Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  ottobre 11 Giovedì calendario

Nino D’Angelo canterà al Bataclan


Incredibile come sotto la malinconica saggezza del sessantenne di oggi ci sia ancora lo sguardo ribaldo e irriverente del ragazzino che negli anni Ottanta spopolò con un appariscente caschetto d’oro nel cuore del popolo napoletano.
Ma i 60 anni (compiuti l’anno scorso) ci sono e per Nino D’Angelo è cominciato il momento dei bilanci: «Per forza, viene spontaneo tirare le somme e ho deciso di farmi alcuni regali, a partire dalla serata allo stadio San Paolo, che è stata una festa fantastica, irripetibile, e un tour che dura dall’anno scorso, esaltante, con esauriti dappertutto, anche in teatri dove non mi facevano entrare neanche a vedere gli spettacoli, tipo l’Arcimboldi di Milano».
Il tour si concluderà con tre date eccezionali: il 23 novembre a Londra, il 30 a Liegi e il primo dicembre al Bataclan di Parigi.
Questa magari il suo pubblico non se l’aspettava. Com’è successo?
«Quando ci fu la tragedia pensai che quel locale assomigliava al mio Trianon, e che prima o poi avrei voluto cantare lì. Ho pensato che a Parigi il mio teatro fosse proprio quello, il Bataclan, altro che Olympia».
Perché le ricorda il teatro che dirige nel cuore di Forcella?
«Perché lì intorno ormai si spara dalla mattina alla sera, ci sono le cosiddette “stese”, quando se ne vanno in giro sui motorini a sparare, tanto per spargere paura, ma non bisogna mollare, perché quei ragazzi che stanno a Forcella sono il mio orgoglio, la mia partita più bella, lì mi sento padre, nonno, figlio, mi sento una persona fino in fondo, ci sono dei ragazzi che hanno dovuto sbagliare per forza, semplicemente perché non sanno cos’è il dritto e cos’è il rovescio, per questo deve sopravvivere un teatro dove hanno recitato tutti i più grandi artisti».
Viene qualcuno a fare minacce o a pretendere qualcosa?
«No, mai, secondo me anche a loro alla fine fa piacere che ci sia qualcosa o qualcuno che fa vedere ai ragazzi una realtà diversa.
Il Trianon lo lasciano in pace».
Non è che questo percorso di festa finirà per approdare al prossimo festival di Sanremo?
«Chi lo sa? Non sta a me dirlo, ma sicuramente avrei un’idea molto forte, diciamo pure sorprendente.
In giro tutti pensano a un duetto con Gigi D’Alessio, perché siamo diventati molto amici e da qualche tempo ci divertiamo come ragazzini a fare dei video che facciamo girare, ma non ci sarà questo a Sanremo.
Non posso dire niente, ma solo che non sarà un duetto con Gigi».
Nella sua vita ha cambiato molto la sua immagine. Questo ha un prezzo?
«Sì, certo, ma se ho fatto una cosa importante nella vita è stata proprio negli anni Novanta, quando ho deciso di cambiare, avevo perso i miei genitori, era iniziata una fase di ripiegamento, e d’altra parte stava anche cambiando il genere cosiddetto neomelodico».
Un passato che lei però non ha rinnegato?
«Certo che no e poi a modo mio sono stato un rivoluzionario, che piacesse o meno, perché non parlavo di malavita. In realtà tutti i film che allora faceva Merola erano già un’anticipazione di Gomorra, e le canzoni parlavano solo di guappi e pistole. Merola in quegli anni andò a Domenica in e Pippo Baudo gli chiese chi fosse il suo erede, lui disse Nino D’Angelo, e questo mi sconvolse la vita perché con tutto il rispetto, io non volevo essere il suo erede, o meglio il numero due, perché a fare quello che faceva, Merola era insuperabile. Ma io sono ancor legato a ’ Nu jeans e ‘ na maglietta, la presento come la madre di tutti i neomelodici.
Quando l’ho scritta ebbi subito la certezza che sarebbe stata un successo, allora non avevo un soldo, mia moglie conserva un biglietto in cui le scrissi: “Che mazz’ che tieni, sei una donna ricca”, l’avevo capito che avrei fatto i soldi. Io mi sentivo già più un cantautore, magari neomelodico, e per me quel brano, in quegli anni in cui si cantava solo di malavita, era comunque una cosa nuova, e infatti Pino Daniele mi volle conoscere, una delle sue sorelle era malata per me, e lui mi invitò a Formia. La prendeva in giro: “Vedi? Ti ho portato Nino D’Angelo”. Da allora fu un punto di riferimento, un esempio, e spesso anche un incoraggiamento sulla strada del cambiamento».
A proposito, è sembrato strano che non fosse alla serata in onore di Pino Daniele.
«Strano? Diciamo pure offensivo, è stata un’ingiustizia, e infatti non sono arrabbiato, sono offeso, avrebbe dovuto essere una festa soprattutto napoletana, e invece…».
Pentito di qualcosa?
«No, non ci sono vie di mezzo, se una cosa la senti la devi fare, fino in fondo, quando ho deciso di cambiare è stato difficile perché il “caschetto” si mangiava tutto, poi ho osato e le cose mi sono tornate, magari anche dopo tanti anni, ma sono arrivate, per assurdo mi stanno tornando ancora oggi.
Portare a Sanremo Senza giacca e cravatta per me è stata una rivoluzione ma è stata capita dopo, i miei pezzi oggi a Napoli li cantano i giovani ed è arrivato un pubblico nuovo, io non ho dietro le radio, non faccio gossip, eppure succede».
Merito dei sessant’anni?
«Diciamo che oggi ho stima di me, e forse l’avevo un po’ persa, credo di esser stato soprattutto un cantante napoletano. Ho fatto molto per me, ma credo anche per la canzone napoletana».