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 2018  agosto 10 Venerdì calendario


Quasimodo finisce sul cioccolato con le parole per Martin Luther King

Dopo quella di Wolfgang Amadeus Mozart anche l’immagine di Salvatore Quasimodo è finita sulle tavolette di cioccolato. Ci hanno pensato le pasticcerie dei luoghi natali del musicista e del poeta. A Salisburgo, quella di Paul Fürst, nel 1891, per il centenario della morte del compositore; a Modica, adesso, la dolceria Bonajuto (fondata nel 1827), per il cinquantenario della scomparsa del premio Nobel. Nella «città delle cento chiese», famosa anche per il cioccolato di lavorazione azteca, le tavolette sono accompagnate da una plaquette col discorso di Quasimodo in morte di Martin Luther King. Altre manifestazioni per l’autore di Oboe sommerso: la Casa-museo di via Posterla ha stampato una serie di magliette con versi e gouaches del poeta (che si era cimentato anche con la pittura); le Poste hanno emesso un francobollo col ritratto di Giacomo Manzù; in Ungheria, dove, nei pressi del lago di Balaton, Quasimodo aveva piantato un tiglio – come Rabindranath Tagore – e dove gli è stato intitolato un Premio internazionale di poesia, Franco Cajani gli ha dedicato il libro Visszapergetett álmok (Sognando all’indietro, Ungarovox), a cura di Imre Madarász e László Sztanó. In Francia (Éditions Vagabonde) è uscita La lyre grecque, versione di Patrick Reumaux dei Lirici greci (Corrente, 1940). Traduzione? Ri-creazione, piuttosto: tant’è che essa spesso è stata considerata un testo del poeta siciliano («Anche se tradotti da grecisti insigni, i Lirici sono arrivati a noi con esattezza di numeri, ma privati del canto», puntualizzava Quasimodo).
Quel canto che il premio Nobel s’era portato dietro, nel suo peregrinare: Palermo, Messina, Roma, Reggio Calabria, Firenze, Imperia, Genova, Cagliari, Sondrio e, infine, Milano. «Siciliano come noi, in esilio – annoterà Renato Guttuso —. Dico “esilio” perché nei suoi versi sentivamo costante la nostalgia della Sicilia, i luoghi, l’aria, la storia. Quando lo conobbi, a Milano, ne fui profondamente commosso. Il suo volto strano, aguzzo, la malinconia del suo sguardo dal quale non avrei voluto più sciogliermi, e la sua voce che sembrava provenire dalla viscere della Terra: avvolgente, sprezzante, amara. Passavamo insieme la sera con lui, Sinisgalli, Manzù, Cantatore, Birolli e altri amici. A volte aspettavamo con lui che si facesse l’ora del treno che doveva prendere per Sondrio, alle quattro del mattino, e lo accompagnavamo alla stazione».
Nel 1968, ai funerali di Quasimodo era assente Salvatore Pugliatti, rettore dell’università di Messina. Il «soave amico» di Vento a Tindari era troppo provato e preferiva ricordare il poeta come lo aveva visto pochi giorni prima in Sicilia, quando si erano lasciati «con il solito abbraccio, col solito sorriso, con le solite parole». Pugliatti è morto nel ’76.
Poco prima aveva pubblicato Parole per Quasimodo, sedici saggi sull’amico. L’altra immagine di un poeta «quasi a modo» (come affettuosamente lo canzonavano lui e Giorgio La Pira). I tre, da ragazzi, erano cresciuti insieme ed insieme avevano fatto le loro prime esperienze letterarie (come fondare il periodico futurista Il Marchesino – cui collaborava anche Marinetti —, venduto nella tabaccheria dello zio di La Pira). Poi ognuno aveva preso la propria strada. Pugliatti era rimasto nella città peloritana, Quasimodo girava per l’Italia e La Pira s’era trasferito a Firenze di cui diventerà sindaco («il sindaco santo»).
La memoria. Il primo incontro risale al 1967, durante i miei studi universitari. Ogni anno il poeta veniva a Messina per il Premio Vann’Antò (presiedeva la giuria in cui c’erano anche Bo, Cattafi, Petrocchi, Caproni, Valgimigli, Sciascia, D’Arrigo, Debenedetti). I conciliaboli si tenevano alla libreria dell’Ospe di Antonio Saitta, dove era nata l’«Accademia della Scocca», di cui Quasimodo era stato uno dei primi soci. Un pomeriggio, su un torpedone, gita degli «Accademici» a Castroreale Terme, a circa cinquanta chilometri da Messina.
Sul pullman, ero con Gaetano Mariani, docente di Letteratura italiana, che aveva appena pubblicato da Sciascia la Storia della Scapigliatura. Dietro di noi, Quasimodo con Anna Maria Angioletti. Come trascorrere l’ora del tragitto? Qualcuno cominciò ad intonare dei motivi tradizionali siciliani. Poi quasi tutti si unirono al coro. Piuttosto infastidito, Quasimodo parlottava sottovoce con la Angioletti. Poi s’era rilassato e sorrideva. «Si sta sciogliendo – mi sussurrava Mariani, buon amico del poeta —. Ancora qualche minuto…».
Infatti, quando il coro intonò Va’, pensiero dal Nabucco, Quasimodo iniziò a muovere le labbra. Cantava a voce bassa, ma il ghiaccio era rotto ed egli tornava ad essere uno della «brigata» di Vento a Tindari, anni Venti, epoca dell’adolescenza trascorsa a Messina, prima di iscriversi al Politecnico di Roma e iniziare il suo vagabondaggio nello Stivale, nella letteratura e nella vita.