Da oggi alla Buchmesse partiranno le contrattazioni, ma all’Hessischer Hof, l’hotel preferito da agenti e editori, già da ieri tra pizzette e calici di vino spuntavano cartelline e fogli di lavoro. Jonathan Galassi in questo universo brulicante di affari e pettegolezzi è una celebrità. È lampante che il suo regno è in questo hotel lussuoso un po’ fané più che tra gli squallidi padiglioni della Fiera. Galassi ha la stessa età della Buchmesse (è nato nel 1949 quando la fiera rinasceva a nuova vita dopo la guerra) ed è il presidente della Farrar, Straus and Giroux, la più prestigiosa casa editrice americana, quella di Franzen, Eugenides e Cunningham. Mentre gli squali intorno a lui vanno in cerca dell’ultimo youtuber da trasformare in fenomeno, lui si muove nei suoi mocassini lucidati come chi aspetti la grazia di un giro di valzer. Risponde a Repubblica con la cortesia del gentiluomo che vede ancora nell’Italia la patria della letteratura: «Mi sono innamorato di Dante mentre ero al college ad Harvard». L’ultimo dei romantici, il publisher dal quale chiunque vorrebbe essere pubblicato, il newyorchese che ha tradotto Montale e Leopardi arrivando da Plympton, una piccola città del Massachusetts, resiste ai cambiamenti con la tenacia di chi conosce i corsi e ricorsi della storia e non si scompone: «Il mio libro preferito è Il Gattopardo », rivela.
Ma davvero la Buchmesse non è più la stessa? Nel suo romanzo "La musa" la paragona a un mercato del pesce.
( Sorride e annuisce) «Gli agenti cercano di creare grandi aspettative ma non ci sono più i libri che infiammavano le fiere di un tempo.
Può capitare, certo, che un libro diventi un caso. È successo con Elena Ferrante, ma accade sempre più raramente».
Ci fa il nome di uno scrittore emergente sul mercato globale?
«Qualcosa si sta muovendo intorno a Sally Rooney (il suo Parlarne tra amici in Italia è pubblicato da Einaudi, ndr). La scrittrice irlandese ha una voce accessibile, diretta. Sta diventando un fenomeno internazionale, mai però a livello dell’Amica geniale ».
Cosa rimpiange del passato?
«Quello degli editori era un club intessuto di relazioni personali. Di libri si discuteva tra amici. Capitava che uno di noi scoprisse un romanzo e lo suggerisse agli altri. Le scoperte potevano avvenire per caso, tra una chiacchiera e un bicchiere. Ora abbiamo più mercato e meno drink».
Chi erano i suoi amici?
«Inge Feltrinelli, ad esempio. Aveva un approccio personale all’editoria.
Elegante, inconfondibile. Una grande padrona di casa, anche qui alla Buchmesse. Ci incontravamo ogni anno, cenavamo insieme, poi raggiungevamo gli altri all’hotel Frankfurter Hof. Nel tempo ci siamo visti invecchiare, abbiamo seguito i successi e insuccessi dei nostri autori. Ma l’approccio agli affari ha continuato ad essere signorile. Noi, Gallimard, Feltrinelli, Adelphi, siamo dei mercanti- bourgeois appassionati di letteratura».
Mai fregature tra voi?
«Qualche volta esageravamo, dicevamo qualche bugia, ma faceva parte del gioco. Il gioco tutto letterario della persuasione, un sottile equilibrio tra menzogna e verità. Per amore di conversazione, libri mediocri potevano diventare affascinanti».
Quanto conta il fiuto nelle fiere?
«Si può sbagliare. Ricordo l’anno in cui Roger Straus, il fondatore della casa editrice, era indeciso se acquistare Il nome della rosa di Umberto Eco o Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. Pensò di chiedere a Susan Sontag, allora una delle sue maggiori consulenti. Lei gli consigliò Satta. Finì che qualcun altro si accaparrò Eco» ( ride).
Poi vi siete rifatti con Saviano.
«Comprai Gomorra se non ricordo male proprio qui a Francoforte.
Subito dopo andai a Napoli per conoscere Saviano. Quel giorno trascorso insieme è stato il suo ultimo giorno da uomo libero».
La sua mitologia del passato non è troppo eroica?
( ride) «Anche da giovane avevo la stessa attitudine, mi piacevano le cose con una patina storica, le trovo più letterarie».
E oggi, tutto da buttare?
«Non dico che non ci siano più grandi libri, ci sono. E ci saranno sempre lettori che chiedono a un editore romanzi di qualità. Ma gli editori indipendenti stanno sparendo».
Ha dovuto cedere anche Farrar, Straus and Giroux, è stato doloroso?
«È acquistata dalla holding tedesca Holtzbrinck. Era necessario per stare al passo con la competizione finanziaria globale. La nostra scommessa però è continuare a garantire la qualità letteraria».
Come ha iniziato la sua carriera?
«Ho cominciato nell’editoria a 23 anni, a Boston per la Houghton Miffin. Due anni dopo mi hanno spedito a New York. Poi sono passato alla Random House».
È vero che l’hanno licenziata?
«Sostenevano che non pubblicassi libri abbastanza commerciali. Il bello è che subito dopo essere stato licenziato ho incassato grandi successi. Il primo fu Scott Turow, Presunto innocente ».
Perché si diventa editori, per soldi, potere, o per divertirsi?
«Per essere vicini agli scrittori, per condividere la gioia della creazione e sentirsene parte».