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 2018  ottobre 10 Mercoledì calendario


Biografia di Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti, nato a Roma l’11 ottobre 1965 (53 anni). Politico. Presidente della Regione Lazio (dal 12 marzo 2013). Già presidente della Provincia di Roma (2008-2012) ed europarlamentare dei Ds nel Pse (2004-2008). «Non è un nome nuovo, ma ogni volta viene presentato come la pozione salvifica che si aveva in casa senza saperlo. Non è un nome imprevisto, ma è come se a quel nome venisse concesso il beneficio della prefigurazione speranzosa che sempre si concede alle sorprese. […] Eccolo dunque in piazza, Zingaretti: da trent’anni in politica, ma è come se i trent’anni non gli venissero addebitati dai fautori della resurrezione con novità» (Marianna Rizzini) • «“Il 16 ottobre del ’43, quando ci furono le deportazioni degli ebrei a Roma, i nazisti entrarono anche a casa dei miei nonni materni, indirizzati lì da un vicino fascista. Mio nonno, ebreo, da qualche giorno si era nascosto in un convento di suore, e così trovarono solo mia nonna, e mia madre attaccata alla sua gonna. Le chiesero se era la famiglia Di Capua e lei ebbe la lucidità di dare loro un documento con il suo cognome da nubile, Rippo. ‘Siamo Rippo noi: vi siete sbagliati’. Se non fosse stato per quel gesto le avrebbero portate ad Auschwitz e uccise, come è successo alla mia bisnonna Ester, la madre di mio nonno, e noi – come ricorda sempre mia mamma – non esisteremmo. Questa nostra storia è la stessa di molte famiglie romane, in cui, come da noi, si festeggiava la Pasqua ebraica e poi si andava a messa”. […] Figlio – insieme al famoso Luca [l’attore, noto soprattutto per l’interpretazione del commissario Montalbano – ndr] e ad Angela – di un direttore di banca “che non ha mai fatto un’assenza in 40 anni di lavoro” e di un’impiegata dell’Inail, della sua infanzia ricorda la vita di quartiere, alla Montagnola, e la sensazione forte di essere parte di qualcosa. “Le sere a vedere, con tutta la famiglia, i film della rassegna di Massenzio, e le gambe di mia madre su cui mi addormentavo sulla spiaggia di Castel Porziano, dove andavamo per seguire il Festival dei poeti. Era una bella Roma, in cui ti sentivi legato alle persone, anche a quelle che non conoscevi, attraverso il fare insieme le cose”. Poi un giorno dei suoi 17 anni legge L’Agnese va a morire di Renata Viganò. “Una contadina ignorante che percepisce, però, il senso del giusto e dell’ingiusto”. Gli si muove qualcosa dentro, […] e, molti anni dopo, chiamerà sua figlia Agnese. […] “Sai quando cammini sul bagnasciuga, tu non te l’aspetti, lei [un’onda improvvisa – ndr] arriva e ti ritrovi tutto bagnato? Ecco per me la politica è stata una cosa così. Non l’ho mai scelta, mi ci sono trovato in mezzo, zuppo”» (Silvia Nucini). «La prima manifestazione a cui ho partecipato a Piazza del Popolo, che poi non si fece perché lo stesso giorno ci fu l’attentato al Papa, risale agli anni del liceo» (a Pierluigi Diaco). «Ho iniziato il mio impegno civile prendendo parte al Movimento per la pace nel 1982. A diciassette anni sono stato tra i fondatori dell’associazione di volontariato antirazzista “Nero e non solo”, impegnata nelle politiche dell’immigrazione e per una società multietnica e multiculturale». «A differenza di quasi tutti i titolari della nuova politica, Zinga non viene dalle chiacchiere dei bar, né dalla lotteria della Rete. Ha fatto lunga e pensosa gavetta da Prima Repubblica. Partendo dal Pci di Enrico Berlinguer, passando per Occhetto, il Muro di Berlino e perfino D’Alema, non s’è fatto mancare niente: Pds, Ds, Ulivo, fino alla cagnara psichiatrica del Partito democratico. […] Da ragazzo è stato nel direttivo della Sinistra giovanile: erano i tempi remoti di Pietro Folena, il segretario elegantone. Poi il consigliere comunale in Campidoglio, ma già con attitudine spiccatamente glocal, locale e globale. E