbiano esperienza delle loro vite e posseggano una “esperienza soggettiva”. Non penso che i polpi siano animali riflessivi né che abbiano sequenze di pensieri interni separati dalle loro esperienze in presa diretta. Non so se provino un qualche senso di chi sono, e dunque un tipo di auto-coscienza. Ma sono molto più sicuro del fatto che i polpi, e forse altri invertebrati come seppie e granchi, siano esseri senzienti che fanno esperienza delle loro vite. Questa caratteristica secondo me è quanto meno una forma embrionale di coscienza».
Lei scrive che i cefalopodi, nel grande albero della biodiversità, sono un’isola di complessità mentale evolutasi in modo parallelo alla nostra. Quindi la loro intelligenza è pressoché incommensurabile alla nostra. Come facciamo a dire che hanno una «mente»? Non sarebbe meglio dire che hanno un’integrazione mente-corpo che per noi è impossibile immaginare?
«Ammetto che questa è la parte dell’“essere-un-polpo” più difficile da concepire per noi umani, che siamo esseri piuttosto centralizzati, forse non così unificati come talvolta immaginiamo, ma molto più centralizzati di un polpo. Tutti noi però siamo abituati ad affrontare situazioni in cui ci troviamo a svolgere un complicato comportamento senza sapere esattamente come lo abbiamo fatto, negli sport o nella musica per esempio. Questo ci dà forse qualche piccolo indizio su come potrebbe sembrare la vita di un polpo. Sospetto che loro possano vedere le loro braccia fare cose che il braccio stesso ha controllato, come se fossero osservatori delle azioni che le parti del loro stesso corpo compiono. Tuttavia, sono d’accordo che le nostre abilità immaginative siano stirate al massimo dall’enorme differenza tra noi e loro».
Infatti, è una distanza evolutiva grandissima, il nostro antenato comune vermiforme viveva nel primo Cambriano, 600 milioni di anni fa. Eppure secondo lei la coscienza in natura potrebbe essersi evoluta gradualmente in specie diverse. Come è possibile?
«Supponga che un animale possa avere sprazzi molto vaghi di dolore e piacere. Mentre gli eventi accadono, l’animale registra internamente se è accaduto qualcosa di buono o di cattivo, ma non può pensare a che cosa è appena accaduto, né pensare sé stesso come soggetto di quegli eventi. Adesso assumiamo che l’animale possa anche usare le sue risposte di piacere o dolore per evitare alcune cose e ricercarne altre. Io penso che questo sia un tipo di esperienza soggettiva, una forma semplice di coscienza. Ma ci sono certamente altre forme, che si vedono nella riflessione cosciente, nella pianificazione e nella reminiscenza».
Trovo che sia contro-intuitivo per noi pensare che la coscienza non sia una questione «tutto-o-niente», eppure è una delle conseguenze più affascinanti dell’idea della discendenza comune di tutti gli esseri viventi.
«Concordo, è una delle più sorprendenti idee che scaturiscono da una visione darwiniana del mondo».
Ma allora, nell’albero della vita, lei come definirebbe l’unicità umana?
«Credo che per noi sia stata decisiva l’internalizzazione del linguaggio come strumento per pensare e pianificare. Per noi il linguaggio non è soltanto un mezzo per comunicare, ma organizza le nostre menti e ci fa maneggiare idee complesse. Dubito che qualsiasi altro animale abbia questa importante proprietà. Ma non mi piace spendere troppo tempo pensando all’unicità umana».
D’accordo, studiamo le «altre menti», ma ci basiamo pur sempre sulla nostra idea di mente.
«Secondo me non è del tutto sbagliato immaginare le vite mentali degli animali sul modello della nostra, purché siamo consapevoli degli errori a cui può condurre l’antropomorfismo. È interessante pensare alla nostra esperienza e poi cercare di immaginare cambiamenti che possano portarci più vicino a quella di altri animali. Per esempio, riusciamo a immaginare che cosa significhi avere l’abilità di vedere – ancorché in modo vago e parziale – con tutta la pelle? I polpi, abilissimi in colorazioni e camuffamenti, possono farlo, e penso che sia un buon esercizio mettersi nei loro panni».
Le immersioni e il contatto con i polpi l’hanno portata all’impegno per la conservazione. È una conseguenza del lavoro o la sua motivazione iniziale?
«Ho sempre nutrito interesse nella conservazione dei mari, ma la scrittura del libro ha reso questi temi molto più vividi per me. Quasi tutte le esperienze subacquee che racconto sono avvenute in parchi e santuari marini protetti in Australia. La battaglia politica per mantenere una buona protezione su queste aree è costante e purtroppo in anni recenti non abbiamo visto progressi, ma il contrario. Facendo immersioni ho davvero capito quali forti effetti positivi abbiano sulla vita marina le aree protette, anche le più piccole, dove non vi sia pesca di alcun tipo. Sono molto preoccupato per l’acidificazione degli oceani, un problema globale molto difficile da affrontare».
I polpi sono utilizzati come animali da laboratorio. L’Unione Europea ha incluso i cefalopodi, unici invertebrati, tra gli animali da proteggere di più.
«Io penso che dovrebbero esserci molte meno sperimentazioni sugli animali senzienti di quante ve ne siano, specialmente quando sono mosse dalla curiosità piuttosto che dalla ricerca medica».
Il problema è che moltissime ricerche che hanno avuto straordinarie ricadute mediche sono partite da domande di curiosità scientifica pura.
«Non sono così preoccupato per gli esperimenti comportamentali che non arrecano danno agli animali. Il problema sono gli esperimenti che implicano sofferenza. Penso che la decisione dell’Ue sui polpi vada nella giusta direzione».
Ma se consideriamo tutti gli animali senzienti, non rischiamo che la ricerca scientifica si fermi?
«Penso che si debba trovare un punto di equilibrio. Quasi tutti siamo d’accordo sul principio generale della minor sofferenza possibile. Il problema è decidere quale ricerca sia così importante da richiedere un minimo grado di sofferenza per gli animali, e quale no. Io sposterei la bilancia più a favore della protezione degli animali, soprattutto primati e altri mammiferi, ma non solo».
Seppie e polpi vivono due o tre anni, con rare eccezioni. La forte predazione che subiscono li rende incerti sul domani e li porta a riprodursi una volta sola, poi declinano. Il loro cervello vive un’esperienza condensata e fugace. Gli efficientissimi occhi a fotocamera si spengono, il corpo si sfalda e si abbandonano alla corrente. Se Godfrey-Smith ha ragione, forse l’ultimo barlume di coscienza è un saluto all’oceano da cui tutto cominciò.