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 2018  luglio 10 Martedì calendario

Le russe e i tifosi

In questi Mondiali a 50 anni dal Sessantotto verrebbe voglia di rispolverare i vecchi slogan in voga dieci lustri fa: «Io sono mia» o «L’utero è mio e me lo gestisco io». Non erano neppure iniziati i Campionati che già Tamara Pletnjova, presidente della Commissione per la famiglia, le donne e l’infanzia alla Duma, invitava a stare lontane dai tifosi stranieri. «Ci saranno ragazze che usciranno con loro e rimarranno incinte? Forse. Spero di no», aveva detto intervistata dalla radio “Govorit Moskva”. «Dobbiamo dare alla luce figli nostri», aveva poi aggiunto ricordando che, dopo le Olimpiadi di Mosca 1980, le madri single triplicarono e partorirono figli di «una razza differente». In Russia esiste persino un termine per indicare i bebé meticci nati nove mesi dopo i grandi eventi internazionali ospitati dal Paese: “deti festivalja”, “figli del festival”. Ne parlano anche il libro “Una storia russa” di Ljudmila Ulitskaja e il musical “Stiljagi” diretto da Valerij Todorovskij nel 2008. Il termine fu coniato nel 1957, anno del Festival mondiale della Gioventù e degli studenti, quando 40mila giovani da tutto il mondo invasero la capitale. Josif Stalin era morto quattro anni prima e solo allora era stato revocato il divieto di sposare uno straniero. Il pregiudizio però era rimasto. Ora che le donne russe da settimane si fanno beffa delle raccomandazioni della Pletnjova, tornano i vecchi spauracchi. A difendere l’onore patrio i “machi” russi, a cui tanta concorrenza pare non vada giù. Tanto che su Vkontakte, il Facebook russo, c’è chi propone di versare la “zeljonka” (un antisettico verde usato per “marchiare” i dissidenti) sulle ragazze beccate a flirtare con gli stranieri. E su “Moskovskij Komsomolets” è apparso un commento criticatissimo dello scrittore Platon Besedin intitolato “La generazione delle troie. Ai Mondiali di calcio le russe disonorano se stesse e il Paese”. «Abbiamo prodotto una generazione di zoccole – scrive Besedin – pronte ad aprire le gambe non appena sentono parlare una lingua straniera». A poco è servita la petizione lanciata dalla scrittrice Snezhana Gribatskaja su “Cosmopolitan Russia” per chiedere le scuse dal giornale. E neppure l’intervento a gamba tesa di Dmitrij Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin, ha sortito effetto: «Le nostre donne sapranno fare di testa loro, sono loro che decidono. Sono le migliori del mondo». Dibattito e insulti continuano. Le russe se ne infischiano. Il traffico sull’app d’incontri Tinder è schizzato di 11 volte rispetto a un mese fa. «Io sono mia». Con buona pace di nazionalisti e maschilisti.