dunque scrivania da funzionario al Bottegone con il suo amico Nichi Vendola. Ma anche in Bosnia a portare aiuti umanitari, dopo i bombardamenti. In Israele con i pacifisti, sui confini di guerra. In Birmania con Veltroni a rendere omaggio a Aung San Suu Kyi, sacerdotessa di (quasi) tutti i diritti umani. E poi con il Dalai Lama, esule dal Tibet, personaggio ultra pop, guida spirituale» (Pino Corrias). «Nel 2000 è eletto segretario dei Democratici di sinistra di Roma, e il passo successivo, nel 2004, è stata l’elezione al Parlamento europeo nella lista Uniti nell’Ulivo. Sono quelli gli anni del “modello Roma” – il centrosinistra che amministra la città e vince –, rappresentato dal sindaco della capitale Walter Veltroni. Nel 2008, Zingaretti viene candidato dal centrosinistra alla presidenza della Provincia di Roma, mentre l’ex sindaco Francesco Rutelli è scelto per sfidare Gianni Alemanno nella corsa al Campidoglio, che si svolge in contemporanea. Zingaretti viene eletto, mentre il centrosinistra subisce il trauma della “perdita di Roma”. Nel 2010 il centrosinistra viene sconfitto anche nella Regione Lazio, conquistata dal centrodestra con Renata Polverini. Il Pd locale implode, iniziando quella guerra interna che porterà il partito al commissariamento. Sarà proprio Zingaretti il maggiore artefice della ricostruzione del partito. Nel 2012, lui ex Ds si fa promotore dell’elezione a segretario regionale di Enrico Gasbarra, deputato ex popolare e predecessore di Zingaretti alla guida della Provincia di Roma. L’operazione funziona, e le varie anime del Pd si ricompattano attorno all’asse Zingaretti-Gasbarra. Per Zingaretti è fondamentale avere un partito forte alle spalle, perché presto inizierà una battaglia che il Pd non può perdere: la riconquista del Campidoglio. Zingaretti annuncia la sua volontà di candidarsi per il 2013 come sindaco di Roma. Ma poi succede l’imprevisto: la giunta regionale di centrodestra cade per le dimissioni anticipate di Renata Polverini. Zingaretti vira l’obiettivo e diventa il candidato governatore del Lazio con una coalizione larga di centrosinistra (compresa l’allora Sel). Nel 2013 Zingaretti diventa governatore del Lazio con un ampio consenso: 40,7% contro il 29,3% di Francesco Storace (centrodestra). Durante la consiliatura il governatore si tiene lontano dalle lotte di partito, anche se non manca di dare il proprio consenso a tutti gli sfidanti di Matteo Renzi, alla premiership prima e alla segreteria nazionale poi: Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e Andrea Orlando. A differenza di Renzi che rompe a sinistra, Zingaretti tiene sempre stretti anche i rapporti con i fuoriusciti del Pd che poi daranno vita a Liberi e uguali. Il governatore si tiene fuori anche dal processo di ricostruzione del Pd romano dopo lo scandalo di Mafia capitale, che di fatto è appannaggio dei renziani (il primis Matteo Orfini)» (Andrea Marini). Nel 2018, anche grazie all’autolesionismo del centrodestra, fu confermato alla guida della Regione Lazio, battendo di misura Stefano Parisi. «È il 5 marzo 2018, e Nicola Zingaretti, rieletto governatore, è l’eccezione nella disfatta Pd: vincitore, sebbene senza maggioranza. […] Il discorso della vittoria zingarettiana al Tempio di Adriano – “si apre una nuova fase”, dice il governatore, “in cui la nostra alleanza del fare, così l’abbiamo chiamata, deve dare il suo contributo culturale per ricostruire e rigenerare il centrosinistra” – fa capire che il tempo congressuale è giunto. Impressione confermata il 25 giugno quando, all’indomani dei ballottaggi e della seconda disfatta Pd, Zingaretti dice che “un ciclo storico si è chiuso”, che “vanno ridefiniti un pensiero strategico, le forme del partito e il suo rapporto con gli umori più profondi della realtà italiana, l’organizzazione della partecipazione e della rappresentanza nella democrazia… In questi anni non ci sono sfuggiti i dettagli ma il quadro