E voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno augurato in bocca al lupo e sono stati migliaia.
Mi hanno davvero colpito», dice Lodo Guenzi.
Deve proprio essere il suo anno fatidico. «Eravamo un gruppo di scappati di casa», racconta di sé e dello Stato Sociale. Poi a febbraio c’è stato Sanremo, Una vita in vacanza, poi la regia dello spettacolo di Dente e Guido Catalano, poi il Concertone del Primo Maggio, poi il tour, poi le due colonne sonore del film di Natale di Luca Miniero Attenti al gorilla e del nuovo film di Walter Veltroni, ora X Factor su Sky e, in mezzo, anche il teatro, attore con la compagnia Kepler 452 in un vero piccolo cult che ha divertito, commosso, sorpreso, Il giardino dei ciliegi.
Trent’anni di felicità in comodato d’uso, dove Cechov diventa la storia di marginalità e resistenza di due veri sgomberati di Bologna, Giuliano Bianchi e Annalisa Lenzi, ora anche loro in scena, da oggi alle Passioni di Modena, dal 23 al Franco Parenti di Milano e poi in tournée, diretto dall’amico di sempre, Nicola Borghesi e sostenuto da Ert- Emilia Romagna Teatro.
C’è altro? Ride: «È che sono bravo a impelagarmi in tante cose, tendo a sopravvalutare il tempo». Lodo Guenzi è uno dei più ricchi ed eclettici talenti tra i giovani artisti italiani del momento. Bolognese, 32 anni, biondo, riccioluto, aria simpatica, stropicciata e strafottente. Senza offesa: un ragazzo come tanti, ma che con stile diverso e ostentatamente generazionale ha fatto il salto.
E ora Lodo, cosa si aspetta da "X Factor"?
«Mi piace mettermi in gioco in vesti nuove, spesso rischiando.
E questa volta non è diverso.
Ho l’obiettivo di diventare il più grande dilettante di questo paese. Se ci riesco ho colto nel segno».
E perché?
«Il dilettante è animato solo dal diletto, dalla passione, non dalle dinamiche del mercato, del successo che ti spersonalizzano.
Se poi vogliamo dirla tutta, la mia vera professione è attore, non cantante».
Lo Stato Sociale, allora?
«Ho studiato teatro all’Accademia Nico Pepe di Udine. Sono un attore, solo che invece di andare in piccole sale teatrali non affollate dove avevo l’impressione di non avere nulla da dire, con gli amici di una vita ho preso un chitarrino e sono andato a suonare nei baretti e da lì sono successe delle cose che ne hanno innescate altre. Ma nella musica sono uno in prestito, forse ho qualcosa di brillante proprio nell’essere uno occasionale.
E la voglia di fare teatro c’è sempre, tornare su una scena mi fa star bene perché è quello per cui ho speso più tempo e sudore e quando cominci a navigare a mezz’aria come un palloncino d’elio, il teatro ti riporta nel mondo».
In che modo?
«Per Il giardino dei ciliegi.
Trent’anni di felicità in comodato d’uso con Nicola e gli altri siamo andati a cercare per Bologna i "giardini dei ciliegi" di oggi, sfrattati e ex-occupanti tra Atlantide e il Pilastro. Lì abbiamo conosciuto Giuliano Bianchi e Annalisa Lenzi, sgombrati nel 2015 dalla casa dove raccoglievano piccioni, babbuini, boa, animali esotici e convivevano con carcerati col 41-bis e zingari e dove ora vogliono fare un parco agroalimentare. Due che come Ljiuba e Gaev di Cechov non volevano rinunciare al loro luogo dell’anima. Ecco, con loro la vita è entrata a piedi pari nel nostro lavoro. E noi, che abbiamo altre vite, da allora passiamo molto tempo con loro: le cene di cui si parla nello spettacolo sono vere, compreso il furto dell’uva alle sette del mattino di nascosto dallo zingaro che è stata la prima cosa che ho fatto da scritturato».
Che ruolo ha?
«Lopachin, il ricco che ha fatto i soldi e compra tutto. L’uomo del sistema».
Artisti del cuore?
«Su tutti, Jannacci. Nella scrittura di canzoni lui e Rino Gaetano, ma a interpretarle lui e basta.
Jannacci, Paolo Rossi, Gaber è il mondo nel quale mi riconosco e soprattutto che mi riconosce. In cosa? Nel non prendersi sul serio. La forza dello Stato Sociale è che siamo amici e ci sentiamo sempre come in gita scolastica, ed è questo spirito quello che non ci ha uccisi, per esempio a Sanremo dove le pressioni, il clima, la competizione, le paure giocavano contro».
Il successo ha cambiato qualcosa?
«Non abbiamo perso lo spirito della gita. E non so quante volte succeda».
Alternativi nello show business?
«Campare facendo una cosa in cui non ti riconosci è un male che affligge la maggior parte della mia generazione. Noi abbiamo fatto una magia: abbiamo dimostrato che ci sono altre vie oltre alle regole che il mercato ti impone, che puoi parlare a tante persone senza perdere l’ identità. Va bene se una parte del mercato ti chiede di fare un disco, non è bene se non esistono più i Giuliano Bianchi e Annalisa Lenzi con la loro casa colonica in un quartiere che da riqualificato è meno autentico che da squalificato. Poi, so bene che ci sono anche gli antagonisti col portafogli pieno, ma credo che noi non siamo così».
Non siete diventati ricchi come il tuo Lopachin?
«Lo Stato Sociale ha un talento straordinario per non fare soldi.
Sì è vero, finalmente non sono più uno scappato di casa.
Ma dividiamo ogni cosa e reinvestiamo. Ma risponderò meglio l’anno prossimo, quando arriverà la Siae di Una vita in vacanza. Se compro un attico a Milano nel Bosco Verticale, allora...».