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 2018  luglio 01 Domenica calendario


Zeichen, una solitudine ben temperata

Valentino Zeichen è morto due anni fa esatti e ora ci riparla vivissimo, lucido, tagliente e insieme disarmato, con quell’eco di Marziale nella Roma contemporanea che in lui riconobbe molti anni fa Alberto Moravia, grazie ai suoi diari del 1999 pubblicati da Elido Fazi, antico amico del poeta. Un diario-autoritratto dell’autore, perfettamente coincidente con la sua produzione, il carattere dell’uomo, le abitudini e le paure, la sua famosa grafìa tonda e dolcemente infantile.
Il diario di Zeichen è un doppio umano e creativo di Valentino ma, insieme, anche un documento della società letteraria romana di fine Novecento, con le sue cene e i suoi protagonisti. È il periodo in cui Zeichen sta preparando Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio, la sua opera (edita nel 2000 sempre da Fazi) intrinsecamente più «romana». E nel diario si ritrova il sapore e l’odore di quella Roma, prima dell’attuale, in disgustosa decomposizione. A cominciare dal carattere spietato e utilitaristico di un certo mondo romano che Zeichen frequenta la sera, un po’ per curiosità e un po’ per solitudine. Domenica 7 febbraio, «in margine» alla festa di compleanno di Edoardo Albinati, ecco «uno spaccato sociologico della società romana del potere»: «Essendo la società romana del potere politico, giornalistico, manageriale, una società priva di valori, non li sa riconoscere nelle persone, ma solo negli incarichi che queste temporaneamente ricoprono. Ne consegue che l’intercambiabilità delle persone per questo reciproco trattamento ne fa dei fantasmi veri e propri». Paolo Sorrentino, nel 2013, ignorava queste righe di Zeichen: ma lì era già pronta l’amoralità dell’immenso party de La grande bellezza, così gremito di ectoplasmi.
Zeichen ha paura dell’invecchiamento, più che della morte. Lo atterrisce, e come non capirlo, la privazione della libertà difesa ogni giorno, da sempre. In più c’è l’amore/odio per il suo vivere senza nessuno accanto. Chi sceglie consapevolmente quel tipo di esistenza, un po’ per tutelare la propria autonomia e un po’ per il terrore di consegnare i sentimenti più fragili a chi potrebbe gettarli in una discarica, sa bene cosa intenda dire Valentino, per esempio, mercoledì 12 gennaio: «Solo raffreddore o influenza? Sono un uomo solo, da sempre; accanto a me non c’è nessuno che mi scaldi una tazza di latte, che mi conforti mentre sto male. Mi sono ridotto a essere un uomo solo, e alla solitudine mi tocca dar compagnia».

Spazio bianco, infine un epigramma: «Con spavento mi vedo/ diventare vecchio». Domenica 23 maggio: «Sono perfettamente solo/ perfetta è la mia solitudine/ perfezionata col tempo». Autodiagnosi, martedì 1 giugno: «Mi duole il petto e anche il retto/ devo smettere di fumare di bere/ e che altro? L’età avanza/ e il corpo alza bandiera bianca». Mercoledì 29 settembre: «Dico che sarebbe ora di mettermi a vivere con una donna affettuosa che si prenda cura di me... L’orso invecchia, la sua tana è ancora in ordine, e quando non sarà più tanto autosufficiente, chi si prenderà cura di lui?».
In questa trama consapevole del tempo che trascorre portando via energie e salute, cancellando amori brevi, si muove Zeichen con la sua produzione poetica, l’attenzione minuziosa ai dettagli, le cene con amici (soprattutto in casa degli affettuosi, onnipresenti Daniele e Natalia Bollea, una sorta di famiglia d’elezione), i rammendi creativi di vestiti corrosi dalle tarme, i rattoppi alla casa/baracca al Borghetto Flaminio (ora trasformata nella «Casa del Poeta» grazie all’impegno della figlia Marta, luogo di incontri e mostre come quella dei piccoli, raffinati quadri di Duccio Trombadori). Persino un intervento sulla vecchia stufa diventa occasione di luminosa poesia. Lunedì 4 gennaio all’alba: «Tramonta la luna/ s’accende la mia vena;/ ma urge smontare/ e ripulire i tubi della stufa,/ l’astro funge da lampadina/ addentro le tubature».

Pagina dopo pagina, lo si rivede camminare con quell’andatura da squisito mitteleuropeo di sangue istriano, elegante e a suo agio nello spazio incontrando, nelle tante cene o nelle spedizioni al cinema, i numerosi amici citati nel diario: naturalmente i Bollea, Edoardo Albinati, Valerio Magrelli, Carla Accardi, Luigi Ontani, Sandra Petrignani, l’editore Elido Fazi con le sue avventure sentimentali, Giovanni Raboni, Rocco Carbone, Agnese De Donato, Renzo Paris, Luca Archibugi, Giovanna Zucconi, Elio Pecora, Eraldo Affinati (ironicamente colpevolizzato perché sta attento a bere come Fernando Acitelli, quindi Valentino «deve» scolarsi da solo a cena una bottiglia di vino), Angelo Guglielmi, Gabriella Sica, Renato Mambor, Vincenzo Cerami, Milo De Angelis, Nico Garrone, Barbara Alberti, Bianca Maria Frabotta, e si potrebbe continuare. C’è chi nel frattempo se n’è andato, ma nelle pagine di Zeichen sono tutti, come lui, vitali, pieni di fermenti, di idee e intelligenze, di inevitabili depressioni.
È la Roma di fine Millennio in cui Zeichen sta cercando i materiali che lo porteranno ai gioielli di Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio, con i Fori in copertina («A piazza del Popolo/ mi accosto alla vasca/ di fianco alla caserma,/ nel rinfrescarmi il viso/ alla bocchetta/ mi avvedo di tenere/ tra le mani e/ l’acqua corrente/ i tratti del volto/ di chi fu sepolto/ in quel sarcofago»). Qui e lì le conversazioni e i confronti con la redazione culturale del «Corriere della Sera», le trattative sui diritti con Fazi, il controllo dello smunto conto in banca. Il denaro non come ossessione ma come indispensabile strumento di sopravvivenza, però impossibile da trattenere. Martedì 27 luglio: «Si dice di chi spende e spande, che ha le mani bucate. Per me, i soldi in pugno hanno qualcosa di vivente, somigliano a dei cani entusiasti che hanno fiutato la libertà, e tirano come dannati per stancare le mani e staccare la corda, misconoscere il padrone che li tiene al guinzaglio».
Belli i passaggi dedicati a un viaggio in Cina. Memorabile la stroncatura di un celebratissimo ristorante romano, «Il bolognese» di piazza del Popolo, con lezione di Zeichen sull’autentica cottura dell’ossobuco di vitella. Tutte le pagine sono attraversate da una poesia incapace di tacere, ed è il miracolo del diario. Sabato 27 marzo: «Un irascibile piovasco/ perle di gocce/ e subito dopo/ uno squarcio di nubi/ verso il tramonto,/ s’apre lo specchio turchese». La magnifica capacità di sintetizzare ciò che avviene a tutti nella vita: la disperazione e l’ira, poi il cielo sereno che ti riappare.