Corriere della Sera, 14 ottobre 2018
Sulla crisi in Macedonia e Kosovo
Le crisi fra gli Stati scoppiano generalmente quando due Paesi aspirano allo stesso territorio o uno di essi ritiene di essere minacciato dalle ambizioni dell’altro. Ma vi sono anche le crisi «identitarie», provocate dalla pretesa del primo di usare un nome che il secondo rivendica come proprio. Viste dall’esterno queste crisi ricordano «La secchia rapita», il poema eroicomico in cui Alessandro Tassoni, agli inizi del XVII° secolo, raccontò la storia di un conflitto fra bolognesi e modenesi per una secchia di legno che i guerrieri di Modena avevano rubato ai guerrieri di Bologna. In questo caso la secchia rapita è il nome, «Macedonia», con cui è chiamata una regione dei Balcani meridionali incastonata fra Serbia, Bulgaria e Grecia. Apparteneva alla Jugoslavia multinazionale, nata dopo la fine della Grande guerra, e conservò il nome quando divenne indipendente dopo la disintegrazione dello Stato jugoslavo a Dayton (Usa), nel 1995.
Macedonia, tuttavia, è anche il nome di una regione greca che dette i natali ad Alessandro Magno. Per evitare sgradevoli confusioni il governo di Atene, per molti anni, ha impedito alla Macedonia ex jugoslava di entrare con quel nome nella Unione Europea e nella Nato. Dopo un lungo negoziato il problema è stato risolto recentemente con un compromesso: lo Stato macedone si chiamerà Macedonia del Nord e la Grecia rinuncerà al suo veto. Ma i due litiganti non avevano fatto i conti con gli elettori macedoni che, chiamati ad approvare il compromesso con un referendum, hanno in buona parte disertato le urne e annullato il risultato della consultazione. Dietro questa vicenda vi è probabilmente la strategia di quei macedoni, sostenuti dalla Russia, che non vogliono entrare nella Nato.
Qualcosa del genere sta accadendo nel Kosovo, un altro Stato balcanico nato dalla disintegrazione della Jugoslavia. Anche il Kosovo vuole entrare nella Unione Europea e nella Nato. Ma il suo governo deve anzitutto accordarsi con la Serbia sullo status e sui diritti dei serbi rimasti con i loro antichi monasteri in territorio kosovaro. Oggi, dopo la fuga in Serbia di circa due terzi della popolazione, sono soltanto 100.000, ma i monasteri ortodossi sono la storica culla della patria serba.
Questi problemi non esisterebbero, naturalmente, se i serbi del generale Mladic non avessero ucciso 8.000 musulmani bosniaci a Srebrenica nel luglio del 1995, se gli accordi di Dayton del novembre 1995 non avessero frantumato la Jugoslavia, se la Nato non avesse bombardato la Serbia per due mesi nel 1999 e se il Kosovo, con il beneplacito delle democrazie occidentali, non avesse proclamato la propria indipendenza nel 2008. Tutto è accaduto perché la Nato estendesse il suo ombrello all’intera penisola balcanica e l’Europa accogliesse una mezza dozzina di nuovi membri: due fattori che hanno il doppio inconveniente di peggiorare i rapporti con la Russia e di rendere la Ue ancora più difficilmente governabile.