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 2018  settembre 14 Venerdì calendario


In morte di Guido Ceronetti

Paolo Di Stefano per il Corriere della Sera
Non c’è da fare molta fatica per descrivere Guido Ceronetti (scomparso ieri all’età di 91 anni) a beneficio di chi non l’abbia mai conosciuto. Basta andare comodamente a cercare il capitolo che Ernesto Ferrero gli ha dedicato ne I migliori anni della nostra vita, dove si vede il quarantenne Ceronetti aggirarsi nei corridoi dell’Einaudi: «Avvolto in impermeabili sdruciti, in baschi da cui spuntavano capelli spiritati che ricordavano quelli di Artaud. Magro, anzi secco, con un naso alla Voltaire che spioveva su una bocca piegata all’ingiù, da cui uscivano riflessioni sapienziali, aforismi, profezie apocalittiche». Ecco fatto. Si aggiungevano la erre arrotata, l’autoironia, lo strascicato accento piemontese, la voce sottile, quasi femminea. E le ossessioni vegetariane: invitato al ristorante, anche nel migliore, immancabilmente tirava fuori dalla cartella il suo olio e le sue tisane, mangiava semi di chissà che, grani di miglio. In quell’aspetto di uccello rapace (agli amati barbagianni aveva dedicato un libro di aforismi) si riassumeva il suo stesso carattere, che consisteva nel tenersi fuori dalla mischia per comparire inaspettatamente con il suo becco ricurvo e ritirarsi di nuovo nella sua casa di Cetona, in Valdichiana, con la moglie Erica Tedeschi, insieme alla quale aveva fondato nel 1970 ad Albano Laziale il Teatro dei Sensibili, che ebbe come ospiti ammirati anche Luis Buñuel e Federico Fellini.
Nato ad Andezeno (Torino) nel 1927, da sempre estraneo alla cultura marxista einaudiana della sua generazione, nel 1968 fu però accolto all’Einaudi come poeta, dopo le prove d’esordio del decennio precedente. Nessuno avrebbe immaginato allora che fosse destinato a rimanere regolarmente escluso dalle storie letterarie e dalle antologie grandi e piccole. Con il suo spirito distaccato e beffardo, anche ludico, riusciva a farsene un vanto: «Finora è andata bene, – disse nel 1989 in un’intervista alla “Frankfurter Rundschau” – in Italia non mi hanno ancora schedato tra i poeti del Novecento, un colombario triste dove non si portano, per risparmio, che fiori di plastica, dove si sta disgiunti per sempre dal cuore dei vivi». Del resto definiva le proprie poesie «ideogrammi di compassione, di ricordo e di desiderio della luce, in forma di grido ritmato». Più di cinquemila versi, dai giovanili Nuovi Salmi (1955) fino alle Ballate dell’angelo ferito (2008), non inseribili dentro la tradizione novecentesca italiana e alimentati piuttosto dalla grande cultura dell’irregolare che si avvaleva della conoscenza del francese, del tedesco, dell’ebraico e delle lingue classiche, probabilmente imparate da solo.
Viaggiatore, esploratore infaticabile della realtà e della letteratura, attore, marionettista, traduttore geniale e spesso eversivo, autore di aforismi e di cronache, romanziere (di un solo romanzo «nato da ore di noia passate in clinica per una riabilitazione»), epistolografo, decoratore di cartoline che inviava agli amici, saggista, giornalista non solo per necessità economiche (nel 2008 avrebbe ottenuto il sostegno della Legge Bacchelli). Aveva cominciato ventenne a collaborare ai giornali; nel 1972 era passato alla «Stampa», rimanendovi per oltre trent’anni, poi saltabeccando felicemente qua e là, fino alle collaborazioni con «la Repubblica» e soprattutto con il «Corriere della Sera». Spesso senza esitare ad assumere posizioni scandalose, provocatorie, estreme sui temi più sensibili. Sui giornali difese il boia nazista delle Fosse Ardeatine Erich Priebke considerandolo nient’altro che un «funzionario finito nell’ingranaggio», con il quale intrattenne una corrispondenza; ottantenne rivendicò un «servizio erotico volontario» per evitare la «barbarie di una vecchiaia senza sesso». Ceronetti è stato sempre un eretico, un «matto» lo chiamava Giulio Einaudi, capace di usare la lingua ora come una sciabola ora come una piuma: Sono fragile sparo poesia e Trafitture di tenerezza sono due suoi titoli in forma di ossimoro.
Non è escluso che a nuocergli, specie nella considerazione dell’accademia, sia stato anche il suo instancabile muoversi tra molteplici forme di scrittura e generi creativi, oltre al suo sfuggire a ogni allineamento ideologico, indifferente com’era ai giudizi del comune senso politico-civile per far valere il suo tratto sferzante o sapienziale.
