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 2011  novembre 18 Venerdì calendario

Ritratto di Carlos lo Sciacallo (di Maurizio Stefanini)

Il nome di Ilich glielo diede il padre, un avvocato comunista: in modo da poter formare, assieme ai fratelli Vladimir e Lenin, l’appellativo completo del leader della Rivoluzione d’Ottobre. Il nome di battaglia di Carlos Ilich Ramírez Sánchez, nato il 12 ottobre del 1949, se lo diede lui quando iniziò a fare il guerrigliero, in onore del presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez: che per aver nazionalizzato il petrolio era considerato un eroe terzomondista, e che veniva dallo stesso suo Stato di Táchira, al confine con la Colombia. Il soprannome “Lo Sciacallo” glielo affibbiò invece la stampa internazionale, più precisamente l’inglese Guardian, dopo che una copia dell’omonimo romanzo di Frederick Forsyth fu trovata tra i suoi effetti personali. Solo che quando poi andò nella patria di Lenin sul serio finì che ce lo cacciarono; e in seguito ha lasciato addirittura il marxismo, per convertirsi all’islam. E il libro di Forsyth, si scoprì in seguito, non era suo, ed era finito tra le sue cose per caso. E oggi il suo massimo protettore è Hugo Chávez: proprio colui che iniziò la sua carriera politica tentando di dare un colpo di Stato contro un Carlos Pérez ormai diventato un presidente neo-liberale.
In carcere in Francia dal 1994 e condannato all’ergastolo nel 1997 per l’omicidio di due poliziotti, dal 7 novembre scorso Carlos è di nuovo sotto processo a Parigi. Per quattro attentati compiuti in Francia tra 1982 e 1983, che provocarono 11 morti e decine di feriti, e in base a nuovi elementi in arrivo da ex-agenti segreti ungheresi e tedeschi orientali, e anche di un ex-membro dell’Eta. Le sessioni si terranno fino al 16 dicembre, con la partecipazione di 51 parti civili, 195 vittime, 65 testimoni, 9 esperti e 13 interpreti. Il suo caso occupa 82 volumi, estesi su 10 metri di parete. “Professione rivoluzionario”, ha risposto al giudice che gli chiedeva della sua attività. Nelle interviste lui ha detto di aver ricevuto aiuti dall’ambasciata venezuelana, il che Chávez ha confermato, dicendo che ha ordinato al ministro degli Esteri Maduro di assisterlo.
«Abbiamo una responsabilità e dobbiamo assumerla senza complessi di nessun tipo e non possiamo permettere che venga calpestato alcun cittadino venezuelano accusato di quel che sia in nessuna parte del mondo». Grato per il pensiero, Carlos ha detto che se sarà liberato andrà a lavorare per Chávez: dopo aver fatto una luna di miele con la sua terza moglie ed aver visitato la tomba del Che. E suo fratello Vladimir in effetti dice di avere qualche speranza in proposito. Già in passato, va ricordato, si era parlato di Carlos come di una possibile pedina per ottenere uno scambio con Íngrid Betancourt: cittadina francese, oltre che colombiana, con buone entrature negli ambienti che contano a Parigi, e prigioniera di quelle Farc che Chávez allora appoggiava in modo abbastanza aperto. D’altra parte, il progetto di Chávez per un’alleanza terzomondista internazionale tra nazionalisti latino-americani, teologi della liberazione, ultimi marxisti, no global e radicali islamici ha parecchi punti di contatto con la concezione espressa da Carlos nel suo libro L’islam rivoluzionario, quando sostiene che l’islam può apportare al marxismo un complemento spirituale di cui manca e il marxismo può dare in compenso all’islam una capacità analitica per comprendere il mondo moderno.
Certo, tra Carlos e Chávez restano varie differenze. Pur dicendo nelle interviste «non è che ho ammazzato tanta gente, non più di 1500-2000, e non più di 200 civili», e «ho ammazzato meno gente di Fidel Castro», però conferma che per lui l’attitudine a spargere il sangue è essenziale per un “rivoluzionario di professione”, come si autodefinisce. Secondo lui, appunto, Chávez avrebbe il difetto di “avere paura del sangue”. Nel contempo, è continuato a manifestare la sua ammirazione e il suo affetto per Carlos Andréz Pérez: morto il Natale scorso in esilio a Miami, in un contesto che a molti italiani non può non ricordare il caso Craxi, e tuttora considerato dal regime di Chávez come il feticcio polemico dalla lotta contro il quale è nata la Rivoluzione Bolivariana. Insomma, Carlos è una grossa ambiguità fatta persona. Su cui l’unica certezza è rappresentata dalla sua straordinaria e spietata capacità di macchina per uccidere. In realtà, lui da piccolo voleva fare l’avvocato, come il padre. Ma questi gli disse che “la giustizia non esiste”, e lo spinse intanto a studiare scienze. «Mi è stato utile per fabbricare le bombe», spiega. Poi, all’età di 16 anni e tre mesi nel gennaio del 1966 se lo portò appresso a Cuba, per partecipare alla Terza Tricontinentale. Già iscritto sia all’Università di Caracas che al Partito Comunista del Venezuela, il giovane Ilich ne approfittò però per passare l’estate a Campo Mantanzas, in una scuola di guerriglia gestita dai Servizi cubani. Poco dopo però i genitori divorziano, e la mamma se lo porta con un fratello in Inghilterra. Ma il padre li rincorre, e cerca di farli invece iscrivere alla Sorbona. Proprio in quel 1968 del maggio francese e della protesta studentesca.
