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 2018  ottobre 11 Giovedì calendario


In Italia non arrivano più cinesi

A Milano il numero di cinesi che hanno chiesto la residenza in città, dal 2013 ad oggi, è diminuito della metà. Nel 2018 la richiesta di domicilio è stata avanzata da 959 cinesi, contro i 1855 di sei anni fa, i 2053 del 2104, i 2060 dell’anno dopo, i 2087 del 2016 e i 2019 dello scorso anno. Questi i dati ufficiali comunicati dall’assessorato alla trasformazione digitale e servizi civici del Comune di Milano. Resta, però, pressoché invariato il numero di cinesi che risiedono a Milano (30mila) e in Lombardia (50mila), dato stabile negli ultimi cinque anni.
«Non mi stupisco di questi numeri», commenta Angelo Ou, della comunità cinese meneghina e come dice lui «testimone diretto dei primi flussi migratori cinesi in Italia». Non si stupisce perché, spiega, «siamo ormai alla quarta generazione di cinesi che sono nati qui e dunque il numero dei residenti resta stabile. C’è da considerare poi che in molti, prima residenti, hanno ottenuto la cittadinanza italiana». Le percentuali milanesi sono pressoché identiche a quelle delle altre grandi città italiane: «C’è Prato, con le sue industrie tessili – puntualizza Ou – che continua ad essere di richiamo per i cinesi che vengono in Italia, in realtà, però, sono sempre meno». Il 2007 era stato l’anno del maggior flusso di cinesi in Italia, ma oggi non è più così perché «diciamoci la verità – puntualizza Angelo Ou -, oggi si sta meglio in Cina che qui. C’è lavoro, la politica ambientale ha fatto un notevole balzo in avanti ed è vertiginosamente diminuito il rischio finanziario, sia interno, sia per chi in Cina investe capitali. È un Paese che sta vivendo una nuova primavera». Tornando ai dati, sul piano nazionale la flessione delle richieste di residenza (ma anche di cittadinanza) da parte di cittadini cinesi, solo nell’ultimo anno ha subìto una flessione del 4,5%. Con 500mila residenti, quella cinese è la quarta comunità di stranieri in ordine di numero, presente in Italia. Una comunità che nelle giovani generazioni mostra importanti cambiamenti, come una forte crescita nella formazione. Sempre più cinesi (12.376 nel 2017, +43% sul 2009) frequentano le università italiane e un laureato non comunitario su sei è cinese. Secondo la Fondazione Leone Moressa, i cinesi si concentrano nelle province di Milano (30mila), Firenze (18mila), Roma (25mila) e Prato (20mila). In queste stesse città (tranne Prato – dove la concentrazione di cinesi sul piano nazionale raggiunge il 39% – e Firenze che vanno in controtendenza), sempre negli ultimi cinque anni, il numero di chi ha fatto domanda di residenza è diminuito del 50%. C’è poi un rapporto di due anni fa del ministero del Lavoro che sfata un altro luogo comune: non corrisponde a verità che i cinesi preferiscono l’impresa o il commercio. La metà di loro, infatti, lavora come dipendente e il loro tasso di attività (67%) è di gran lunga superiore al 56% medio dei migranti non comunitari e al 55,4% degli italiani. È comunque innegabile la predisposizione dei cinesi nel fare impresa. Coloro che lavorano in proprio sono oltre 70mila e costituiscono il 9,5% del totale degli imprenditori stranieri che operano in Italia. Le attività e gestite da cinesi sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio (40%), le attività manifatturiere (30,3%) e della ristorazione (20,4%). A livello territoriale si concentrano in Lombardia (20,9%), Toscana (18,2%) e Veneto (12%). Inoltre i cinesi sono la popolazione immigrata che invia il numero maggiore di denaro in patria (41,1%), per un totale di oltre 5 miliardi di euro annui. E pagano anche regolarmente le tasse. Infatti, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, nel 2016, 92mila contribuenti cinesi hanno versato quasi 250 milioni di euro di Irpef: +6,5% sul numero di contribuenti e +11,9% come soldi versati.