La Stampa, 9 ottobre 2018
I populisti possono essere maggioranza nel parlamento europeo?
Tutti gli schemi sono saltati, così nessuno è davvero sorpreso di vedere Madame Le Pen e il Signor Salvini che (ri)lanciano l’alleanza per distruggere l’Ue come la conosciamo, in nome dell’«Internazionale dei nazionalisti».
È una cacofonia geopolitica, eppure scalda gli animi di platee sempre più cospicue, segno palese dei nostri tempi.
«Siamo contro i nemici dell’Europa, Juncker e Moscovici, chiusi nel loro bunker di Bruxelles», tuona il vicepremier per accordare l’orchestra che rifiuta lo straniero e il «diverso», formazione esuberante prona alla stecca facile, soprattutto quando viene il momento del coro. Odiano la Commissione in modo creativo e divergente. Basta domandare alla bionda Marine di prendere un migrante dall’Italia e vedere l’effetto. Il che però non toglie sia un altro mondo da quando Salvini chiese un selfie alla donna del Front National e lo fece girare dicendo: «Chi vota lei, vota me». Oggi il modello vincente dei sovranisti è il Carroccio che corre a Sud delle Alpi.
Amministrano con sapienza una narrativa efficace e spesso pirata, ma al «Fronte delle Libertà» non sembra poter bastare per entrare nella stanza dei bottoni e far saltare tutto. Un’analisi ancora riservata di «Politico.com» rivela che, messe insieme tutte le forze populiste, in maggio le truppe contro l’Ue possono arrivare al massimo a 210 seggi sui 751 dell’Europarlamento. Visto però che si tratta di realtà diverse in tre gruppi differenti, e non per forza di cose dialoganti, la stima realista scende a 175 seggi, a 200 scranni dalla maggioranza. Sarebbe la seconda compagine dell’emiciclo dopo i popolari, ma solo se fosse unita. Cosa su cui, adesso, nessuno scommette.
La Lega delle Leghe
Guai a prenderla alla leggera. L’onda dell’elettorato che vede nell’Europa e nei suoi «tecnocrati» la causa delle paure crescenti per il futuro, nonché per la mancanza di soluzioni, monta rapidamente. Si indeboliscono i governi tradizionali e non senza colpe. Pagano lo scotto della mancanza di coraggio durante la crisi. Ora sono costretti a cambiare passo, altrimenti sarà la fine, la loro anzitutto. Per gli altri si vedrà.
Salvini vuole la «Lega delle Leghe». Con chi? Ci possono stare gli austriaci del Partito delle Libertà di Heinz Christian Strache, oggi al governo con il popolare Kurz, sodale possibile che sogna il pareggio di bilancio; i belgi del Vlaams Belang, deboli; gli estremisti in espansione di AfD, l’alternativa per la Germania, sovranisti, euroscettici, anti-Lgtb e anti-aborto. La speranza è di trovare un collante con i nazionalisti dei Baltici, gli svedesi, e portare a casa qualche socio del circolo di Visegrad. Pie illusioni, paiono. Viktor Orban, il miglior amico di Salvini, non risulta avere intenzione di lasciare il Partito popolare europeo dove può puntare i piedi e fare il pieno. Fuori dal circolo Ppe finirebbe per contare meno quando verrà il giorno di spartirsi le poltrone.
C’è l’economia da sanare e i migranti da governare, ma sarà il valzer delle nomine il fulcro politico dell’anno elettorale che arriva. Il calendario regala il passaggio alle urne, poi la nomina del presidente della Commissione e del Consiglio Ue, dei 27 membri dell’esecutivo e, a fianco, il rinnovo della vetta alla Bce. Le regole sono chiare. L’ultima parola l’avranno, come sempre, i governi nazionali in concerto litigioso con l’Europarlamento, cruciale per definizione del dopo Juncker.
Ecco l’intoppo. Fra dodici mesi gli assetti nel Consiglio europeo, dove siedono i capi di Stato e di governo, saranno con ogni probabilità immutati, ancora con Francia e Germania a tirare la volata. Facile che i polacchi, come il quartetto di Visegrad, scelgano di restare nel gruppone «tradizionale» puntando sulla convenienza, in fondo politici sono.
Conte dovrà invece spiegare ai partner che i suoi azionisti non sono gli alleati di Le Pen, e non dicono che Juncker è un ubriacone, per spuntare un posto rilevante in Commissione. Le consacrazioni si faranno d’estate, con gli stessi criteri di prima della rivoluzione. E l’Italia della Lega delle Leghe rischia gli strapuntini in un panorama nel quale le istituzioni europee saranno in piedi, non spazzate vie dagli auspici di Salvini e Di Maio.
Juncker detta la rotta. «Dobbiamo ostacolare questa marcia verso la non Europa ispirata dai populisti stupidi e dai nazionalisti limitati», dice, invitando al dialogo con chi, anche giustamente, critica l’Unione e i suoi complessi rituali. Ma la consolazione di contare ancora su una legislatura al comando è magra. Il prossimo sarà davvero il «quinquennio dell’ultima chance».
L’aria di fronda contro le «élite» ha un respiro globale. La si vede in Brasile come nella terra di Trump da cui arriva il colonizzatore americano Bannon che, guarda caso, piace a Salvini e non alla Le Pen. Crescono i filorussi nei Baltici e spuntano i neonazisti in Germania. L’Europa del 2019-2024 non potrà trascurare le paure degli elettori che non vedono un futuro migliore. Dovrà rispondere alle domande di sicurezza e uguaglianza. A questo punto è inevitabile.
L’Internazionale dei Nazionalisti punta sul fatto che non ce la faranno. Gli altri devono dimostrare alla maggioranza degli europei che crede ancora nel percorso comune che i sovranisti si sbagliano della grossa. Questa volta o, forse, mai più.