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 2018  ottobre 09 Martedì calendario

Il petrolio in marcia verso i 100 dollari

NEW YORK Febbre alta sui mercati internazionali per scalata dei prezzi del petrolio. Nel corso dell’ultimo mese le trattative sul barile di Brent a Londra hanno segnato un incremento di oltre il 10%, con la lancetta che ieri si è fermata a 83,72 dollari per barile, dopo aver sfiorato nei giorni scorsi gli 85 dollari. Lo spettro dei 100 dollari è stato invocato da diversi analisti come una calamità inevitabile, in arrivo per molti entro la fine dell’anno. Uno sguardo più ravvicinato ai dati della produzione globale smentisce però tali timori, e fa pensare che un livellamento è più probabile nel medio termine, e il messaggio sembra essere stato recepito anche dalla borsa, che ieri ha fatto registrare una piccola battuta di arresto nella corsa che durava da più di un mese.
Il segnale di allarme al quale molti operatori hanno risposto è il calo della produzione iraniana decretata dagli Usa con il ritorno delle sanzioni unilaterali, ma imposte al resto del mondo. In realtà, tra le levate di scudi degli europei, e i negoziati in corso sui mercati asiatici, gli iraniani stanno continuando a pompare petrolio. Le ultime due settimane di settembre sono riusciti a sollevare del 10% le esportazioni che a fine agosto erano scese sotto i due milioni di barili al giorno. Negli ultimi giorni l’India ha confermato che intende continuare ad approvvigionarsi dalle riserve di Teheran e che chiederà agli Usa un’esenzione dalle sanzioni. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha riconosciuto che alcuni dei paesi vicini all’Iran avranno bisogno di tempo per svezzarsi dalla dipendenza dal greggio che hanno comperato negli ultimi due anni. Ad Algeri il mese scorso l’Opec ha confermato la stretta produttiva che dal 2016 ha accompagnato la rimonta dei prezzi dal baratro del 26 dollari a barile nel quale erano scesi. 
I TETTI Ma in realtà sia l’Arabia Saudita che il Kuwait sono molto vicini ai rispettivi tetti di estrazione, anche in regime di autocontrollo. E l’agenzia Bloomberg ha rivelato la scorsa settimana che, visto l’attuale andamento dei prezzi, tutte le maggiori società petrolifere del mondo si stanno attrezzando per effettuare massicci investimenti e riaprire le esplorazioni che porteranno ad una maggiore produzione globale. Al fianco di queste notizie sul fronte orientale, c’è poi una nuova contingenza che si sta verificando negli Usa. I produttori nordamericani dopo la rimozione del bando contro le esportazioni nel 2015, avevano trovato in Cina un mercato ricco e crescente, che nell’ottobre del 2017 contava l’esportazione di 448.000 barili al giorno. Lo scorso agosto il governo di Pechino ha minacciato di applicare dazi del 25% contro il greggio statunitense, e anche se la misura non è stata ancora varata, gli importatori cinesi si sono prevenuti tagliando a zero gli acquisti. La compensazione ha favorito ancora una volta l’Iran, che a settembre ha venduto a Pechino 813.000 barili al giorno, il doppio del mese di agosto. In questa nuova dinamica, le riserve di greggio negli Usa sono cresciute nell’ultima settimana, mentre la produzione ha toccato la cifra record di 11 milioni di barili al giorno. Anche su questa piazza il rincaro sta alimentando l’appetito dei produttori che hanno tirato la cinghia negli ultimi due anni. Con questi dati in mano, la Goldman è tornata ad ammonire la settimana scorsa i suoi investitori contro il rischio di un eccesso di offerta, che potrebbe materializzarsi all’inizio del 2019. La corsa al rincaro che abbiamo visto nelle ultime quattro settimane potrebbe arrestarsi di fronte all’evidenza dei numeri.