Non ci riesce, ma la soddisfazione per lui deve essere ancora maggiore quando Ilich viene ammesso nientemeno che alla Università Patrice Lumumba di Mosca. Il prestigioso ateneo in cui i regime sovietico cerca di formare lo stato maggiore dei rivoluzionari di tutto il mondo. Solo che nel frattempo in Unione Sovietica qualunque tipo di slancio rivoluzionario è stato ormai definitivamente ammosciato dal grigio clima brezneviano, con cui l’irrequieto giovanotto latino non può non scontrarsi. Nel 1970 Ilich ne è allora espulso, e finisce in Giordania, in un campo di addestramento del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: il gruppo marxista e panarabo del medico di origine ortodossa George Habbash, ostile al nazionalismo “borghese” dell’Al Fatah di Yasser Arafat. Ed è lì che assume appunto il nome di battaglia di Carlos. Meno capace di Al Fatah di sostenere scontro sul campo, per acquisire protagonismo il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina inventa il dirottamento aereo, e inizia a condurre gli aerei sequestrati in Giordania. È troppo per re Hussein, che a un certo punto ordina alla sua Legione Araba di fare piazza pulita dei Feddayn. Ne vanno di mezzo non solo quelli del Fronte Popolare ma anche Al Fatah, e i profughi palestinesi in genere, i cui campi sono spazzati via, e che sono costretti a fuggire in Libano. È il settembre nero, in onore al quale si intitolerà uno dei gruppi terroristi più sanguinari, e al ricordo del quale ancora in questo processo Carlos si è messo a piangere. Da Beirut, Carlos va al Polytechnic of Central London. Ma in realtà continua a lavorare per il Fronte, e il 30 dicembre del 1973 compie il suo primo attentato terrorista. Anche se lo fallisce, per un contrattempo un po’ comico. Joseph Edward Sieff, il suo obiettivo, è un uomo d’affari ebreo, presidente della società di grandi magazzini Marks & Spencer e vice-presidente della Federazione Sionista Britannica. Per vendicare un leader del Fronte ucciso a Parigi dal Mossad Carlos entra in casa con una Beretta in pugno, ordina al maggiordomo di portarlo da lui e gli spara. Ma la prima pallottola sbatte sulla dentiera, la pistola si inceppa e Carlos scappa via, lasciando Sieff svenuto ma incolume. Tutto sommato, Carlos riesce meglio come bombarolo che come killer. Se un attentato a una banca israeliana a Londra pure fallisce, col sistema delle autobombe imparato in Libano colpisce tre giornali francese tacciati di filo-israeliani. Poi, ancora a Parigi, butta una bomba a mano in un ristorante, provocando 2 morti e 30 feriti. Falliscono di nuovo però due tentativi di colpire con missili aerei israeliani in decollo dall’aeroporto di Orly, il 13 e 17 gennaio del 1975. Il suo soggiorno in Francia dura fino al 27 giugno del 1975, quando il Dst francese cattura un libanese che è il suo contatto con il Fronte. Gli uomini del controspionaggio persuadono il libanese a collaborare, e con lui raggiungono Carlos in mezzo a un party. Ma Carlos inizia a sparare, ammazza il libanese e due agenti, ne ferisce un terzo, e torna a Beirut via Bruxelles. Ormai bruciato, il Fronte decide allora di utilizzarlo per un’azione spettacolare. Il 21 dicembre del 1975 alla testa di un commando di sei uomini attacca la sede dell’Opec a Vienna, mentre è in corso un incontro tra i leader dell’organizzazione. Un poliziotto austriaco, un dipendente iracheno dell’Opec e un membro della delegazione libica sono uccisi, oltre 60 persone sono prese in ostaggio. Minacciando di uccidere un ostaggio ogni 15 minuti Carlos ottiene prima di far leggere a tv e radio austriache un comunicato sulla questione palestinese ogni due ore. Poi, il giorno dopo, un aereo che porta il commando e 42 ostaggi ad Algeri e poi a Tripoli. È il vertice della carriera di Carlos, l’azione per cui tuttora è più conosciuto. Ma il fronte Popolare di Liberazione della Palestina non è