Fatto sta che Ceronetti ha lasciato molti libri che varrebbe la pena inserire nelle nostre personali antologie. A cominciare dalle diverse scelte di articoli (La carta è stanca, Adelphi; Ti saluto mio secolo crudele, Einaudi) e proseguendo con il Viaggio in Italia, del 1983, raccolta di prose che l’autore definì «collages d’impurità e stranezze», collezionati su treni, su corriere, su battelli, in taxi o a piedi viaggiando da Milano a Catania, da Trieste a Roma a Palermo. Reportage per luoghi banali o per siti impervi, zone centrali o periferiche, l’Italsider di Bagnoli dove «ogni visitatore deve mettersi l’elmetto», sul lido ghiaioso di Quarto («io sono vestito tra gente nuda»), nella sua Torino, dove «molta gente è posseduta» dagli spiriti maligni. È un «viaggio» (riproposto nel 2014, con aggiunte, nelle «Letture» einaudiane) che assume i colori della satira, dell’indignazione, dello sconforto, del divertimento, della comicità a volte irresistibile mescolata con il gusto del tragico, del macabro, della solennità sublime e vaticinante, dello scatto metafisico: tutti i tratti tipici della variabile attitudine stilistica di Ceronetti.
Capace di guardare con occhio disincantato il male, l’eccentrico, i margini, di visitare i cunicoli del passato e del presente, di spaziare nella cronaca giudiziaria (il caso di Rosa Vercesi del 1930), nell’arte (i ritratti di Bosch, Munch, Rops), di infiammarsi per un paesaggio ferito dai «grandi serpenti cloacali», Ceronetti ha subito goduto di un gruppo di lettori devoti che negli anni sono andati crescendo (anche grazie all’attività frenetica del marionettista), senza mai arrivare però alle folle richieste dal bestseller. È sempre rimasto un autore per pochi, intollerante com’era della semplificazione anche nelle vesti del «giornalista» sia pure sui generis: «L’arte suprema della parola – ha scritto – è illuminare senza farsi troppo capire».
Era un intellettuale che divideva per le sue opinioni di «barbagianni», ma persino le sue traduzioni irritavano. Come quelle trasgressive di Catullo o quelle dei testi sacri, che non solo gli specialisti guardavano con diffidenza per la troppa libertà inventiva. Che cos’era quel suo febbrile tradurre (nella lingua italiana «oggi in perdizione») da Eraclito, Machado, Kavafis, Döblin, Shakespeare, Racine, Seferis, Blake, Rimbaud, Marziale, Mallarmé, Rilke fino alle più recenti Odi dell’amatissimo Orazio (Adelphi)?
Era, per sua stessa ammissione, «un modo non disonesto di guadagnarsi il pane e un’investitura separatrice», la presa di distanze da una contemporaneità decisamente aborrita, ma anche una via d’accesso per altri percorsi intellettuali: un «ininterrotto filosofare, interpretare, girare e rigirare per i meandri di un’ascetica filologia». Un aiuto a pensare, aggiungeva Ceronetti, «la bellezza della parola e dell’immagine invaselinando l’accesso difficile al sepolcrale segreto dei mondi che il verso contiene». Bel giro di sintassi e di pensiero.
La sua altera radicalità antimoderna gli ha fatto guadagnare la fama di apocalittico. Al che rispondeva quasi con un’invettiva: «Ma per carità! “Apocalittico” è un aggettivo che va radiato dal dizionario. Siamo con l’acqua inquinata alla gola, figurarsi… Tuttavia l’ottimista è duro a morire e farebbe bene a finire in mano ai cannibali. Sarebbe una buona azione. Nichilista? C’è una mostruosa improprietà nel linguaggio, viene quasi da ridere. Ma non me ne importa un granché. I luoghi comuni, non le parole, sono la mia bestia nera».

***

Camillo Langone per il Giornale
È morto il massimo stilista e stilita della letteratura italiana. Che Guido Ceronetti fosse il massimo stilista non è un’idea mia, è una realtà oggettiva dimostrata dal fatto che grazie all’eleganza formale era stato capace di far passare i contenuti più pesanti e riprovevoli anche sui giornali più allineati (La Stampa, la Repubblica, Corriere della sera), oltre che nei cataloghi degli editori più rarefatti (Adelphi). E chissà se era una strategia, un calcolo, oppure se gli veniva naturale. Sta di fatto che scriveva frasi più ostili all’immigrazione di un tweet di Salvini: «Molti ospiti, molta canaglia». Poteva essere più antimaomettano di Oriana Fallaci: «L’Oriente islamico è il braccio, con ben poca mente, di qualsiasi tipo di distruzione». Più contrario all’utero in affitto di Costanza Miriano: «Come regresso di civiltà non c’è male: una siringa, una siringatura, la donna parificata alle vacche...». Più antiomosessualista di Carlo Giovanardi: «L’omosessualità è un’invasione della Tenebra: è pratica ctonia, necrofilia». E più antifemminista di me: «Chi guarda più le donne? Dai bruti distogliamo lo sguardo...».
