Corriere della Sera, 25 maggio 2018
Parla Belinelli
MILANO Questione di mezzo centimetro. Se il suo canestro allo scadere contro Boston fosse stato da 3 e non da 2 punti, forse oggi Marco Belinelli non sarebbe qui per un’intervista, ma sarebbe in campo per disputare le finali di Conference della Nba.
«Forse, anche se vincendo quella partita la strada sarebbe stata ancora lunga. Però io lo sapevo già, mentre tiravo, che quel tiro non era da 3. Per questo non ho esultato. E quando all’overtime abbiamo perso, ho pensato: bel canestro, ma non è servito a niente».
Il fatto che il pallone decisivo sia arrivato nelle sue mani deve consolarla: significa che nella squadra gode di grande considerazione.
«Credo di essermela guadagnata, dopo aver conquistato l’anello di campione».
Philadelphia è la sua squadra ideale?
«Il sistema di gioco mi cade addosso perfettamente».
Sarà la sua squadra anche nella prossima stagione?
«Questo non lo so, sono free agent, dipende da molte cose, e non solo da me».
Fosse per lei, resterebbe?
«Sì».
È arrivato con il ruolo di «veteran player». Non la fa sentire un po’ più vecchio questa definizione?
«Ho 32 anni, non sono più un ragazzino. Mi piace essere un esempio, dare consigli...».
Quanto è cambiato Marco Belinelli in 11 anni di Nba?
«Parecchio. È stata una crescita continua, fisica, mentale, anche tecnica spero. Ora mi sento molto considerato».
Al suo debutto nella Nba non era così.
«I primi anni a Golden State e Toronto sono stati difficili».
Giocava poco, per usare un eufemismo. In quanti le hanno detto «lascia perdere, torna in Italia»?
«Faccio prima a dire in quanti non me l’hanno detto. Si contano sulle dita di una mano. Poi, dopo San Antonio, sono saliti tutti sul carro».
Le critiche la disturbano?
«No, mi aiutano a dimostrare il contrario».
Il punto di svolta?
«La stagione a New Orleans. Se un fenomeno come Chris Paul mi dice “tu pensa a liberarti e ogni volta che ti passo la palla tu tira”, significa che ha grande fiducia nel sottoscritto. È stata una grande iniezione di autostima».
Lo stesso Chris Paul che l’ha chiamata «ciccione», in perfetto italiano, su Twitter.
«È il modo in cui noi due ci chiamiamo scherzosamente, “ciccione”. Siamo due amanti della buona cucina».
Lo stesso che con Houston sta inseguendo il titolo Nba.
«Glielo auguro di cuore. Se lo merita davvero».
Siete rimasti solo lei e Gallinari, in America...
«Bargnani si è fermato, se si sente di non giocare più è giusto che faccia ciò che crede. Datome è un giocatore di grande intelligenza, sono convinto che per lui potrebbe riaprirsi la Nba. Ale Gentile ci proverà, faccio il tifo per lui».
A 32 anni, dopo 11 stagioni nella Nba, si sente finalmente appagato?
«Per nulla, ho ancora il fuoco dentro, la voglia di competere. Per esempio, non vedo l’ora che arrivi in America Luka Doncic, 19 anni contro 32: mi piace l’idea di potermi confrontare con lui».
Ha detto di essere cambiato, in questi 11 anni. Anche il gioco è cambiato?
«Molto. Oggi è un gioco che privilegia lo spettacolo, l’atletismo, il tiro da 3. Quando sono arrivato qui, il centro faceva ancora il centro, l’ala l’ala, era un gioco più old style».
E quale le piace di più?
«Quello old style».
Suona strano, detto da un vincitore della gara da 3.
«Certo, anch’io tiro molto, e mi piace farlo. Ma mi piace un basket più tecnico».
Si considera uno specialista? Un tiratore puro?
«No. Mi considero uno che negli ultimi anni è migliorato molto nel gioco senza palla. Poi, chiaro, il tiro è e rimane la mia arma migliore».
E poi succede di segnare 26 punti alla Finlandia agli Europei e di sentire il suo ex allenatore Gregg Popovich a fine partita complimentarsi dicendole «grande difesa».
«Forse è stata l’unica partita in cui ho difeso bene...».
Non esageri...
«Be’ sì, chiaro che se sto in campo significa che in difesa qualcosa combino, altrimenti resterei in panchina, però so che devo ancora migliorare. Anche se in questo sport alla fine bisogna fare canestro...».
Il basket italiano com’è?
«Lo seguo poco, ovviamente, ma certo il gioco non è quello di una volta, non lo trovo molto divertente».
Tornerebbe a chiudere la carriera in Italia?
«Non lo so. In alcuni momenti mi dico di sì. Però non tornerei mai a 40 anni per fare la figurina: o sono un giocatore vero, altrimenti meglio lasciare spazio ai giovani».
Le manca non aver vinto nulla con la Nazionale?
«Molto. Moltissimo».
La sua generazione ha perso l’ultimo treno?
«Io conservo ancora un minimo di speranza».
Aveva ragione chi diceva che eravate la Nazionale più forte del nostro basket?
«Come talento probabilmente sì. Quelle venute prima di noi, che hanno vinto, avevano meno talento ma più concretezza. E più maroni».