d’insieme. C’è un lavoro collettivo da realizzare, deve partire subito e coinvolgere non solo il Pd. È il momento del coraggio, della verità e della responsabilità”» (Rizzini). «Il numero magico è 201.784. La quantificazione dell’effetto Zingaretti. Il riconfermato governatore della Regione Lazio ha preso infatti oltre 200 mila consensi in più rispetto a quanto preso, sempre in regione, dalla coalizione di centrosinistra e Liberi e uguali alle Politiche. […] Vista la débâcle del Pd a guida renziana a livello nazionale, la riconferma di Zingaretti come governatore lo proietta, volente o nolente, sulla scena nazionale. Lui che ha adottato una strategia diversa da quella di Renzi: non ha voluto nella sua alleanza in regione i centristi di Civica popolare, mentre ha inglobato nella sua coalizione la sinistra di Leu. Per questo viene visto da molti nel partito come il leader in grado di ricostruire una alleanza con i fuoriusciti della sinistra e creare una coalizione vincente. […] È vero che il neogovernatore ha vinto, ma gli scenari sono completamente diversi da quelli di 5 anni fa. La sua affermazione ha anche goduto dei ritardi e delle divisioni nel centrodestra. Con i 5 stelle che a Roma hanno perso quasi il 40% dei voti rispetto alle Comunali del 2016. Nonostante il bonus di seggi, il centrosinistra non ha la maggioranza in consiglio regionale (25 consiglieri contro i 26 dell’opposizione). Essendo stato eletto direttamente dai cittadini, il presidente non ha bisogno di un voto di fiducia per far partire la consiliatura. Tuttavia in ogni momento il consiglio potrebbe presentare una mozione di sfiducia» (Marini). Nell’arco di qualche settimana, dopo un intenso confronto con la capogruppo grillina Roberta Lombardi, Zingaretti riuscì a ovviare all’impasse in consiglio regionale stipulando un «patto di non belligeranza con il M5s, un piano programmatico con dieci missioni da portare avanti insieme a tutte le opposizioni. Nel dettaglio: […] bilancio leggero subito e collegato in estate, piano sociale regionale, piano paesaggistico territoriale, testo unico del commercio, piano rifiuti e obiettivo 70% differenziata (lo stesso di Virginia Raggi in Campidoglio), riordino delle autonomie, riordino delle borse di studio universitarie, piano triennale del turismo, accelerazione sulle infrastrutture e nuovo modello sanitario» (Vincenzo Bisbiglia). Nel frattempo maturò la decisione di candidarsi alla segreteria del Pd, confermata poi tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. «Zingaretti […] rappresenta in questo momento l’unica faccia vincente dei dem. Da mesi ha annunciato la sua candidatura al congresso, in aperto contrasto con le gestione renziana. Il suo progetto è allargare il campo del partito, colpevole di essersi rinchiuso su se stesso e di aver escluso non solo le altre forze del campo del centrosinistra, ma tutto un mondo che fa riferimento al civismo e all’associazionismo. Il governatore sta da settimane costruendo la sua rete, fatta da un lato di big del partito (da Paolo Gentiloni a Dario Franceschini, da Andrea Orlando allo stesso Maurizio Martina, per non parlare di Walter Veltroni), dall’altra di amministratori locali, come i sindaci di Milano Beppe Sala e di Bologna Virginio Merola. La critica maggiore rivolta da Zingaretti a Renzi è quella di non aver voluto avviare un dialogo con i Cinque stelle, lasciando campo libero alla destra di Salvini. D’altronde, lui stesso in Regione Lazio sta sperimentando quella che possiamo chiamare una opposizione benevola da parte dei grillini. E qui entra in campo il secondo protagonista, Roberto Fico. Il leader degli ortodossi pentastellati, presidente della Camera, non nasconde ormai più il suo profondo disagio nel sostenere un governo dalle tinte sempre più nere (altro che verdi) e lo fa notare in ogni occasione possibile. Lo scontro con Di Maio – che non perde occasione per derubricare le prese di posizione di Fico