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 2018  ottobre 11 Giovedì calendario


Le mele di Tolstoj sono trentine

Anche Lev Tolstoj nella sua tenuta di Jasnaja Poljana era un ghiotto consumatore di mele trentine. Era stata la madre a insegnare al romanziere russo che i frutti provenienti dalla lande più meridionali dell’Impero Austro Ungarico erano le più squisite e sane. Perciò allorquando si trattò di ridare vita al meleto dell’autore di «Guerra e Pace», i suoi discendenti pensarono di chiamare la Coldiretti del Trentino Alto Adige. Gabriele Calliari, il suo presidente, partì alla volta della Russia e diede un contributo fondamentale alla rinascita di quei quattro ettari, innestando su mele selvatiche 28 delle qualità facenti parte del frutteto originale di Tolstoj, divenuto il primo appezzamento di terreno diretto alla produzione di mele a entrare nel patrimonio dell’Umanità Unesco.
«Per noi quell’episodio fu un ulteriore riconoscimento della qualità del lavoro che facciamo da secoli nelle nostre terre tra il lago di Garda e le Alpi – esordisce Calliari, che da sei generazioni produce queste delizie tonde in Alta Val di Non a oltre mille metri di quota, un’altitudine che, grazie all’aria cristallina migliora la qualità delle mele soprattutto nella pigmentazione —; Tolstoj usciva dallo studio e passeggiava nel meleto per trarre ispirazioni, la madre lo aveva iniziato a circondarsi di questi frutti che oggi, grazie anche alla scelta di fedeltà al territorio in cui la produzione è iniziata, sono davvero i migliori da gustare».
Calliari e tutti i produttori trentini hanno raggiunto livelli elevatissimi nella salvaguardia della bio diversità, senza per questo abdicare alle esigenze economiche del mercato. Cominciando dai limiti auto impostisi nell’impiego di fitofarmaci. «Prima ancora delle spinte ambientaliste e dei divieti dettati dal Ministero della Salute, noi ci eravamo già regolamentati – prosegue – a ridurre di molto i prodotti chimici. Anche la tecnologia è stata determinante nel conseguire qualità che sviluppano forti resistenze a determinati fattori patologici. Utilissime sono le reti dalla trama sottile che non solo proteggono dalla grandine ma anche dall’invasione di insetti “nuovi” come la cimice asiatica. Per respingere gli attacchi usiamo anche lo zolfo. I prodotti chimici di sintesi sono praticamente banditi».
Le mele risentono del cambiamento climatico in atto, soffrono il caldo, si scottano, la loro epidermide diventa eccessivamente abbronzata. Ecco perché, oltre ancora alla rete che ombreggia, servono tecniche antiche e in un certo qual modo anche delicate nella raccolta per selezionare quelle non danneggiate dalla calura.
«Le scegliamo sulla pianta come si faceva una volta, a mano, a una a una e portiamo per un mese le api all’interno dei frutteti ai fini della impollinazione – rivela Calliari —. Decisiva, per la salute dei frutti, è anche l’acqua, che prendiamo dai fiumi e torrenti che scendono a valle attraverso tubetti che corrono lungo la fila del meleto con due gocciolatoi per ogni pianta. Così evitiamo anche sprechi per oltre il 50% della risorsa idrica. Stiamo attenti persino a irrigare molto vicino alla pianta, solo laddove serve».
Strategie innovative riguardano anche la conservazione delle mele in modo da poterle fare arrivare sulle nostre tavole tutto l’anno: l’ultima novità è l’impiego come magazzino naturale di caverne a 300 metri di profondità.
«Con la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, la prima a decodificare il menoma della mela – conclude Calliari – abbiamo individuato le caratteristiche più intime di questo frutto non per riprodurlo geneticamente bensì per carpirne punti di forza e debolezza. È da secoli che studiamo questi tondi tesori dai quali traiamo la fonte principale del nostro benessere». E anche delle torte di mele che Tolstoj mangiava accanto al samovar.