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 2018  settembre 14 Venerdì calendario


Erik, il re dei mercenari: «Privatizziamo la guerra»

«Con me spendereste meno di un quarto dei 45 miliardi di dollari sprecati ogni anno senza riuscire a vincere la guerra in Afghanistan. E non vedreste più i soldati americani tornare nei sacchi plastica». Erik Prince, il «principe nero», ci sta provando. Vuole convincere Donald Trump a privatizzare la guerra in Afghanistan e girarne la gestione ai suoi «contractor». Un piano rivoluzionario per trasformare il conflitto in un subappalto affidato a una compagnia di soli 5.500 mercenari appoggiati da 90 aerei privati e squadre di elicotteri. Un piccolo esercito privato, dal prezzo contenuto, capace di evitare sia l’imbarazzo dei caduti, sia i costi sociali di feriti e reduci.
Grazie a questi argomenti il piano, intitolato «Economia strategica di forza», sta attirando l’attenzione d’un presidente sempre più scettico di fronte a una guerra costata, in 17 anni, oltre quattromila vite di militari e contractor americani e più di un trilione di dollari. Ma si possono affidare ai mercenari delle operazioni militari dalle complesse implicazioni politiche, strategiche ed economiche? E si può subappaltare una guerra a un personaggio come Erik Prince? Il nome di questo ex ufficiale delle Seals è alla ribalta da quasi 20 anni. Trasformatosi da soldato d’élite in signore della guerra è stato il fondatore di Blackwaters, la compagnia di «contractor» utilizzati da Cia e Dipartimento di Stato in Irak e Afghanistan con cui – tra il 1997 e il 2010 – ha incassato oltre due miliardi di dollari. Ma il nome di Prince è legato anche alla strage di Nisour Square, la piazza di Baghdad dove, nel settembre 2007, gli uomini di Blackwater al servizio dell’ambasciata americana massacrano 17 civili innocenti. Dopo le polemiche seguite a quell’episodio Prince cede Blackwater e passa al soldo di Mohammed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi, mettendogli in piedi un esercito privato di 800 veterani sudamericani impiegato anche nella discussa guerra dello Yemen. E per conto di Emirati e paesi arabi addestra duemila somali usati per dar la caccia ai pirati tra il golfo di Aden e le coste della Somalia.
Oggi il suo progetto più redditizio e visionario è il Frontier Services Group, una compagnia partecipata da finanziarie del governo cinese che garantisce logistica, trasporti e sicurezza alle compagnie di Pechino impegnate in Africa e lungo la Nuova via della seta. Fratello dell’attuale segretaria all’educazione Betsy De Vos, Prince sfrutta l’elezione di Trump, a cui ha contribuito con 250mila dollari, per tornare sulla piazza statunitense. Una piazza dove grazie all’ex consigliere presidenziale Steve Bannon, presenta a Mike Pompeo, l’ex capo della Cia oggi Segretario di Stato, il suo piano per l’Afghanistan. 
Un piano che sia Pompeo, sia il segretario alla Difesa Jim Mattis giudicano azzardato, ma che Trump considera assai allettante. Di fatto è una riedizione di quella Compagnia delle Indie a cui l’impero britannico affidò la gestione del subcontinente indiano. Al pari delle vecchie Indie anche l’Afghanistan verrebbe affidato a un «viceré» responsabile di tutte le operazioni e sottoposto soltanto all’autorità e al controllo della Casa Bianca. Il posto di 15mila soldati americani, 5mila militari della Nato – 900 dei quali italiani – e dei 30mila contractor privati presenti in Afghanistan verrebbe preso da una forza di appena 5.500 veterani delle forze speciali di tutto il mondo. «Non devono essere americani, possono venire da Gran Bretagna, Australia, Canada, Sudafrica... da ovunque vi sia una buona squadra di rugby», scherza Prince. Per appoggiarli punta su una forza aerea molto meno costosa di quella dispiegata da Stati Uniti e Nato. «Tutto è già a bilancio – assicura l’ex Seals -, abbiamo bisogno di 90 aeroplani e di elicotteri d’assalto oltre a quelli per il trasporto e il soccorso medico. Conosciamo perfettamente la situazione visto che 26 dei miei elicotteri già volano da quelle parti. Abbiamo già individuato gli aerei che dovremmo comprare. Oggi impiegano jet da centinaia di milioni dollari per distruggere dei campi di oppio da cento dollari l’uno, noi di certo non faremo cose del genere».
Ma 5.500 specialisti della guerra con l’appoggio di appena 90 aerei possono cambiare le sorti di un conflitto che neppure i 140mila militari dispiegati all’apice dell’impegno da Stati Uniti e Nato sono riusciti a risolvere? Per Prince il segreto sta nell’utilizzare i suoi mercenari per riaddestrare e guidare i 91 battaglioni dell’esercito nazionale afghano. Un esperimento quello dell’«embedding» già introdotto dalle forze Usa e Nato negli ultimi otto anni senza però effetti risolutivi. Al di là delle perplessità sul piano militare vi sono poi quelle politiche, economiche e strategiche. Presentando il piano Prince ha accennato alla possibilità di finanziare la guerra ai talebani sfruttando, sull’esempio della Compagnia delle Indie, i giacimenti di litio, uranio e fosforo del valore stimato di un trilione di dollari presenti nella provincia afghana di Helmand. E secondo i suoi portavoce proprio la Frontier Services Group di Prince potrebbe «provvedere appoggio logistico alle compagnie impegnate nell’estrazione».
Qui però emerge l’ambiguità nascosta nella privatizzazione della guerra. Se la sua Frontier Services Group è partecipata anche dal governo cinese, infatti, chi ne può garantire l’affidabilità? E se la fedeltà si basa semplicemente su un contratto chi assicura che Prince non possa stracciarlo per mettere i suoi «contractor» al servizio di una potenza straniera come la Cina pronta a pagare di più pur di insediare un «viceré» alle sue dipendenze. A chi gli pone queste imbarazzanti domande Prince si limita a ricordare l’impero britannico. «La compagnia delle Indie – ricorda – usava un soldato per addestrarne venti e si finanziava con risorse locali. Se ha funzionato in India per 200 anni può funzionare anche in Afghanistan».