La Stampa, 10 luglio 2018
Kevin Costner: «Benvenuti nel West moderno. Qui i cowboy sono vivi e vegeti e si battono come allora»
Ne ha provate tante, Kevin Costner, dopo che Balla coi lupi gli aveva regalato ben sette Oscar. Era entrato per sempre nella categoria degli attori - e in seguito dei registi e dei produttori - belli, indipendenti e intelligenti. Correva l’anno 1990, il suo colonnello John Dunbar che fraternizzava con gli indiani è arrivato dopo successi come Gli Intoccabili e L’uomo dei sogni, altri sono venuti dopo come Guardia del corpo, Un mondo perfetto e Thirteen Days. Poi, come per molti altri prima e dopo di lui, quegli Oscar per Costner sono diventati una specie di maledizione, o perlomeno un obiettivo impossibile da replicare. Pensate ad alcuni dei titoli successivi: oltre a mega-produzioni fallimentari come Waterworld e L’uomo del Giorno dopo, altre secondarie come La rapina, Vizi di famiglia e The Company Men.
Ora per tentare l’ennesimo ritorno, Costner torna al western e in sella a un cavallo. E anche a bordo di un elicottero, perché Yellowstone è una serie tv scritta e diretta da Taylor Sheridan che esplora il West moderno, dove i conflitti sono diversi da quelli di un tempo ma non meno intensi: latifondisti contro ambientalisti, palazzinari contro petrolieri, politici perbene contro quelli corrotti, indiani che credono nella sacralità delle loro terre ancestrali e altri che badano solo al dollaro. Tutti vogliono qualcosa da John Dutton - il personaggio di Kevin Costner - che possiede un ranch chiamato Yellowstone più vasto di Piemonte e Lombardia e che da buon patriarca deve anche gestire le gelosie e le ambizioni di quattro figli.
Costner, più che una serie televisiva, con «Yellowstone» abbiamo un film di dieci ore. Con Sheridan avete mai pensato a una produzione cinematografica?
«La storia è sempre stata concepita per essere lunga. Taylor conosceva il mio lavoro e circa tre anni fa abbiamo pensato di lavorare insieme. Un’ipotesi era di fare I segreti di Wind River, ma ho pensato che ero troppo vecchio per interpretare il protagonista (poi andato a Jeremy Renner, ndr). Abbiamo continuato a cercare opportunità fino a quando è arrivato Yellowstone. Mi ha detto: vuoi fare un film lungo? Ho detto, certo. Allora facciamo dieci episodi. Yellowstone non è mai stato concepito come un film, ma abbiamo voluto girarlo come se lo fosse».
Siamo in tempi moderni, ma la struttura e gli scenari restano quelli del western. Perché questo genere continua ad affascinarla?
«Avrò detto di no a duecento western. Yellowstone ha risuonato in me perché mentre i personaggi sono fittizi quello stile di vita non lo è. Il cowboy è vivo e vegeto in America. Questo stile di vita è ancora attuale, ci si muove a cavallo, anche se i grandi allevamenti hanno elicotteri e mega fuoristrada. Sono attratto da questo mondo e non conosco nessuno a cui non piacciano montagne e cavalli che corrono nelle praterie. Ma non basta: sarebbe solo una cartolina. Serve creare dramma. Qui abbiamo una famiglia disfunzionale con figli che vogliono lasciare il ranch dopo cinque generazioni. C’è la politica; c’è l’urbanizzazione; ci sono persone che vogliono costruire un campo da golf. Ci sono i problemi dei nativi americani che non siamo mai stati in grado di risolvere».
Il West e la sua cultura sono una parte fondamentale della storia americana. Quanto appartengono ancora al Dna della nazione?
«Abbiamo un sistema di libera impresa, non siamo un Paese socialista. Non abbiamo mai votato per ri-bilanciare le iniquità. Questo ha aiutato la crescita del Paese, ma con così tante persone. Non tutti hanno gli strumenti per riuscire. Tanti si perdono. Possiamo osservare altre culture e vedere cosa stiamo facendo bene e cosa no. Non ci sono scuse, contano solo le azioni. E l’azione a favore di chi ne ha bisogno non sarà mai quella giusta se chi dovrebbe portare il cambiamento si preoccupa solo della carriera e delle prossime elezioni. Essere in politica significa essere altruisti. Se c’è dell’altro perdiamo. La gente perde».
Sono passati sei anni dalla morte di Whitney Houston, la cantante che lei proteggeva in «Guardia del corpo». Quando pensa a Whitney, riflette mai se sarebbe stato possibile salvarla?
«Non lo so, la vita è un mistero. Andiamo tutti in svariate direzioni e non so perché sono tra i sopravvissuti, qual è la mano giocata per me. Ovviamente un mondo in cui non buttarsi mai è quello della droga. Quando lo fai giochi con la tua vita. Tornando a Whitney, non pensava di essere bella abbastanza. Cantava come Barbra Streisand, cantava come chi si siede e comanda una stanza, come Céline Dion. Ma stava emergendo una nuova generazione di artisti, di cantanti e di ballerini. Una nuova concorrenza. Con la fiducia in se stessa, sarebbe sopravvissuta. Sarebbe rimasta Whitney per sempre, con o senza numeri uno della classifica. Ma c’era qualcosa in lei che l’ha spinta in un’altra direzione... E io non sono in grado di psicanalizzare tutto quello che accade».