La Stampa, 16 luglio 2018
Eugenio Bolley: «L’artista non crea ma trasforma, trasfigura»
Bolley delle montagne dove nacque e dove è tornato, abbandonata la città. Bolley degli Urogalli creati dialogando di alberi, di bestie, di vette, di memorie con Mario Rigoni Stern e Primo Levi, gli amici scrittori. Bolley dei segni, magie di numeri e alfabeti che piacquero a Umberto Eco. Bolley dei cieli azzurri, che fanno respirare e pensare. Bolley delle grandi sculture come quella voluta dall’Onu a Ginevra; delle piccole sculture composte con zappe, ruote, rotelle, piccozze, legni, pezzi di esistenza contadina e montanara, cercati o trovati per caso e riportati a vita nuova: testimoni di civiltà dissepolte. Bolley della fede, «cristiano roccioso», predicatore evangelico. Bolley del cuore, che gli fa aiutare il povero, assistere il sofferente, spesso trascurare l’arte per curare l’umano.
Per fede e cuore ha deciso che tutte le sue opere d’arte si trasformino in opere di bene. Cercatelo a Bardonecchia, berretto rosso e bicicletta pure con la neve, o a far legna nei boschi o a scarpinare sugli alti sentieri incontro a tassi, cervi, caprioli, il binocolo pronto per stare un po’ con loro, senza disturbare.
Singolare vita di artista, militata con sincera semplicità, con umiltà innata ma consapevole, che Eugenio Bolley difende come un leone. Caratteristiche pericolose nell’odierno mondo dell’arte: ti fanno vedere «altro», «diverso», fuori mercato quando il mercato è dominatore. Caratteristiche scandalose.
Che cosa le è rimasto più impresso dell’infanzia, dell’adolescenza?
«Il rombo dei bombardieri B24 Liberator dell‘aviazione alleata. Attraversavano le Alpi tra il Moncenisio e il Monginevro sorvolando ad alta quota la Valle di Susa per dirigersi verso Torino dove scaricavano tonnellate di bombe. I bombardamenti avvenivano sempre di notte».
La prima forte emozione della sua vita?
«Dopo l’8 Settembre mio padre entrò nella Resistenza costituendo con Ada Gobetti, Aldo Garosci, Paolo Spriano e altri il gruppo valsusino del Cln. Una notte, dopo aver ascoltato notizie sui lanci che l’aviazione alleata aveva predisposti per rifornire i partigiani di armi, munizioni, sigarette e viveri, rientrato in casa, svegliò mia madre, che si mise subito a piangere. II trambusto svegliò anche me e mia sorella, che dormivamo nelle stanze accanto. Presto capimmo che piangeva di gioia. Ripeteva all’unisono con mia madre: “La pace, la pace, finalmente la pace”».
Che cosa l’affascinò subito degli artisti, del loro fare, del loro mondo?
«La capacità di dare un’emozione, anche profonda, attraverso macchie di colore. Per esempio, quelle di Miró, indefinite e surreali, sono per il nostro inconscio messaggi che inducono alla riflessione. Ma immensa è la folla di pittori e scultori che in un modo o in un altro hanno accompagnato i secoli, proponendoci immagini e notizie di costumi, di personaggi, di fatti storici: guerre, rivoluzioni, battaglie».
Perché Bolley non appartiene a «scuole» e non ne ha create?
«Essendo per natura e per scelta un solitario, ho sempre rifiutato le consociazioni, i gruppi integrati che assimilano tutto dal “maestro”, diventandone la fotocopia o la brutta copia».
Delle «prodigiose intese» che cementarono il triangolo Bolley-Rigoni Stern-Primo Levi, lo scrittore diSe questo è un uomosembra avere avuto un peso speciale.
«Mi mandava una copia di ogni suo nuovo libro con una dedica. Quella che preferisco è: “A Eugenio, compagno di strada”. Ci sentivamo spesso per telefono. Parlavamo dei suoi racconti, degli articoli che scriveva sulla Stampa, ma anche del mio lavoro. Mi suggeriva di usare il computer per elaborare la disposizione dei segni che allora dipingevo. Ci saremmo sentiti anche due, tre giorni prima della sua tragica fine, parlava serenamente di un lavoro che lo attendeva».
Quando ha incontrato la fede?
«All’incontro con un pastore evangelico, quando entrai quasi per caso nella chiesa che curava a Meana».
Chi è un artista oggi?
«Credo che l’artista oggi dovrebbe semplicemente rivestirsi di umiltà artigianale senza uscire troppo dal campo dove cerca di raccogliere idee. L’artista secondo me non crea, trasforma, trasfigura».