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 2018  luglio 27 Venerdì calendario

Un ponte per collegare Russia e Giapppone

Del sogno di Stalin, rimasto incompiuto con la sua morte nel 1953, restano solo le rovine di un campo di lavoro forzato. Sessantacinque anni dopo Vladimir Putin potrebbe trasformarlo in realtà. Un ponte che colleghi la terraferma all’isola di Sakhalin. Il “cantiere del secolo”. Un emblema dello scivolamento della Federazione verso Oriente. Un segno di riavvicinamento verso un Paese, il Giappone, che non ha mai siglato la pace con la Russia dopo la Seconda guerra mondiale. E l’anello mancante che permetterebbe di viaggiare in treno da Londra fino a Tokyo. Il progetto è faraonico: 580 chilometri di rete ferroviaria tra Selikhino nella regione di Khabarovsk sino a Nysh, un villaggio di circa 500 abitanti sull’isola Sakhalin, per un costo stimato intorno ai 540 miliardi di rubli, oltre sette miliardi di euro. Il ponte dovrebbe superare lo stretto di Nevelskoj, il lembo di mare più sottile tra la terraferma e l’isola. Ma non mancano proposte ancora più monumentali come un tunnel, una diga o un viadotto di oltre 270 chilometri che unisca Sovetskaja Gavan’e Kholmsk, la tratta al momento coperta dai traghetti. Un secondo ponte di circa 45 chilometri dovrebbe poi superare lo Stretto di La Pérouse collegando Capo Crillon sull’isola russa di Sakhalin e Capo Soya sull’isola giapponese di Hokkaido. Di lì si congiungerebbe alla rete dei velocissimi Shinkansen giapponesi unendo, di fatto, l’Europa al Giappone. Tokyo, ha detto il vicepremier russo Igor Shuvalov, diventerebbe uno «Stato continentale». Dopo decenni di discussioni, è stato il presidente russo a rompere gli indugi dando ordine al governo di elaborare un piano di fattibilità. «È un sogno della gente che vive sull’isola», ha detto questa settimana. Il sogno è anche suo. Già nel giugno dell’anno scorso, nel corso della sua “Linea diretta” con la nazione, aveva confermato di voler rilanciare il progetto. Il «cantiere del secolo», lo aveva chiamato. In settembre, a margine del Forum economico di Vladivostok, aveva annunciato che l’opera si sarebbe fatta dicendo che avrebbe avuto «una scala planetaria». Tanto che le Ferrovie avevano stanziato un miliardo di rubli. E si era subito parlato della probabile ditta appaltatrice: la Strojgazmontazh dell’ex compagno di judo Arkadij Rotenberg, soprannominato da Forbes «il re delle commesse statali». Non è un caso che il progetto sia stato rilanciato lo scorso maggio all’indomani dell’inaugurazione del ponte che unisce la penisola di Crimea alla Russia, altra opera commissionata a Rotenberg. Sakhalin adesso è l’unica regione rimasta senza un collegamento terrestre con la Federazione. Una lingua di terra lunga 948 chilometri ricca di risorse minerarie, che negli ultimi 25 anni ha però perso oltre un terzo della popolazione proprio a causa del suo isolamento. Oggi conta solo mezzo milione di abitanti tanto che la maggior parte degli esperti teme che il ponte non diventerà mai economicamente sostenibile. «Non è un progetto necessario, ma si farà», ha titolato tempo fa il quotidiano economico Vedemosti. L’investimento di fatti non è economico, ma geopolitico. Rivendicare simbolicamente il ruolo della Russia, un grande Paese capace di grandi opere, anche come potenza euroasiatica. Tentare di rianimare il distretto federale dell’Estremo Oriente, il più esteso, ma anche il meno abitato, con il 36 percento di tutto il territorio della Federazione, ma solo il cinque percento della popolazione. E infine superare l’ostilità della terza economia mondiale. Russia e Giappone non hanno mai siglato il trattato di pace al termine della Seconda guerra mondiale a causa della disputa sulle Curili, occupate da Stalin e mai restituite. Interpellato a Vladivostok lo scorso autunno sull’ipotesi di un ponte tra Sakhalin e Hokkaido, il premier giapponese Shinzo Abe aveva messo immediatamente le mani avanti: «I nostri Paesi devono rafforzare la fiducia reciproca per rendere i progetti realizzabili». Ma ha anche aggiunto: «Certo, sarebbe grandioso poter viaggiare fino a Vladivostok in treno».