come "legittime opinioni personali" – è aperto e il dialogo con il Colle (che vede nel numero uno di Montecitorio l’unico argine interno allo strapotere salviniano) non è mai stato interrotto. Inoltre i parlamentari grillini schierati con Fico aumentano di giorno in giorno. […] Se divenisse segretario, […] il presidente della Regione Lazio intensificherebbe immediatamente – con la benedizione del Quirinale, che non ha mai smesso di tifare per un governo Pd-M5s – i contatti con i Cinque stelle non allineati a Di Maio. I quali potrebbero essere attratti dall’idea di un Pd de-renzizzato e spingere verso una rottura del patto di governo con Salvini. Anche perché Fico è convinto che altrimenti sarà proprio il leader leghista a far saltare il banco e riportare il Paese alle urne» (Giulio Scranno). Piuttosto vaga, finora, la sua proposta politica, incardinata quasi esclusivamente sui propositi di perseguire per il Paese una «crescita giusta» («una crescita che produca giustizia sociale»), di consolidare il partito aprendolo maggiormente agli iscritti («Dovremo reinventare un modello di partito, di forma organizzata che rimetta al centro le persone, che vuol dire trovare il modo di farle decidere e non far decidere sempre tutto a chi si delega o ai capi. E soprattutto si accetta la sfida nella rete, nella battaglia delle idee nella rete») e di ampliare il campo del centrosinistra («Piantiamola, con questa ossessione che tutto ciò che non è Pd è contro il Pd. […] Non esiste solo la parola “avversari”: esiste anche la parola “alleati”, che è una bellissima parola, se ovviamente la si unisce a una linea chiara»). Significativa, in proposito, la denominazione di «Piazza Grande» per la sua campagna elettorale, la cui apertura ufficiale – in attesa della data del congresso – è stata organizzata per il 13 e 14 ottobre, a Roma • Sposato («Mia moglie, l’ho conosciuta in un corteo. […] Abbiamo studiato per la maturità insieme. Da allora ci siamo presi e lasciati un po’ di volte. Ma quest’anno sono 20 anni di matrimonio»), due figlie • «Scherzosamente detto “er Saponetta”, per via di una certa inafferrabilità» (Rizzini) • «Un curriculum da figlio prediletto del partito che a lungo è sembrato il principale ostacolo all’ascesa di Zingaretti. Apparso per anni come un predestinato, un leader per diritto ereditario, per fecondazione assistita: un principino. E poi, troppo impegnato a non scontentare nessuno. Troppo bravo ragazzo. Troppo moscio» (Marco Damilano). «Non gli piacciono i proclami. Tantomeno i comizi. E d’abitudine non va in televisione. In compenso va al supermercato con le figlie a fare la spesa. Cucina. Elogia il calore della famiglia. Non frequenta terrazze, salotti, feste private, convegni col buffet, piacendo persino a chi non fa molto altro, da Luca Cordero di Montezemolo a Pier Ferdinando Casini, passando per il sommo cardinale Tarcisio Bertone. Da governatore vuole “ragionare, non strillare”. Essere, non esibirsi. E ogni tanto gli piace parlare ispirato: “Per indicare una via al tuo popolo, devi essere parte di quel popolo”» (Corrias) • «Renzi è stato una grande speranza, ha fatto cose importanti, ha combattuto con onore e coerenza. Tuttavia la sua stagione è finita da leader solitario del Pd. Per me sono vecchi sia i sostenitori della vecchia "ditta", sia quelli che successivamente si sono autoproclamati il "nuovo". Sono vecchi perché, alla fine, sconfitti sul campo. Occorre prendere atto che va scritta una nuova storia con nuovi protagonisti, aprendosi ai territori». «Credo vada aperto un confronto con il M5s non per accordicchi di potere, ma per una sfida culturale. Una nuova sfida politica deve servire anche a parlare a una parte di quell’elettorato». «Cambiare nome al Pd? Non lo escludo, ma solo alla conclusione di un percorso in cui vedremo cosa siamo diventati. Se questo percorso porterà a una identità diversa, vedremo anche se sarà da cambiare il nome al Pd».