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 2018  ottobre 11 Giovedì calendario


La mostra sui testamenti dei grandi italiani

Li conosciamo per i versi che hanno scritto, le battaglie che hanno combattuto e gli ideali in cui hanno creduto. Adesso li vediamo soli e sconfitti di fronte alla morte. La loro morte. A Palermo, nella sala degli Specchi del Teatro Politeama fino al 29 ottobre, c’è la mostra che s’intitola «Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani». È un viaggio nelle ultime volontà di ventotto personaggi celebri tra cui Alessandro Manzoni, Giuseppe Garibaldi, Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Enrico De Nicola, Alcide De Gasperi, Gabriele D’Annunzio. Leggere i testamenti dei grandi scrittori e statisti soddisfa la curiosità morbosa di scoprire la loro situazione economica, ma soprattutto svela il volto umano di questi uomini che hanno indicato con nome e cognome i loro affetti, espresso le maggiori preoccupazioni e i desideri legati all’ultimo respiro. Al di là del linguaggio burocratico e dagli elenchi pedanti, dagli atti notarili emerge molto del pensiero, dello stile e della fede di chi li ha vergati.

LA FEDE E LA POLITICA Prima di cominciare a disporre dei suoi beni, per esempio, Alessandro Manzoni scrive: «In nome della Santissima Trinità, Padre figlio e Spirito Santo» e, al dodicesimo punto, ha un pensiero per il suo servitore Clemente Vismara. «Se, come suppongo, si troverà al mio servizio al momento della mia morte, lascio, per la ristrettezza del mio asse, la tenue somma di lire cento, in benemerenza de’ suoi fedeli e affettuosi servizi dei quali consegno qui una piena attestazione». Giuseppe Garibaldi, dopo aver ripartito il patrimonio tra i numerosi figli – quattro da Anita (Domenico, Menotti, Rosa, Teresa e Ricciotti), uno dalla domestica Battistina Ravello (Anita) e tre da Francesca Armosino (Clelia, Rosita e Manlilo) – scrive: «La mia salma vestirà camicia rossa. La testa – nel feretro, o lettino di ferro – appoggiata al muro verso tramontana, con volto scoperto. I piedi assicurati con una catenetta di ferro». Garibaldi allega anche un testamento politico in cui avverte di non chiamare il sacerdote per l’estrema unzione. «Dichiaro che, trovandomi in piena ragione, oggi non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di crassa ignoranza io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada». Garibaldi chiede che il suo cadavere sia bruciato, e un po’ delle sue ceneri vengano raccolte in una bottiglia di cristallo «che collocheranno sotto il mio ginepro (di Fenicia) favorito, a sinistra della strada che scende al lavatoio». Camillo Benso Conte di Cavour fu molto generoso con i suoi servitori. Nominò suo erede universale il nipote Armando, lasciò al fratello Marchese Gustavo i libri della biblioteca, alla nipote Marchesa Giuseppina «il vaso donato da S.M. l’Imperatore dei Francesi all’epoca del Congresso di Parigi, tutte le croci e le decorazioni sia estere che nazionali che io posseggo ed il mio busto del chiarissimo scultore Vela». I beni ai parenti, ma i soldi ai suoi collaboratori: soprattutto il segretario e mastro di casa Martino Toseo a cui Cavour concesse un vitalizio di duemila lire l’anno. Al cameriere Vedel lasciò una pensione di trecento lire annue e l’intero guardaroba con tutti i suoi abiti e la biancheria. Nel 1898, alla morte della moglie Margherita, Giuseppe Verdi si trova senza eredi (i suoi due figli Virginia e Icilio morirono piccolissimi) e con un patrimonio immenso. Il suo testamento è tra i più lunghi di quelli esposti a Palermo nella mostra a cura del Consiglio Nazionale del Notariato. Il Maestro lasciò istruzioni molto chiare per i suoi funerali: si sarebbero dovuti svolgere all’alba o al tramonto senza sfarzo né musica. Volle esequie semplici, come tutta la sua vita. Verdi lasciò i suoi averi allo stabilimento dei rachitici di Genova, ai sordomuti, ai ciechi, agli asili centrali della città. Al monte di Pietà di Busseto lasciò tre fondi, all’Opera Pia casa di Riposo dei musicisti il palazzo che aveva fatto costruire in piazzale Michelangelo Buonarroti a Milano (ancora oggi sede della casa di riposo dei musicisti). Molto generosi furono i lasciti alla servitù: tremila lire al contadino Basilio Pizzola, quattromila lire ai camerieri Giuseppe Gaiani e Teresa Nepoti per i «premurosi servigi prestati».

I DESIDERI DEI PAPI Gabriele D’Annunzio apre il testamento con la frase «Hic manebimus optime», «Qui staremo benissimo», la stessa che il poeta usava come motto durante l’occupazione della città di Fiume. Papa Roncalli, dopo aver chiesto perdono per le sue colpe scrive: «Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero». Montini manda «a tutti la benedizione del Papa che muore». Luigi Pirandello davanti alla morte si strappa la maschera che in Uno nessuno e Centomila Vitangelo Moscarda era riuscito a togliersi di dosso a costo di essere preso per pazzo. Le sue ultime volontà sembrano una novella: «Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Né annunzi, né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga nudo in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe. Quello dei poveri. E nessuno mi accompagni. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere, perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra della campagna di Girgenti, dove nacqui».