Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2018
La crisi della Banca del Fucino
Torna sotto i riflettori il dossier di Banca del Fucino, piccola banca romana fondata e controllata dalla nobile famiglia dei Torlonia, che da almeno tre anni è una delle spine nel fianco per la Vigilanza della Banca d’Italia. La banca ha annunciato ieri di aver interrotto, dopo sei mesi, le trattative con il gruppo di riassicurazione Barents Re, trattativa che avrebbe portato il gruppo con base a Panama a detenere il controllo della Fucino attraverso un aumento di capitale da 50 milioni condito da una pulizia di bilancio con cartolarizzazione di tutto il portafoglio di crediti deteriorati stimato, a fine marzo, in circa 300 milioni.
Le divergenze, dopo una trattativa che ha subito diversi stop, sono diventate insanabili sulla strategia futura dell’istituto che ha poco più di 30 sportelli, di cui una ventina a Roma, oltre 300 dipendenti, ed ha recentemente riorientato il modello di business puntando sul private banking, più remunerativo della tradizionale attività di banca commerciale.
La Banca presieduta da Alessandro Poma Murialdo, nipote del principe Alessandro scomparso all’inizio di quest’anno, ha subito annunciato di essere in trattative in fase avanzata con nuovi investitori istituzionali e che parallelamente, su un altro tavolo, tratta con un soggetto specializzato per la cessione integrale del portafoglio crediti deteriorati. Gli investitori con cui i Torlonia stanno trattando sono questa volta europei dopo che nei mesi scorsi l’advisor Rothschild, incaricato di trovare un partner, oltre a compulsare i fondi di private equity (Barents Re era stato preferito dai soci di Banca Fucino a Jc Flowers) aveva inviato il dossier ad alcune banche italiane senza però accendere l’entusiasmo dei banchieri privati contattati.
Banca d’Italia chiede ormai dal 2016 un aumento di capitale a Banca Fucino che non ha ancora chiuso il bilancio 2017 in pendenza dell’operazione con Barents Re anche per la verifica della continuità aziendale. Chi ha esaminato i conti ha visto una situazione difficile, con un cost/income sopra la media. Banca Fucino nel 2016 aveva registrato una perdita di 47,5 milioni parzialmente coperta da un versamento a fondo perduto della famiglia Torlonia per circa 30 milioni.
Nelle scorse settimane, su richiesta dei sindacati, il dossier della banca romana è stato esaminato anche dallo Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi che però oltre ad essere rimasto di fatto senza munizioni dopo l’intervento per le casse di Cesena, Rimini e SanMiniato, sta cambiando le modalità di intervento che dovranno essere approvate non più dal consiglio, presieduto da Salvatore Maccarone ma dall’assemblea degli aderenti allo Schema con alta probabilità di non ottenere il via libera.•••
L’anno più difficile per la più antica banca privata romana ha inizio lo scorso mese di gennaio con la morte dell’ultranovantenne principe Alessandro Torlonia che l’aveva guidata con mano ferma dal 1947, lontano dai riflettori, intessendo rapporti privilegiati con il Vaticano anche per il suo ruolo di assistente al Soglio pontificio. Banca Fucino, istituto che custodisce patrimoni di molte nobili famiglie romane, è alla ricerca da alcuni mesi di un partner, spronata dalla Banca d’Italia, per poter effettuare una indispensabile ricapitalizzazione. All’inizio dell’anno i quattro figli del principe (Carlo, Paola, Francesca e Giulio) non hanno sottoscritto un aumento di capitale già deliberato per contrasti tra il maggiore, Carlo, con gli altri fratelli, emersi successivamente da documenti ufficiali depositati. Gli eredi Torlonia tuttavia nel marzo scorso si sono trovati tutti d’accordo nella scelta di Barents per la sigla del memorandum per il negoziato in esclusiva che ieri è definitivamente fallito. Da parte dei quattro esponenti della famiglia era emerso, sempre in quell’occasione, anche l’impegno personale a contribuire alla ricapitalizzazione per un importo complessivo non inferiore a 15 milioni e non superiore a 25. Alla guida della banca c’e’ il nipote del fondatore, il quarantenne Alessandro Poma Murialdo, che rivendica con orgoglio il ruolo che ha avuto la famiglia nella storia ultracentenaria dell’istituto e che conta di poter proseguire anche in futuro con il partner o i partner ancora misteriosi.