La Stampa, 9 ottobre 2018
Il Trovatore di Curran
Senta qua: svenami, ti bevi il sangue mio, calpesta il mio cadavere, ma salva il Trovator! Lo canta Leonora al Conte di Luna. Sono parole violente, sopra le righe, che un sedicenne del 2018 non sente tutti i giorni. Però è cresciuto con il Signore degli anelli e si beve il Trono di spade, appassionandosi a trame complicatissime ed efferate. Me lo sono ricordato quando ho deciso di raccogliere la sfida: parlare con il Trovatore anche al cuore dei ragazzi, perché loro sono il futuro dell’opera. E perché non immaginano quanto l’esperienza sia magnifica. Fino a quando qualcuno non gliela fa provare».
Difatti Paul Curran, il regista scozzese che inaugura la stagione del Regio (la prima è domani alle 20, sul podio Pinchas Steinberg) racconta che le visite delle classi in teatro finiscono sempre allo stesso modo: «Si stupiscono prima di tutto dell’orchestra live. Poi chiedono: ma i cantanti non usano il microfono? E ne concludono: madonna come sono forti, quanta emozione». Le emozioni forti e il coraggio di esprimerle senza ipocrisia sono al centro perfetto di questo spettacolo. Perché se Curran si è rifiutato di scegliere un’ambientazione medievale («Troppo lontana, troppo incomprensibile») ed è convinto che se l’avesse contemporaneizzata «l’opera sarebbe finita in tre minuti, con una chiamata di cellulare», il fatto di aver scelto l’epoca risorgimentale funziona «perché allora si verificò uno scarto culturale paragonabile a quello fra i Cinquanta e i Sessanta del Novecento, al tempo degli hippies e del flower power. Era diventato possibile aprire il cuore, direi quasi vomitarlo. Tutti e quattro i personaggi, Manrico, Leonora, il Conte di Luna e Azucena, sono in momenti estremi della vita, pensi a un divorzio o alla nascita di un amore, quando non abbiamo scrupoli a confidarci completamente con un amico. È il significato essenziale di questo periodo, per Verdi e in generale per la musica italiana, ed è un’indicazione preziosa per i cantanti». Senza trascurare l’atmosfera fortemente erotica. Lei invita a non considerare Leonora come una verginella, ma come una donna capace di desideri intensi nei confronti di Manrico. «Lei, e il Conte di Lu na che da Leonora è ossessionato, che parla di “ottenerla”, di “possederla”. Verdi e Cammarano rischiavano moltissimo, sfidavano il bigottismo». Lo spettacolo arriva dal Comunale di Bologna e ha una storia lunga, «ma siccome non faccio il teatro dei burattini, ogni volta cambia perché reagisce alle personalità dei cantanti. Qui sono tutti giovani e freschi, nel primo e nel secondo cast, e con molti debutti nel ruolo, per esempio Rachel Willis- Sorensen che fa Leonora e il messicano Diego Torre come Manrico. Scene e costumi di Kevin Knight attingono a quadri d’epoca e ai film in costume, «con una predilezione per Visconti, che nella mia adolescenza, quando studiavo l’italiano, è diventato una passione». Innamorato dell’Italia Senso, dunque, e Il Gattopardo? «Appunto. Pensi che Il Gattopardo è stato anche il primo libro che ho letto nella vostra lingua». E da dove arriva questo amore per la nostra cultura? «Da un quartiere operaio nella periferia di Glasgow e dalla vita difficile che ci facevo da ragazzo. L’unico modo per evadere era imparare le lingue, prima il francese e poi, con ancora più entusiasmo, l’italiano. Adoro il vostro modo di vivere, preferirei non ingrassare troppo con la vostra cucina, ma pazienza. Anche se non ho mai preso casa permanente, negli anni qui ho diretto 35 o 36 produzioni, presto mi aspettano a Firenze per un Vascello fantasma e l’anno prossimo a Palermo per la My Fair Lady che avevamo montato al San Carlo». Da Glasgow Curran è passato a Sydney, dove ha studiato recitazione e regia all’Istituto Nazionale di Arte drammatica («Laureandomi con Cate Blanchett»). Ma la sua carriera, all’inizio, è stata nella danza. Che cosa porta di quell’esperienza nel teatro d’opera? «Molto, perché senza il linguaggio del corpo il teatro non è nulla. E poi l’esperienza del balletto t’impedisce di avere paura delle masse. Lo dico sempre agli artisti del coro: non posso considerarvi come un cantante ciccione con 70 teste, siete 70 soggetti diversi che, quando ragionano insieme, possono anche diventare la stessa cosa»