la Repubblica, 9 ottobre 2018
La punizione di Tahar Ben Jelloun
Un ragazzo prende parte a una manifestazione pacifica per chiedere libertà e diritti nel mondo arabo. Dalle autorità arriva una reazione più violenta del previsto: pallottole, arresti, feriti.
Pensa di essere sfuggito alla trappola, quando un militare si presenta a casa sua: la polizia lo cerca, dovrà presentarsi in carcere, ed è meglio che non pensi a fuggire.
Da lì si apre un abisso fatto di violenza, privazione del sonno e del cibo, di tortura e angoscia di non sapere se e quando la porta della prigione si aprirà per lui: alcuni dei suoi compagni di prigionia si ammalano, altri muoiono, lui passa il tempo a chiedersi se non fosse stato meglio rimanere in silenzio, invece che rovinarsi l’esistenza. È una storia che sembra essere ambientata oggi in Siria o in Egitto quella che Tahar Ben Jelloun racconta in La punizione, il suo nuovo romanzo (La nave di Teseo, pagg. 138, euro 17). Una storia che per lo scrittore marocchino ha un sapore tutto speciale: il ragazzo che 50 anni fa finì in carcere era lo stesso Ben Jelloun, studente universitario sceso in strada insieme ai suoi compagni nel Marocco di re Hassan II. «Ci ho messo molto tempo – racconta – a elaborare quello che è accaduto e a scrivere questa storia».
Perché ha sentito la necessità di raccontarla proprio adesso?
«L’ho fatto per i ragazzi marocchini di oggi: il Paese in cui vivono è diverso da quello in cui sono cresciuto io, più libero e anche un po’ più democratico, anche se non tantissimo. Ma nessuno parla dell’epoca degli anni di piombo di Hassan II, quando un regime fragile aveva paura di ogni contestazione e rispondeva con le armi a tutte le nostre richieste. Volevo che i giovani conoscessero la differenza fra ieri e oggi: è un libro autobiografico, ma anche sulla storia del Marocco».
Non solo del Marocco, verrebbe da dire a leggere la cronaca di questi anni: Amnesty International e le altre ong denunciano condizioni simili a quelle che racconta lei in Siria, in Egitto, in Libia…
«Non è cambiato molto nel mondo arabo in questi 50 anni, me ne rendo bene conto. La libertà e la democrazia erano in crisi quando ero giovane e purtroppo lo sono ancora. I regimi non ascoltano i giovani oggi così come non lo facevano prima. Penso soprattutto all’Egitto, un sistema militare che ha paura anche di minime contestazioni pacifiche: nelle carceri egiziane oggi c’è un’intera generazione, quella che sognava un Paese diverso, più aperto. Come lo sognavamo io e gli altri 90 ragazzi che con me sono finiti in prigione nel 1965 in Marocco. In altri Paesi è un po’ diverso, ma non troppo. Poi ci sono casi come l’Arabia Saudita dove il principe ereditario Mohammed Bin Salman ha precipitato l’intera nazione in una guerra stupida e tragica come quella in Yemen e allo stesso tempo ha dimenticato le esigenze della sua gente. Nel mondo arabo dopo la primavera è arrivato un inverno complesso, lungo e senza speranza».
Un giudizio molto pessimista, il suo…
«Lo so, me ne rendo conto e mi dispiace molto. Ma non posso non dire che sono molto pessimista sul futuro della mia regione».
Davvero non vede possibilità di progresso? Il risveglio del 2011 è stato importante: tanti dei protagonisti continuano a dire che non è finita…
«Se me lo chiede, qualche segnale posso cercarlo. Allora le dico che in Marocco c’è una qualche forma di democrazia: al governo ci sono oggi gli islamisti moderati e sono lì perché hanno vinto le elezioni. Peccato che siano incompetenti e che le decisioni finali rimangano nelle mani del re. Ma c’è anche una società civile forte e molto attiva. In Tunisia c’è una costituzione progressista che è la migliore del mondo arabo islamico perché dà uguaglianza a uomini e donne, garantisce libertà di coscienza. Queste sono le mie speranze: sono minime però».
Tutto questo pessimismo deriva dal fatto che il suo libro suona tanto attuale al lettore che lo prende in mano oggi?
«Il male è sempre attivo, non si riposa.
La dittatura politica è sempre qui. Fa paura oggi come 50 anni fa e, sì, mi dà ragione di essere pessimista. Anche perché è lo stesso sistema democratico a dare potere a gente che non è democratica: è quello che è accaduto in Italia con Matteo Salvini.
Il vostro ministro dell’Interno è stato eletto democraticamente, ma la sua filosofia è diversa dai valori della democrazia in cui l’Italia è cresciuta. È un’aberrazione della democrazia quella che consente a personaggi anti-democratici di prendere il governo».
Al ragazzo che 50 anni fa entrava in un carcere del Marocco profondo, accompagnato fino alla porta dal fratello maggiore, che cosa direbbe oggi?
«Di studiare. Di farsi una cultura: perché questo è l’unico modo di andare avanti nella sua lotta. Solo la poesia e la cultura possono salvare il mondo. I giovani devono conoscere il valore della democrazia e della libertà: solo così potranno continuare a lottare per i sogni di quel ragazzo».