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 2018  maggio 19 Sabato calendario


Confesso che ho vissuto di Massimo Fini (estratto)

Ho scritto 17 libri, ma tutte le mie amiche se me ne chiedono uno in dono è solo è sempre il Di[zion]ario erotico che ha un’origine e anche un seguito. La mia semicecità è stata una Memesi beffarda degna della maestria di un dio dispettoso. Un mensile di fotografia, Photo, allora piuttosto diffuso e con un buon pedigree, aveva fatto un servizio in cui metteva a confronto 20 sederi femminili. Solo i sederi; del corpo della donna, ripresa di spalle, non si vedeva altro. La rivista mi chiese di accompagnare il servizio fotografico con un lungo articolo. Accettai. Siamo verso la fine degli anni Novanta, ero in uno dei miei ricorrenti periodi di disoccupazione, vivevo di collaborazioni: l’Europeo, non il mitico Europeo di Tommaso Giglio in cui avevo lavorato negli anni 70 (quello era finito nel 1979 travolto dal collasso della Rizzoli), ma il Nuovo Europeo e l’Indipendente, i miei ultimi approdi, avevano chiuso nel 1996. Oltre all’articolo aggiunsi, di mia iniziativa, una didascalia che accompagnava ogni sedere dalle cui forme cercavo di ricavare il carattere e la psicologia della donna e azzardavo anche che viso potesse avere. Alla redazione di Photo ebbero un’idea divertente. Andarono a ripescare le donne che si erano prestate, non modelle professioniste ma persone di varia umanità e di età compresa fra i 20 e i 40, anche se tutte belle, almeno a giudicare dai loro culi, e chiese loro se si ritrovavano nei miei ritrattini. E, se non ricordo male, 17 o 18 risposero che sì, se non in tutto, almeno in parte ci avevo azzeccato. Allora il mese successivo la rivista pubblicò un secondo servizio: c’era il culo di ogni donna con la mia didascalia e, affianco, il viso di lei e il giudizio che dava sulle mie azzardate interpretazioni. Quell’articolo, senza però il giochetto viso/culo fu poi comprato da Playmen, ma anche da giornali stranieri serissimi Nouvel Observateur, Der Spiegel, in Italia dall’Espresso, che però, vile come sempre, non ebbe il coraggio di pubblicarlo, e ancora non molti anni fa da Max. Credo sia l’articolo che mi ha sfruttato di più in vita mia. Allora dissi a Cesare De Michelis: «Perché non facciamo un Dizionario erotico, un po’ sull’onda divagante della Nuova Enciclopedia di Alberto Savinio».
Scrivere di eros è difficilissimo. Anche grandi autori che si sono cimentati nel romanzo erotico hanno dato esiti deludenti. Forse il migliore lo ha scritto una donna, Violette Leduc Teresa e Isabella: è la storia omosessuale di due ragazze adolescenti, non c’è una sola parola cruda ma, forse proprio per questo, la tensione è altissima. Il mio è un saggio, seppur a voci, e quindi più facile. Però se vado a ripescare i miei originali vedo che molte voci sono state scritte e riscritte almeno sei o sette volte. Non volevo negarmi nulla, nemmeno gli aspetti più osé del sesso, cercando però di non cadere nella volgarità. Una faticaccia.
Il Di[zion]ario è all’apparenza un divertissement, e in effetti lo è anche, ma nella sostanza parla del rapporto col femminile visto dal maschile, quantomeno da un particolare maschile, il mio. Su di me circolano delle leggende metropolitane: che sia misogino, che sia omossessuale, che sia un tombeur de femme. Nessuna corrisponde alla realtà, ma in ognuna c’è un pizzico di verità. Una sola cosa è certa: nella fase terminale della mia esistenza, quella che sto vivendo adesso, sono diventato misantropo. Anzi, ad osservar bene, lo sono sempre stato. Per tutta la vita mi sono sentito un uomo solo, uno fuori posto, uno spostato appunto. Anni fa mi colpì una frase di Gianfranco Funari. Era già nella fase declinante della sua carriera. In un programma di nuovo conio, che ebbe vita brevissima, stava camminando per Milano intervistato da Roberto Poletti. D’improvviso, tra i suoi soliti lazzi, scherzi e guasconate, disse: «Io sono un uomo solo. E se penso a un altro uomo solo penso a Massimo Fini». La cosa mi stupì perché mi conosceva appena. Ero stata solo a un paio delle sue trasmissioni quando era in grande spolvero. Divenimmo amici dopo. Sotto il suo debordante narcisismo era un uomo buono, estremamente generoso. Mi manca, Gianfranco.
Il Di[zion]ario è piaciuto, in linea di massima, alle donne belle e intelligenti, perché hanno capito che a uscirne a pezzi è lui. Ha fatto infuriare il manifesto e le femministe e le cesse, che in genere coincidono.
Una sera ero a casa mia con due giovani amiche, Paola e Francesca, di 25 anni, e un’avvocata sulla quarantina, gran bella donna, alta, formosa il giusto, bruna, due splendidi occhi verdi, elegante nel suo tailleur, tacco giusto, né troppo né troppo poco. L’articolo su Photo era uscito proprio quel mese. A un certo punto Paola e Francesca, che non sapevano tenere un cecio in bocca, e forse non in tutta innocenza, dissero: «Sai che Massimo sa capire il carattere di una donna dal suo sedere?». L’avvocata mi chiese se si trattava di un joke, di uno scherzo, o se c’era qualcosa di reale. Le risposi che in linea di massima avevo giudicato sulla base delle mie esperienze, ma che esistevano degli studi serissimi in materia, francesi, un po’ come i chiromanti studiano il palmo della mano (quest’ultima parte me l’ero inventata di sana pianta). Lei, che pareva parecchio incuriosita, mi chiese ancora com’era possibile ricavare un carattere, una sensibilità, l’identità di una persona dallo studio del suo sedere. Dissi che non si trattava di vedere solo un sedere nudo e crudo, ma prima coperto, poi semicoperto, infine totalmente nudo, in piedi, di profilo, in movimento, e, insomma, in tutte le posizioni e da ogni possibile angolazione. Allora lei disse che voleva provare. Alla fine del gioco parve piuttosto sorpresa. Disse che l’avevo centrata in pieno, che anzi le avevo rivelato delle caratteristiche della sua personalità che non conosceva e su cui avrebbe riflettuto. Eppure era una donna strutturata e niente affatto sprovveduta.
Paolo e Francesca, che non sapevano tenere un cecio in bocca, andarono in giro a raccontare la cosa, naturalmente senza fare in nome della vittima. E così per un bel po’ di tempo belle donne di Milano e di Roma, in genere poco sotto la quarantina, vennero a farsi leggere il sedere da me. Il patto, implicito, era che non ci sarebbe stato nessun rapporto sessuale. Altrimenti il gioco avrebbe perso il suo senso. Io non potevo neanche toccarle: questa incombenza, quando era il caso, toccava alle mie due amiche. Ma inseguito avrei agito con questa modalità, vagamente criminale, che certamente, anche se consensuale, non piacerebbe a quelle di Mee Too, anche da solo.