Ceronetti, che non ho mai capito bene di quale religione fosse ma che autore religioso senz’altro era, disprezzava esplicitamente gli atei: «Un vecchio che non prega è un puro e semplice rottame muto». E figuriamoci le atee: «L’ateismo femminile è intollerabile perché è una bruttura, deturpa internamente la donna, e versa sopra di lei come un’imbrattatura di vernice oscena; sentirlo professare, o anche intuirlo, mozza il fiato dal disgusto». Affermazioni che a chiunque altro sarebbero valse l’espulsione completa e definitiva dal consorzio letterario mentre al «céliniano di Porta Palazzo», come ebbe a definirsi omaggiando un pericoloso maestro e un altrettanto pericoloso quartiere torinese, costarono solo qualche lieve, non letale polemica. Sarà che, come ha scritto il suo editore, Roberto Calasso, «un libro è innanzitutto una forma». Se pubblichi con Adelphi e il tuo stile è impeccabile e circondato da un fuoco di sbarramento di riferimenti culturali altissimi e incomprensibili ai più, ecco che puoi persino permetterti di dire ciò che pensi.
Perché stilita, invece? Perché Ceronetti aveva del monaco, dell’anacoreta, dell’eremita, sebbene non vivesse nel fitto dei boschi, né su montagne impervie. Dopo Torino abitò per molti anni ad Albano Laziale e poi a Cetona, dov’è morto. Due piccoli centri tuttavia non troppo appartati, uno vicino a Roma e l’altro nella Toscana vip (pur avendoli scelti non gli piacevano, così come del resto gli dispiaceva quasi tutto: «Questa orrida Albano» scrive nel ’77, «Cetona mi piace quanto un pugno di Joe Louis in un occhio» scrive nel ’94). Dotato di figura spontaneamente ascetica, viveva in cima alla sua scrittura apocalittica come quei santi del Vicino Oriente vivevano in cima alle colonne: lo stesso tipo di isolamento in pubblico. La sua non era una torre d’avorio, per la quale non ebbe denaro né propensione, era piuttosto un domicilio scomodo e mistico.
Ceronetti aveva dei santi la magrezza, il pallore, il rigido regime alimentare, il vestire senza tempo (iconico il suo basco anni Cinquanta), la povertà se non il pauperismo. Ne aveva anche la fede? Non si presentava certo come cattolico romano e si dichiarò «fedele a qualche lampo di metafisica gnostico-cataro-manichea, per la quale la creazione è opera essenzialmente maligna», ma essendo lo gnosticismo moderno un orientamento filosofico anziché una religione organizzata non è che un simile virgolettato chiarisca molto. Aggiungono incertezza le traduzioni bibliche, i Salmi, l’Ecclesiaste, il Cantico dei Cantici, Isaia, Giobbe, e la spiata di un amico che mi riferì di averlo visto più volte a Messa nella chiesa torinese della Misericordia. Abbastanza ovviamente si trattava di Messa in latino. Dopo il Concilio Vaticano II si batté insieme a Cristina Campo a disperata difesa del rito tridentino contro il cattochitarrismo italofono e trionfante: «Quello fu harakiri del Sacro, come se una banda di talebani avesse mitragliato e frantumato la Pietà Rondanini. Eccola là, in frantumi, la Messa in latino con le sue ali di condor del Gregoriano, sostituito da cori e coretti da pollaio». In tali deplorazioni certi lettori hanno annusato ateismo devoto, posa, estetismo, e fra questi Sergio Quinzio che gli fu per tanti anni amico leale, però non cieco: «Al sacro tu sovrapponi la contemplazione compiaciuta del sacro, alla maledizione il maledettismo, agli abissi il fascino dell’abissità». Nel magnifico carteggio pubblicato da Adelphi si leggono giudizi di Quinzio per nulla compiacenti: le traduzioni bibliche definite «marginali operazioni», le poesie «non autosufficienti»...
Io personalmente considero indispensabile il Ceronetti aforista e in particolare quello dei Pensieri del tè, piccolo scrigno di misantropia e misoneismo in cui se la gioca alla pari con l’amico e maestro Cioran, e il Ceronetti viaggiatore in Italia, che invece aggiorna Piovene iniettandovi dosi di pessimismo talmente forti da ottenere l’effetto paradosso. Quasi ogni località viene ceronettizzata e perciò dipinta come repellente: «A Novara tutto è pessimo», la riviera ligure «è solo un mucchio di cemento con un po’ di sporcizia (il mare, l’ex mare) davanti», Firenze risulta un «tuffo nell’immondo», Roma diventa «orrenda capitale del Lazio», Bari «un triste scarafaggiaio di auto e moto». Se le visiti subito dopo aver letto o riletto Un viaggio in Italia e Albergo Italia risultano tutte più belle di quanto ti aspettassi, e ne ricavi sollievo. Conserverò con cura questi libri, sottolineatissimi, e due cartoline postali che mi spedì dall’immaginario paese di Crumiria, invii trasudanti passatismo (le cartoline postali non usavano più da decenni) e impegno antisociale, la volontà di boicottare ogni utopia di uno scrittore che non si fece mai catalogare politicamente ma che fu sempre nettamente anticomunista, che esordì nel 1971 ossia ultraquarantenne (inconcepibile un Ceronetti giovane) nella Rusconi diretta dal gran tradizionalista Alfredo Cattabiani, con un libro squisito contro gli sbarchi sulla luna. Da subito reazionario e minoritario e con stile.