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 2018  luglio 10 Martedì calendario

Il futuro delle metropoli: «La crisi della democrazia nasce nelle città che generano conflitti e diseguaglianze»

Il corto circuito tra città e democrazia è il tema del nuovo libro di Carlo Olmo (Città e democrazia, Donzelli, pp.174 € 27), storico dell’architettura, docente al Politecnico di Torino, all’École des Hautes Ètudes en Sciences Sociales di Parigi e al Mit di Boston.

Perché città e democrazia sono «parole senza padrone»?
«Perché hanno perso il nesso tra il loro significato e cosa rappresentano nella realtà. E possono essere usate anche da chi non ne conosce la storia e il senso. Oggi sono parole fuori contesto, città e democrazia come riforma».
Eppure l’esaltazione della volontà popolare e della democrazia diretta, in voga di questi tempi, rimontano alla suggestione dell’Atene del V secolo.
«Sono concetti diversi. Atene andrebbe studiata come fa Nicole Loraux, non evocata quando non si sa attribuire un senso alla democrazia. Diretta, infatti, può essere la democrazia che ha svuotato i corpi intermedi e crea l’illusione del rapporto senza intermediari tra capo e popolo».
Lei definisce l’immaginario della smart city il più ambiguo del nostro tempo: perché?
«Smart city è un sintagma o inutile o ovvio. Perché la polis non è, quando nome e cosa coincidono, solo il luogo della democrazia, ma anche la sede privilegiata della conoscenza». 
Come mai, a dispetto della sua crisi, la città continua a essere attrattiva, con processi di inurbamento inarrestabili in tutto il mondo?
«Perché le persone hanno fame, nelle campagne non esistono ascensori sociali e gli immaginari hanno una forza superiore alle politiche che tutti gli stati totalitari hanno messo in moto per frenare l’inurbamento».
Nella crisi tra città e democrazia, che ne è del concetto di cittadinanza?
«Le implicazioni sono enormi. La non coincidenza tra diritto alla casa, alla salute, alla cura oggi genera non solo rivendicazioni, ma progetti spesso incongrui e quasi sempre conflittuali. C’è bisogno di ridefinire i diritti fondamentali e costruire un’idea conflittuale dell’innovazione».
I colossi del web si costruiscono quartier generali isolati, città-stato, avulse dalle «vecchie» città: che cosa significa?
«Che rivelano nelle loro scelte architettoniche e urbane la loro radice medievale. Chi ha bisogno di mura (fisiche o elettroniche) esclude e protegge, come i signorotti facevano con i loro castelli. Ciò mette in chiaro la natura puramente ideologica del mito telematico dell’accessibilità assoluta e dello spazio piatto, che annulla differenze e le diseguaglianze».
Una questione aperta è il governo delle città, il ruolo dei sindaci, il peso dell’autorità: dove stiamo andando?
«La municipalità è il corpo intermedio che più ha sofferto la ricerca di un’alternativa autoritaria alla decisione costruita attraverso il dialogo. E - mai dimenticarlo - della fuga delle élites urbane dalla responsabilità che da Weber a Maritain diverse culture novecentesche ponevano come base dell’etica pubblica».
Lei mette all’indice l’eccesso di specializzazione intellettuale e professionale: perché?
«Nessun problema che oggi si pone alle società globalizzate (dal clima al cancro, dall’immigrazione alle diseguaglianze) ha risposta da uno specialismo, che porta con sé necessariamente una cultura sincronica e autoreferenziale. Perché si formano corpi chiusi, con loro linguaggi, canali comunicativi, forme di socialità neocorporativa che negano il principio stesso di comunità scientifica».
Che cosa comporta, per le città?
«Le “non città” che oggi in tante parti del mondo esistono sono l’esempio quasi indistruttibile di saperi (e interessi) che si sono mossi separati producendo luoghi invivibili, diseguali, che consumano quantità spropositate di suolo, energia, acqua e tempo dei cittadini».
Qual è il ruolo, e la responsabilità, degli architetti?
«Forse la domanda è se oggi esistono ancora l’architettura e gli architetti. Separare mezzi e fini porta a concepire il lavoro dell’architetto come una continua cors a all’eccezione (tecnologica o formale). Ma l’architettura è forse l’esempio più esplicito del rapporto tra modello ed esperienza, che tutta la scienza pratica. Senza modelli che siano in grado di offrire risposte non uniche e eccezionali a condizioni di vita, a bisogni, a domande di conoscenza, cura, loisir, ci troveremo sempre più di fronte a soluzioni imposte in maniera autoritaria».
Soluzioni di che tipo?
«Che siano le infinite downtown che oggi ritroviamo in ogni parte del mondo o le “Disneyland” del consumo, l’ossessiva ricerca dell’eccezione porta in maniera grottesca alla più grande omologazione che la cultura urbana abbia mai conosciuto. E alla morte dell’architettura come scienza che offre modelli a situazioni, che produce morfologie e non monumenti (sempre che lo siano), che funzioni da cultura principe del dialogo in una polis davvero democratica».