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 2018  ottobre 11 Giovedì calendario

Mezzo milione all’assalto del reddito di cittadinanza nella sola Milano

Sarà un assalto ai forni, sarà più che altro «una questione di ordine pubblico», quindi «chiameremo le forze dell’ordine, se necessario». Sarà necessario sì, perché quando il reddito di cittadinanza diventerà vero, qui agli sportelli del centro per l’impiego di Milano avranno qualche problema (è un eufemismo), e già si stanno preparando, al peggio che verrà. Secondo un calcolo prudente della Cgil, non appena il decreto verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale una massa di almeno 500mila persone cercherà di accreditarsi nei 41 centri della provincia di Milano, un’area dove trovare un lavoro è sicuramente più facile che altrove, essendoci qui più lavoro, oltre che un’organizzazione pubblica che si chiama Afol, che raggiunge una percentuale di successo del 24 per cento (dati 2017, ma anche 2016), quando la media nazionale è del 3. Eppure anche il “modello Milano” è destinato a fallire, perché in questi 41 centri ci sono appena 107 operatori. Francesca Casanova, responsabile dell’unica struttura in città, dice che «questo front office conta su 33 dipendenti. Ogni giorno riceviamo 450/500 persone, ed è già una mole notevole. Quando arriverà il reddito di cittadinanza? Il flusso sarà importantissimo. Faremo il possibile, sennò chiameremo i carabinieri per gestire le code». Già adesso «molti vengono a chiedere notizie e addirittura il modulo. Noi però non sappiamo niente, quindi non diciamo niente, perché ai nostri utenti possiamo fornire solo informazioni certe. Cioè, solo quello che verrà pubblicato sulla Gazzetta». L’unica certezza è che l’accreditamento passerà attraverso i centri per l’impiego. Si aspetta, dunque, nella sede imponente di via Strozzi, zona Bande Nere-Lorenteggio dove un architetto fantasioso ha copiato il modello Guggenheim di New York, e il disoccupato deve per forza scendere uno scalone a elica, e per di più foderato di specchi. Ma superato lo stupore dell’effetto discoteca, si trovano i 33 sportelli con altrettanti impiegati e computer, un utente seduto davanti, e va detto che per il 45% si tratta di stranieri. Giuseppe Zingale, direttore generale di Afol Metropolitana (cioè Milano e provincia), spiega che «le pratiche amministrative che già facciamo sono 139mila l’anno. Inoltre, siamo un unicum in Italia, con quella di Monza e Brianza: noi facciamo le politiche attive del lavoro». Afol significa Agenzia per la formazione, l’orientamento e il lavoro, ed è nata da una vecchia idea di una assessora al Lavoro in Provincia, Maria Grazia Bisogni, quando ancora c’erano le Province e c’era pure il Pds, il suo partito. Immaginò, in anni in cui i centri per l’impiego si limitavano a registrare la disoccupazione, un’unica struttura che svolgesse la parte burocratica ma che insegnasse a fare un curriculum e ad affrontare un colloquio, e preparasse le persone con corsi realizzati con università, aziende, centri di ricerca, e così si è arrivati ad avere corsi di fotografia (al Cfp Bauer, assai rinomato tra fotografi e photo editor), moda, estetica, informatica, lingue eccetera, e alcuni dei centri sul territorio si sono specializzati tipo Rozzano, sugli impianti solari e fotovoltaici, Sesto sulla meccanica, Cologno Monzese sull’acconciatura. Naturalmente tutto questo ha un costo. Per finanziare Afol i Comuni aderenti versano una quota di 50 centesimi per abitante, e Milano un euro per cittadino. «Sono soldi ben spesi», dice Antonio Verona, responsabile del dipartimento mercato del lavoro, formazione e ricerca della Camera del Lavoro. Se non ci fossero questi fondi (malcontati, 2 milioni) Milano e provincia non raggiungerebbero il successo nel 24 per cento dei casi, e bisogna anche dire che (anzi, lo dicono i dati Anpal, l’Agenzia nazionale politiche attive lavoro) qui gli occupati hanno trovato lavoro attraverso i centri per l’impiego (7 e qualcosa per cento), tramite strutture private accreditate come Adecco e Manpower (stessa percentuale) e nell’85 per cento attraverso conoscenze personali. Verona è sicuro che neanche a Milano ce la faranno a sostenere l’impatto di quella massa che «in pochi giorni, non appena sarà pubblicato il decreto, premerà per farsi profilare e certificare». E come si arriva all’ipotetico numero dei 500mila? «Centomila disoccupati, più 400mila in età di lavoro, ma che non ce l’hanno e neanche lo cercano». Molti di più vorranno informazioni, il modulo, il profilo, e un centro pubblico non può mandare via nessuno. Zingale, è preoccupato? «Il reddito di cittadinanza si può fare, ma o rinunciamo alle politiche attive del lavoro, o ci danno un serio piano di rafforzamento». Crede che «ci sia la consapevolezza di questo», nel governo. Poi, «quando avrò più certezze, mi metterò alla calcolatrice e farò i miei conti». Per intanto spiega che «nei Paesi europei il rapporto operatore-utente è 1 a 24. Noi siamo a 1 a 553». E che «in Germania 100mila persone sono dedicate ai servizi pubblici all’impiego. In Italia 8mila, più 5mila dell’Inps che si occupano del sostegno al reddito. Il totale è 13mila», appena. In Lombardia sono 500, in Lazio 520, ma la regione che batte tutti è la Sicilia: «Quasi un quarto degli 8mila: 1.737. Un modo per combattere la disoccupazione, assumendoli nei centri per l’impiego, in una regione dove peraltro il lavoro non c’è», dice Antonio Verona. Reggerà, il modello Milano? Ogni operatore avrà 5mila persone di cui occuparsi, logico che stiano preparando i sacchetti di sabbia, e tanti auguri.