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 2018  luglio 10 Martedì calendario

«Per contare gli squali cerco in mare il loro Dna»

Stanno tutti chiusi in una bottiglia: «Il 75% sono organismi unicellulari. Poi ci sono crostacei, vermetti e qualche migliaio di pesci. Se siamo fortunati vediamo anche due o tre squali». Stefano Mariani non ha paura che escano. A dir la verità, non ha nemmeno paura degli squali. «Mi è capitato di nuotarci insieme. Ma analizzarne il Dna nell’acqua è indubbiamente più semplice». Una bottiglia riempita in mare aperto rivela il passaggio di migliaia di specie viventi. «Se in quell’acqua ha nuotato uno squalo nelle ultime 24 ore, noi riusciamo a saperlo». Nessun genio sotto al tappo: lo scienziato diventato anche un po’ detective insegna all’Università di Salford, a Manchester e studia le tracce di Dna che i pesci lasciano nel mare.
L’obiettivo: sapere quante e quali specie sono passate in una zona, valutando il rischio estinzione. Gli ultimi studi sugli squali ai Caraibi e in Nuova Caledonia sono pubblicati su Scientific Reports e Science Advances.
In che consiste il suo lavoro?
«Studio il Dna ambientale: le minuscole tracce di Dna che gli esseri viventi rilasciano nel luogo in cui vivono. Nel mare queste tracce hanno concentrazioni bassissime. Ma noi riusciamo ad amplificarle e, con un po’ di lavoro, identificarle».
Ma il mare è sconfinato, il Dna minuscolo e gli squali così rari.
«Il Dna ambientale è un settore nuovo, sfrutta le ultime tecnologie dell’analisi genetica. Tutti gli esseri viventi rilasciano nell’ambiente tracce del loro genoma, come sanno i detective. Noi biologi marini da una manciata di anni abbiamo gli strumenti per capire se una determinata sequenza di Dna, tipica di una specie o di una sottospecie, è presente in un campione di acqua. Ovviamente per cercare tracce di squali andiamo sulle scogliere o nelle riserve dove è più probabile trovarli. Ma la vita in mare è ancora così inesplorata che un quarto delle specie microscopiche di cui troviamo frammenti genetici sono ignote».
Cosa avete visto di preciso?
«Dal 2014 studiamo gli squali. In Nuova Caledonia abbiamo individuato più specie in due giorni che non negli ultimi vent’anni, usando le tecniche tradizionali».
Quali sono le tecniche tradizionali per cercare squali?
«Perlustrazioni da parte dei sub o esche collegate a telecamere».
Cos’altro studierete?
«Vogliamo capire come cambiano le comunità marine in risposta ai mutamenti ambientali. Tramite Suez il riscaldamento ha portato nel Mediterraneo specie tipiche dei mari tropicali. Addirittura dei colleghi libici ci hanno mandato le foto di tre cuccioli di squalo tigre catturati al largo delle loro coste».
Lei usa il Dna perché ha paura degli squali?
«No, quando ci ho nuotato assieme mi sono accorto che sono loro ad avere paura di noi, dopo millenni di caccia. Le specie rischiose per l’uomo sono 3 su 500 (una è lo squalo tigre). È forse più pericoloso nuotare con un delfino, che può causare incidenti solo per la sua voglia di giocare».
Come si arriva a fare il suo mestiere?
«Nel mio caso in modo banale. Ero un bambino che amava immergersi con la maschera ad Anzio. Da quei giorni in vacanza è nata una passione che non è finita più. Certo, mi ha portato lontano dall’Italia e questo un po’ mi dispiace».
Come è successo?
«Anche questa è una storia comune a molte persone che fanno il mio mestiere. All’estero c’è più meritocrazia. Puoi progredire nella carriera in base al curriculum, senza aspettare di aver tessuto la giusta rete di conoscenze in ateneo. Ricordo ancora il giorno in cui sono partito per la Gran Bretagna, nel 2002, dopo il dottorato alla Sapienza di Roma. Ho caricato tutto su una vecchia Polo, ho salutato i miei genitori e ho fatto tappa a Trieste e Monaco, dove si trovavano due amiche che, come stavo per fare io, avevano lasciato Roma per amore della scienza».