contento. Gli aveva infatti ordinato di uccidere il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita Ahmed Zaki Yamani e quello delle Finanze iraniano Kamshid Amuzgar, e invece Carlos li ha risparmiati: in cambio di 20 o 50 milioni di dollari pagati dai sauditi che si è poi pure tenuto. Insomma, il Fronte lo espelle e nel settembre del 1967 Carlos è arrestato in Jugoslavia. Ma pure di lì scappa, va a Bagdad, passa nello Yemen del Sud allora comunista, dove fonda un suo gruppo armato composto a siriani, libanesi e tedeschi. L’Organizzazione di Lotta Armata, foraggiata dalla Stasi. Lo stesso servizio della Ddr gli dà un ufficio e vari rifugi a Berlino Est, uno staff di 75 persone, un’auto di servizio e il diritto di portare una pistola in pubblico. Per conto della Stasi nel febbraio 1981 attacca gli uffici di Radio Free Europe a Monaco. E nell’agosto del 1983 la Maison de France a Berlino Ovest, provocando un morto e 21 feriti.
Il 31 dicembre 1983 fa invece saltare bombe su due treni francesi a alta velocità, uccidendo 4 passeggeri e ferendone altri 12: un’azione da lui rivendicata come vendetta per un raid aereo francese contro un campo di addestramento del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina in Libano. Ma Carlos uccide anche fuoriusciti per conto della Securitate di Ceaucescu, collabora con il Kgb, offre i suoi servizi all’Iraq e, di nuovo, al Fronte. Il 18 gennaio 1982 tenta addirittura di lanciare missili sulla centrale nucleare francese Superphénix, per fortuna non riuscendoci. I servizi dell’Est europeo, però, sono sotto pressione. Dal 1983 Carlos è costretto a starsene calmo in Ungheria, in un quartiere elegante di Budapest. Nel 1985 è espulso, e dopo essersi visto rifiutare l’ingresso da Iraq, Libia e Cuba è costretto a andare a Damasco. Con lui la moglie tedesca Magdalena Kopp, ex Baader-Meinhof, e la figlia Elba Rosa. La Siria pure lo ospita a condizione che se ne stia buono, e quando dopo l’inizio della guerra del Kuwait viene contattato dall’Iraq di Saddam Hussein nel settembre 1991 è ancora espulso.
A Damasco Carlos ha iniziato una relazione con la giordana Lana Jarrar, e una volta in Giordania decide di raggiungere con lei il Sudan, mentre Magdalena e la figlia vanno in Venezuela. Ma il suo libertinaggio sfacciato scandalizza i maggiorenti del regime islamico, che non si fanno troppi problemi a concludere con Parigi e Washington un accordo per consegnarglielo. Arrestato in una villa dove è convalescente dopo un’operazione al testicolo e poco dopo il matrimonio con Lana, il 14 agosto del 1994 è trasferito in Francia, per entrare nel carcere da dove non è più uscito. Ma il governo venezuelano parla di un “rapimento da narcotizzato”, che toglierebbe valore a tutti i successivi procedimenti legali. In carcere Carlos si è convertito all’islam. In carcere ha sposato nel 2001 con rito islamico la sua avvocatessa Isabelle Coutant-Peyre, divenendo ufficialmente bigamo: ma dice di avere anche tre figli illegittimi da altrettante madri. In carcere ha scritto i saggi pubblicati in volume nel 2003 col titolo Islam Rivoluzionario, lodando anche bin Laden e gli attacchi dell’11 settembre.
In carcere ha raccontato nel 2008 che i servizi segreti italiani avevano trattato con esponenti delle Brigate Rosse il rilascio di Aldo Moro in cambio della scarcerazione di alcuni brigatisti, e che la strage di Bologna era stata fatta da «yankee, sionisti e strutture della Gladio per distruggere un carico di armi trasportato da palestinesi». Personaggio di film, sceneggiati, libri e videogiochi, Carlos ammette tante cose, ma non l’attentato al treno per cui è ora sotto processo. Dice che stava “migliaia di chilometri lontano, in Ungheria”. Però, ha rivelato che l’attentato era in realtà rivolto contro l’allora sindaco di Parigi Jacques Chirac. «Un ritardo gli salvò la vita». Le fonti dell’informazione, non le dice.